LOFOTEN – NORVEGIA      

domenica 07 agosto – venerdì 19 agosto ‘11


[precedente] VI-XIII giorno: ultimi giorni alle Lofoten e rientro (12-19 agosto)

È l’ultimo giorno in cui abbiamo a disposizione la mitica Nissan poi domani dovremo tornare a Moskenes per restituirla e quindi ci conviene sfruttarla al meglio! Come al solito la mattina si presenta nella sua veste grigia con una pioggerellina più fastidiosa del solito. Sono insomma le condizioni ideali per partire verso un allevamento di renne di cui abbiamo intravisto la pubblicità ad Henningsvaer; ci mettiamo così in macchina ignorando che alla meta ci sono circa 100Km di ponti, tunnel e curve per superare le diverse baie di questa costa frastagliata.

Le renne sono chiuse in un recinto nel cortile della casa; scendiamo dall’auto mentre una donna in costume che, se non fosse per la bionda capigliatura, sembrerebbe più una siciliana, si avvicina verso di noi in compagnia di una coppia di turisti. Siamo un attimo interdetti: la prospettiva di pagare 20€ a testa (!) per vedere quattro animali proprio non ci va giù così, con una scusa, risaliamo in auto e ci rimettiamo in strada. L’idea è molto semplice: io e Fabio verremo lasciati da qualche parte in attesa che Micol e Alex visitino l’allevamento. Almeno non avremo fatta tanta strada per nulla!

Rientriamo verso Henningsvaer con l’idea di salire Sons of the Sun (Solens Sonner) al Sea Slab. Le ragazze ci lasciano alla base del sentiero e noi iniziamo la nostra salita verso la vicina parete. Solo che tra la strada e la roccia si inframmezza la foresta equatoriale, tra l’altro sembra che i norvegesi si divertano ad applicare il concetto della salita a goccia d’acqua ad ogni sentiero con il risultato che, arrivare all’avvicinamento, è già una bella avventura. La vaga traccia si apre uno stretto passaggio tra la vegetazione fino ad un evidente colatoio per l’acqua completamente ricoperto di muschi e mucillagine. Risaliamo per il letto del torrente e poi finalmente raggiungiamo la base della parete. Individuare il punto preciso in cui si trova l’attacco non è proprio semplice così Micol e Alex possono vedere dal basso due fuori di senno che fanno avanti e indietro fino a fermarsi dove reputano inizi la via.

Saluto Fabio che sale lungo una fessurina e poi un camino. Sinceramente avrei anche lasciato perdere e me ne sarei volentieri tornato indietro ma il mio amico è decisamente invaghito così mi accodo alla sua corda. La seconda lunghezza mi propone una bella fessura fino ad un paio di alberelli e uno spit. Sulla sinistra c’è una sottile e verticale fessura ceca da cui potremmo passare solo con difficile arrampicata in artificiale e siccome sulla via non dovrebbero esserci spit la soluzione è molto semplice: abbiamo sbagliato linea di salita, la via deve trovarsi poco più a sinistra ma da qui è irraggiungibile. Decidiamo quindi di tornare a terra ripercorrendo la foresta equatoriale e arrivando da Micol e Alex giusto in tempo per scattare due foto con il sole basso all’orizzonte e sgranchirci le gambe sulla bianca sabbia di una spiaggia tropicale.

La mattina il tempo non segue il solito tran tran: il cielo è limpido e soffia una brezza ideale per asciugare i teli delle nostra tende. A mezzogiorno consegnamo la macchina tornando così a fare i muli da soma: dopo quattro giorni di comodità, è ancora più duro sobbarcarsi tutti i bagagli. Fortunatamente il campeggio di Moskenes è a poche decine di metri dall’autonoleggio così ci dirigiamo verso quello che sarà l’ultimo luogo dove piazzeremo le tende prima di tornare sul continente.

Quattro tartarughe entrano nel terreno del camping: non c’è nulla che delimiti la proprietà e così le lumache si dirigono verso quella che credono essere una zona libera; il fischio del custode taglia di netto ogni nostra speranza di dormire ancora a costo zero. Il suo senso dell’humor è così irritante che proprio non riesco a non immaginarmi una luccicante picozza infilata nel suo testone norvegese. Paghiamo il dovuto (fortunatamente poco essendo “pellegrini”) è piazziamo le tende fuori dalla sua portata. L’ambiente è paradisiaco: una piacevole brezza accarezza l’alta erba d’orata che si affaccia su un mare dal blu intenso.

