MONOTIRI – SERGENT      

domenica 28 aprile ‘19


Doveva essere il ponte del caianesimo e del frocio falesismo extreme e invece, causa mancata accettazione della prenotazione del bel tempo, mi ritrovo ad accontentarmi a fare l’FF col Walter tra Finale ed Albenga per poi puntare tutte le mie carte la domenica in valle dell’Orco con Alessio.

Così, alla vigilia del ritorno alla vita della transumanza pendolare Como-Milano, il Walter mi chiede come sia andata l’esperienza sulle strutture del Nuovo Mattino: beh, alla fine della giornata, mi sembra di essere tornato anch’io all’alba della vita arrampicatoria! Ma anche qui, come per ogni esperienza che va assaggiata a piccole dosi, bisogna riavvolgere il nastro del racconto all’inizio e, precisamente, agli accordi per il ritrovo. Riesco a spuntare un “comodo” 7 del mattino anche se l’Ale avrebbe preferito le 6:30 proponendo, in caso di freddo, una comoda attesa in auto. Sinceramente, piuttosto che fare il pinguino sul sedile di una scatola di tolla, preferisco passare un’oretta in più a ronfare sotto le coperte!

Fermiamo il rombo del motore poco dopo la Kosterlitz e apriamo le portiere per sincerarci che il termometro dell’auto non sia impazzito: riesco a raggiungere lo zaino, sfilare giacca, piumino e cappello giusto un attimo prima che le membra si assiderino del tutto e poi ci guardiamo perplessi mentre dall’alta valle alcuni fiocchi iniziano a rotearci timidamente intorno. Ma è dell’altro invitato che avrei fatto volentieri a meno: il vento gelido ci catapulta nuovamente nei rigori dell’inverno nonostante noi si sia qui per scalare su roccia e mica per avventurarci su qualche cascata! Scartata poi l’idea di trasferici a Cadarese dopo che dal minestrone geografico che immancabilmente preparo mischiando valle dell’Orco e val d’Ossola viene fuori che ci vorrebbero circa 3 ore di auto, tiriamo fuori la paglia dal didietro e proviamo a fare ciò per cui siamo nati: i caiani.

Salire al Sergent è, temporalmente parlando, un po’ come andare a fare una passeggiata in centro. Tecnicamente invece è un filino più complesso ma nulla di eclatante. Trovare invece l’attacco del Nautilus può essere un’esperienza che, se fossimo alla base del cugino Capitan in Yosemite, potrebbe rivelarsi mistica. Di fatto passiamo da Sir Bis e arriviamo fino alla Fessura della Disperazione prima di renderci conto che abbiamo superato abbondantemente l’attacco del nostro obiettivo così, quando finalmente ne raggiungiamo la base, già due pescatori di salmoni sono impegnati sul primo tiro. So benissimo di aver lasciato a casa pinne e boccaglio per di più sto virando verso la scalata in libera e l’idea di dover piazzare il reparto di alpinismo dello Sport Specialist per superare la fessura iniziale mi da alquanto fastidio anche perchè mi sorge velatamente il dubbio di non avere i ferri sufficienti. Se almeno facesse il freddo del parcheggio, si potrebbe salire con picche e ramponi. Ovviamente ad averceli. Così ci accomodiamo per qualche minuto e poi decidiamo di riprendere il pellegrinaggio alla ricerca di qualche tiro da salire. Il primo è una fessura obliqua che, vista da sotto, non pare “della morte”. Spero solo di non fare la stessa valutazione delle placche che, quando si è alla base, paiono belle appoggiate e poi, quando ci si è sopra, si impennano fin quasi a ribaltarsi al contrario! ‘Sta volta mi va bene: mi alzo veloce e poi mi ricordo che, se non voglio rischiare di fare il tetraplegico sbattendo contro la lama sottostante in caso di caduta, mi conviene piazzare un bel friend; quindi proseguo e risolvo il primo tiro di giornata mentre una coppia si diverte a sperimentare i geloni sulla Locatelli. Poi è ovvio che venga attratto dalla Fessura della Disperazione o, almeno, dal suo primo tiro. Guardo l’imbraco e il 4 e il 5 mi sorridono con gli occhioni: devo partire! Supero i primi facili metri, piazzo l’1 e lo 0.75 e poi inizio il viaggio sulla lama con l’obiettivo di un invitante cordone a circa metà viaggio. Con la gamba destra semi infilata nella spaccatura, inizio a strisciare come il verme solitario che ho nell’intestino finchè non arriva il momento di piazzare il 5. Ora però sono piuttosto fottuto. Tra la protezione e il cordone ci sono più o meno gli stessi metri che mi separano dalla coppia di friend ma ora la lama sembra impennarsi come l’onda del surfista. Da sotto (o forse sarebbe meglio dire dal fianco) mi arrivano gli incoraggiamenti dell’Ale. Sono sul punto di chiedermi perchè mi vengano ‘ste idee del cazzo ma poi parto. Ci sono alcuni appoggi per il sinistro, le mani afferrano il bordo della lama mentre la gamba destra fa l’appendice sulla struttura finchè arrivo sotto il cordone: mi ribalto sopra la fessura, rinvio e posso considerarmi sostanzialmente salvo. Da lì alla sosta le difficoltà calano e, ovviamente, inizia a ronzarmi l’idea che forse si potrebbe... Certo: perchè non interrompere la quiete con le urla da gallina strozzata mentre me la faccio sotto sui tiri seguenti? Mi calo e lascio che la via se ne stia lì tranquilla rivolgendo le mie attenzioni prima ad un monotiro su placca verticale e poi alle prime lunghezze della Locatelli. Alla genialità non c’è mai fine: la via corre a ridosso di uno spigolo, praticamente è come entrare nella galleria del vento per farsi schiaffeggiare dalle folate. Proviamo lo speed climbing ma dopo 3 lunghezze ne ho le balle piene e così buttiamo le doppie. A questo punto la Kosterlitz torna a bussare; scendiamo alla macchina e io mi faccio abbindolare dai guantini in vendita al vicino bar. Con il nuovo acquisto (e un po’ di Euro in meno nel portafogli) sono pronto per la sfida. Nella buca mi accorgo di un particolare che da bordo strada non si nota più di tanto: la fessura, almeno in partenza, è aggettante! Per di più, infilando la mano nella stronza, ci si accorge che pare sia spalmata di burro. Credo sia la prima volta che vedo il granito unto. Dopo alcuni tentativi andati a male optiamo per provare con la corda dall’alto ma il risultato resta sostanzialmente lo stesso: noi appesi a stagionare e la fessura che immancabilmente sputa fuori la mano appena proviamo ad alzarci. Così ce ne andiamo con la coda tra le gambe, un paio di guantini che almeno mi hanno evitato di scorticarmi il dorso delle mani e il dubbio su come possano essere i tiri della Fessura della Disperazione.


