LOFOTEN – NORVEGIA      

domenica 07 agosto – venerdì 19 agosto ‘11


[precedente] III-V giorno: le Lofoten (09-11 agosto)

Abbandonato il pesante fardello nel bagaglio del bolide, mi sento incredibilmente libero e leggiadro mentre Alex scarica tutta la potenza della Nissan sul nastro d’asfalto che ci conduce alla prima cittadina che campeggia nell’elenco alfabetico di ogni atlante: Å! Il villaggio è costituito da una serie di piccole casupole rosse che circondano il porto mentre da ogni dove spuntano le strutture per l’essiccazione del merluzzo: quando questi pali sono completamente sommersi dagli stoccafissi, da queste parti deve esserci un odore pungente! Gironzoliamo tra le case che, vanitose, si specchiano su un mare che non ha nulla da invidiare con quello della Sardegna, per poi puntare le ruote della macchina verso nord con obiettivo il paradiso dell’arrampicata. La prima cosa da farsi è individuare un posto dove piazzare le tende. Scoviamo così, in prossimità di Kalle, una tranquilla insenatura dove piazzare le nostre tende: l’area è inoltre attrezzata con una piccola fontanella e due bagni e quindi decidiamo di stabilire il nostro campo per i quattro giorni successivi.

La mattina ci svegliamo con un tempo grigio e a tratti piovoso; solo dopo un paio di giorni capiremo che il clima qui è così: brutto al risveglio per poi migliorare con l’avanzare della giornata. D’altro canto, la presenza della luce per 24 ore filate, ci permette di svincolarci dai soliti schemi legati al ciclo del sole garantendoci giornate sempre dense di attività.

Vista quindi la fastidiosa pioggerellina, decidiamo di dirigerci verso nord raggiungendo così la cattedrale delle Lofoten: una piccola chiesetta di legno, più simile ad una cappella che non ad un duomo. Fermiamo la macchina e andiamo a dare un occhio più da vicino ma il portone è sbarrato e quindi, dopo un giretto nel cimitero, riprendiamo il nostro viaggio fino a raggiungere una bella e tranquilla spiaggia dove ci prepariamo per il pranzo. Siamo in riva al mare ma vestiamo come fossimo a 2000m e anche l’ambiente è ben diverso dalle nostre riviere. Oltre la spiaggia crescono betulle e aghifoglie ma il massimo contrasto lo tocchiamo quando, passeggiando verso un gruppo di scogli, scoviamo un grosso fungo vicino ad un riccio di mare! Il tempo intanto volge al bello e l’attrezzatura d’arrampicata inizia a reclamare. Possiamo forse resistere al richiamo? Certo che no, anche perchè un estetico pilastro sopra Svolvaer ci strizza l’occhio con una certa insistenza così io e Fabio ci facciamo lasciare all’imbocco del sentiero e partiamo alla volta di The Front Side o, per dirla alla norvegese, Forsida allo Svolvaergeita. L’avvicinamento non sembra nulla di particolare: il pendio ripido è comunque breve e si sviluppa tra i massi di un deposito di versante e un tratto erboso che conduce alla base della parete. Solo che, in realtà, ci ficchiamo in una specie di piccola giungla: evidentemente il clima della regione è l’ideale per la vegetazione che non ha alcuna difficoltà a crescere lussureggiante. Fortunatamente scoviamo una traccia che, salendo senza nessuna pietà per la verticale, ci porta proprio ai piedi del pilone. Se non altro la sfacchinata è allietata da numerosi cespugli di mirtillo che, sebbene offrano bacche dal sapore un po’ slavato, ci permettono di mangiare mirtilli a pochi metri dal mare!

Senza farci mancare la nostra dose di tirate d’erba, superiamo un breve e ripido canale prima di raggiungere l’attacco della via dove si ripete il solito rito “carta-forbice-sasso”: sarà Fabio a partire per primo e così sarà anche per le scalate successive. Il capocordata inizia quindi a seguire la prima sequenza di fessure interrotta da alcune balze per poi allestire la sosta in corrispondenza di un comodo spiazzo. È il mio turno; la seconda lunghezza propone un tratto un po’ più impegnativo su una roccia incredibilmente compatta e solcata da geometriche fessure di insolita precisione: mi sembra quasi di essere al Bianco! Solo che poi mi volto e, sotto i miei piedi, scorgo il porto di Svolvaer e il mare. Il cielo finalmente è azzurro e nonostante l’orario (sono circa le 7 di sera) il sole proprio non vuole andare a dormire. Intanto un vento pungente ha iniziato a spirare dall’entroterra investendomi con il suo alito gelido.