È oramai pomeriggio inoltrato quando io e Micol andiamo a sgranchirci le gambe verso Å con ritmo quasi da processione; il giretto ci butta nella cruda realtà: senz’auto siamo bloccati tra queste quattro case, proviamo quindi a scoprire l’offerta dell’ente turistico locale: ci sono delle possibilità con la barca ma partendo ad orari improponibili dal paese vicino che, ovviamente, non sappiamo come raggiungere. Vedremo.

Ma proprio quando meno te lo aspetti, il destino ti offre la soluzione sotto forma di due ragazzi salernitani che ci parlano di un “favoloso trekking che ti porta su un pinnacolo da cui ammirare uno stupendo fiordo proprio sopra Reine”. Certo, i due ci mettono in guardia “bisogna essere preparati, avere le scarpe adatte”; io e Fabio ci guardiamo e a stento tratteniamo una grassa risata.

Detto e fatto: il giorno successivo ci troviamo ad arrancare per il ripido sentiero che porta alla vetta.

Il panorama è decisamente meritevole: siamo circondati dal mare da ogni parte mentre scorgiamo la costa che si allunga all’infinito con i suoi ripidi prati verdi e le cime aguzze come volesse sottrarsi all’imperversare dei flutti. Tira vento e così, dopo un pasto a base di tipici spaghetti thailandesi, ritorniamo sul livello del mare.

Il ponte sopra un braccio di mare è un ottimo punto d’osservazione della fauna ittica che popola queste acque: non ci dispiacerebbe osservare più da vicino qualche pesce, magari dopo averlo arrostito al fuoco. Così ci improvvisiamo pescatori ma, nonostante la pazienza profusa, restiamo a bocca asciutta; anche per sta sera il menù sarà sempre il solito!

Il giorno dopo il sole splende in cielo: peccato non avere più la macchina o non poter prendere la nave per visitare le isole vicine, così dopo un po’ d’indecisione, io e Micol torniamo a Reine. Sono troppi giorni che non mangiamo dolci (almeno una settimana) e così ci fiondiamo in un negozietto uscendo carichi di ciambelle. Il panorama è rilassante e l’ambiente tranquillo così ne approfittiamo per giocare a carte e riposarci un po’.

Come ogni cosa, anche le vacanze volgono verso il termine e così il 16 di agosto prendiamo il traghetto per tornare sulla terraferma. Per noi animali da montagna, la nave dondola e oscilla un po’ troppo annullando il piacevole effetto cullante delle onde e, di conseguenza, non vediamo l’ora di porre termine al nostro piccolo calvario.

La voglia di dolce rimane sempre alta e, una volta raggiunto Bodo ci fiondiamo alla ricerca di un supermercato. Ne usciamo con una scorta di budini e, individuata una piccola piazzetta con alcune panchine, cuciniamo la nostra merenda mentre nessuno bada alle nostre operazioni.

Bodo è una città insignificante: facciamo un breve giro prima di raggiungere la stazione e iniziare il nostro calvario verso sud.

Viaggiare in treno ha il suo fascino ma farlo di notte e su sedili che, seppure comodi, restano tali non è certo una piacevole esperienza. Mi viene voglia di piazzarmi in mezzo al corridoio se non fosse per il rischio di essere schiacciato dal controllore di turno e così passo la notte alla vana ricerca della posizione meno scomoda.

Alla mattina raggiungiamo Trondheim sotto una pioggia insistente. Non sono le migliori condizioni per gironzolare per una città ma, almeno, qui c’è qualcosa da vedere. La cattedrale è decisamente meritevole mentre i magazzini lungo il canale mi ricordano Amburgo.

Il nostro viaggio verso Oslo riprende col sopraggiungere della sera: spero in sedili più comodi ma anche in questo caso passerò una notte poco piacevole col risultato che il giorno dopo ho bisogno di una bella ronfata.

Sono circa le 7 ma almeno il tempo è estivo: sole, caldo e un cielo finalmente blu ci accolgono nella capitale norvegese. Oslo sembra essersi svegliata dal torpore: le strade pullulano di norvegesi e turisti che si godono la bella giornata. Prendiamo la barca e ci dirigiamo verso il museo delle navi vichinghe; arrivando all’apertura, evitiamo la ressa e riusciamo a gustare in tutta tranquillità i tre Drakkar.

Io e Micol siamo distrutti, vediamo letti da ogni parte e così ci facciamo tentare dalle panchine del parco cittadino riuscendo a sonnecchiare per circa mezz’oretta. Le statue sono intriganti, curiose: gironzoliamo tra le scolture fino al momento di prendere l’autobus per l’aeroporto per l’ultima notte all’avventura e terminare il nostro viaggio verso sud.


Cavallo Goloso


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