PISCIADÙ – GRUPPO DEL SELLA      

sabato 16 agosto ‘14


Ieri è andata com’è andata ma oggi ci alziamo con le carte in regola per sbancare il banco. Abbiamo le previsioni dalla nostra e quindi l’idea è quella di andare a fare una cima, la prima vetta dolomitica per Micol! Quando sgusciamo dalla tenda, il cielo è certamente meglio rispetto a venerdì ma anche certamente peggio rispetto quanto atteso: sprazzi di azzurro si alternano infatti a nuvole bianche che corrono di qua e di là con eccessiva spavalderia. Un’ultima rapida occhiata al bollettino ci lascia comunque speranza fino al primo pomeriggio quando il rischio doccia diventerà decisamente molto alto! Insomma questo pazzo “agostembre” continua a metterci i bastoni tra le ruote! Ci dirigiamo quindi verso il passo di val Gardena da cui iniziamo a inerpicarci su per la ripida traccia tipicamente ghiaiosa. Il passo è buono, non da skyrunner ma comunque nemmeno da tartaruga zoppa e quindi il secondo cartello indicatore è come una bastonata sui denti cariati: 5 minuti contro il quarto d’ora da noi impiegato! Sono preso da un attimo di scoraggiamento totale: ci vorranno 8 bivacchi per raggiungere il rifugio! Poi però la cosa mi puzza un po’ troppo, do un occhio all’altimetro e scopro che abbiamo superato 100 metri: impossibile in 5 minuti, anche correndo! Ergo lo scoraggiamento spicca un balzo verso l’alto trasformandosi in nuova motivazione rimpolpata anche dal fatto che la colonna che ci precede resta più o meno sempre alla stessa distanza. Continuiamo quindi a salire incastonati in questo ampio canalone da cui non dev’essere per nulla male scendere con gli sci finchè raggiungiamo le roccette con relative e eccessivamente abbondanti catene. In effetti l’intrico di cavi è un po’ come le sirene per Ulisse: se ci si fa troppo ammaliare dal loro canto, si rischia di finire incrodati sulla parete! E qui esce fuori il lato climber di Micol che ci permette di risalire il facile ma non breve tratto danzando come la Fracci sul palcoscenico. Così facendo, guadagniamo rapidamente l’altopiano sommitale dove siamo circondanti da una miriade di vette e pinnacoli sconosciuti. La mia ignoranza sulla dislocazione dei vari gruppi dolomitici farebbe impallidire anche il caiano meno assiduo, segno che, evidentemente, la mia frequentazione di questi luoghi è alquanto insufficiente! Da qui l’arrivo al rifugio è una pura formalità con l’orologio che si ferma circa mezz’ora prima di quanto previsto: niente male considerando che vantavamo un ritardo abissale di 10 minuti già al primo rilevamento cronometrico! A quel punto però scalpito: fermarmi qui mi sembra l’ennesima vittoria di Pirro e, nonostante Micol preferisca non proseguire causa minaccia pioggia, io lascio tutto e inizio a correre verso la cima del Pisciadù. Chiaramente dopo poche decine di metri ho già il battito a mille e il classico sapore del sangue in gola mentre alcune pesanti gocce si divertono a flagellarmi il volto; rallento l’andatura, supero alcune brevi catene e poi, seguendo più l’istinto che la traccia, mi involo su per i gradoni che conducono alla meta. Scattare foto è più una scusa per riprendere fiato che non una vera esigenza da reportage finchè, dopo 29’ dalla partenza, tocco provato la croce di vetta. La discesa è altrettanto rapida e, per quanto il tracciato me lo consenta, continuo a correre saltando di qua e di là mentre cerco di controllare le gambe divenute una specie di poltiglia molliccia! Due ali di folla acclamante si aprono intanto al mio passaggio mentre scorgo in lontananza il traguardo e poi, finalmente, dopo circa 50’ dalla partenza ricevo il bacio del vincitore mentre l’altoparlante urla trionfante “campione del mondo, campione del mondo!”. Dalla massa di spettatori in visibilio che osserva il mio fisico statuario si alzano grida di giubilo; qualcuno esclama: “Eccolo, eccolo! Ora forse farà un tuffo nel lago!”. Consiglierei volentieri di finirla di far prendere aria alla bocca ma alla fine chiudo il siparietto rimettendo la maglietta per poi prepararmi per la discesa a valle. La fase finale non avrebbe storia se non fosse che, nel vano tentativo di slacciarmi la giacca, riesco anche a provare l’ebbrezza di ribaltarmi testando quanto sia dura la roccia. Il rocambolesco avvitamento ha comunque e fortunatamente solo un grande effetto scenico ma nient’altro escluso forte un certo brivido che l’eventuale bagno nel lago non avrebbe certamente saputo darmi! [continua]


Cavallo Goloso


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