Fabio supera la lunghezza successiva strisciando lungo una fessura obliqua che mi ricorda vagamente la Tromba di Oceano, per poi fermarsi alla base dell’ultimo facile tiro. Il pilastro dove sale la via presenta sulla cima due curiosi corni che danno alla struttura il nomignolo di “corno della capra” (o qualcosa di simile): secondo la relazione, dovremo salire sul dente di sinistra per poi saltare (!) sull’altro! Insomma, se l’arrampicata si è rivelata fin’ora un riposante piacere, lascio la sosta con un nodo in gola che si fa sempre più stretto man mano che mi avvicino al patibolo. Facilmente raggiungo la cima del corno e, con grandita sorpresa, scopro che la sosta di calata è posizionata proprio su questa struttura: con immenso sollievo, posso quindi risparmiarmi il balzo dall’altra parte anche se, a dire il vero, è sufficiente solo allungare la gamba per raggiungere il corno di destra.

Con una calata e una veloce discesa per un sentiero piuttosto impervio, torniamo al punto dove Micol e Alex ci avevano lasciati trovandole già in nostra attesa dopo aver visitato Henningsvaer, villaggio degli arrampicatori poco lontano dal nostro campo base.

Il giorno successivo il tempo è ancora uggioso e così decidiamo di dedicarci alla cultura andando a visitare un museo vichingo all’interno di una casa di un clan che offre l’opportunità di toccare con mano la vita di quel popolo: si può indossare elmo e cotta di maglia (e il sottoscritto, ovviamente, non si tira indietro), appisolarsi su un letto, usare arnesi e strumenti. Insomma, un vero museo interattivo per bambini un po’ cresciuti!

Usciti a malincuore da questo parco giochi istruttivo, scendiamo verso un vicino lago dove è ormeggiata la copia di un Drakkar. Lungo il percorso superiamo un’area di tiro al bersaglio e una fucina: non resistendo alla tentazione di lanciare un’ascia e scagliare un paio di frecce scopro che nelle mie vene non scorre sangue di Robin Hood!

E poi finalmente raggiungiamo lo specchio d’acqua: la barca vichinga sta per attraccare, a bordo un gruppo di turisti-rematori che vengono faticosamente guidati da alcuni discendenti dei vichinghi evidentemente rassegnati all’incapacità della ciurma. L’idea di navigare sul Drakkar è alquanto allettante ma dovremo accontentarci di salire sul piccolo vascello limitandoci a scattare qualche foto perchè quello era l’unico viaggio della giornata.

Poi il richiamo della roccia si fa ancora sentire così torniamo a Henningsvaer giusto per dare un’occhiata alla guida e capire dove sia la falesia scovata il giorno prima da Micol e Alex. Così scopriamo Paradisiet che, già dal nome, si pronuncia essere un posto sicuramente interessante; a ulteriore testimonianza, le foto mostrano pareti solcate da fessure rettilinee di tale perfezione geometrica e linearità da sembrare essere tagliate col coltello. Il tutto su un granito dal colore rossastro che ricorda l’arenaria della Monument Valley e che ben contrasta con il blu del mare. Per di più questa preziosa perla è ad un tiro di schioppo dalla nostra tenda! Ci guardiamo in faccia e siamo già là. L’ambiente è molto simile a quello presentato in foto, per di più passiamo poco sotto il pilastro Bonatti (obiettivo che io e Fabio avevamo a lungo sognato prima della partenza ma che poi abbiamo presto lasciato nel cassetto); è come un incontro tra arrampicata moderna e alpinismo classico e anche l’ambiente naturale sembra essersi adeguato alla situazione: un’assolata scogliera fa da contrasto con l’ambiente alpino dove sale la via dell’italiano alla cui base persiste una tenace chiazza nevosa.

Gironzoliamo un po’ prima di individuare il nostro obiettivo anche perchè Micol e Alex preferiscono restare a terra a guardare. La fessura inizia con un difficile tetto per poi proseguire facilmente sul panettone raggiungendone la cima. Superiamo il boulder iniziale solo grazie ad una vigorosa tirata di rinvio per poi poterci dedicare alla successione di semplici incastri che ci conducono sulla sommità. Lasciamo a malincuore questo parco-giochi e torniamo al campo base ma del resto lo stomaco inizia a borbottare: cosa proporrà oggi lo chef? Risotto o zuppa? Tonno e piselli o tonno e fagioli?[continua]


Cavallo Goloso


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