Cavallo Goloso


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domenica 27 maggio ‘12


Dopo aver sfogato sabato i bisogni primari, il week end propone l’ultima portata del banchetto; prendo il telefono e mi aggrego alla combricola Clod-Guido-Teo-Giò con destinazione valle dell’Orco. L’unico inconveniente è l’ennesima sveglia caiana e la prospettiva di dover fare l’Ambrogio fino al Sergent. Il mix sarà sufficiente per lasciarmi sbadigliare tutto il giorno per poi cedere per una decina di minuti alle tentazioni del praticello alla base della parete.

Più ci avviciniamo alla meta, più sorgono dubbi sull’attendibilità delle previsioni: nuvole grige coprono tutte le montagne e davanti al masso della fessura Kosterlitz una leggera pioggerellina ci da il benvenuto. Non sento la carica del giorno prima e sono quasi tentato di scaricare il materiale e provare a salire quei famosi sei metri ma i miei compagni d’avventura capitanati dal Guido puntano decisi al Sergent e ad alcuni suoi monotiri, così ci troviamo ad inerpicarci sulla traccia che conduce alla base della parete. Ben presto le nuvole si diradano e il sole coi suoi caldi raggi inizia il suo lavoro. Siamo tutti e cinque all’attacco di Incastromania contagiati dalla brama di fessure del Guido che si carica una buona dose di friend e parte. Così bardato, più che poco meno di 30 metri, sembra debba andare a fare la Salathé! Scalando con circospezione, il nostro guadagna metro su metro svuotando rapidamente il suo imbraco fino a raggiunge l’agognata sosta. Con le protezione già piazzate, la scalata è decisamente più semplice e così, un doloroso incastro dietro l’altro, chiudo la lunghezza ringraziando le tre serie di friend a nostra disposizione ma soprattutto il duro lavoro del Guido.

In ogni caso, il primo flag al programma è tirato; ora tocca al diedro de Il Signore Nero. Riprepariamo gli imbrachi e ci apprestiamo alla nuova big wall (ben 30 metri!): dai fianchi penzolano due serie di friend fino al quattro, un cinque e diversi dadi. Quasi come alla Fisarmonica! Il Guido lascia la sicurezza della base e inizia a salire: i primi metri sono i più semplici ma l’imbraco inizia già a svuotarsi; poi la fessura si bagna costringendo il capocordata a piazzare ulteriori friends. Sale ancora un po’ e quindi si blocca e poi, dopo l’ennesimo tentativo andato a vuoto, lancia il comando che attendevo con trepidazione: giù!

Carico l’imbraco e inizio la salita: fino al punto raggiunto da Guido la scalata è semplificata dalle protezioni già piazzate ma oltre inizia la mia lotta con l’alpe. All’inizio è solo una scaramuccia ma mentre lentamente risalgo la struttura, il diedro erge difese sempre più complesse da vincere. Dal basso mi giungono le voci sulla presenza di uno stambecco ma in questo momento mi interessa ben poco di una capra un po’ troppo cresciuta e così l’unica cosa che sono capace di dire è “ma che me ne frega? Ho ben altro da fare, io!”. L’animale evidentemente disinteressato alla patetica presenza di un bradipo in parete prende la via del bosco e sparisce alla vista.

Finalmente raggiungo l’unico spit del tiro e così posso tirare un sospiro di sollievo; poi guardo in alto e alla contentezza si sostituisce subito il dubbio: la fessura è eccessivamente larga e lunga per poter essere affrontata in stile artificiale con “solo” due 4 e un 5; l’unica soluzione è passare dal tettino e dal diedrino sulla destra e lì quindi mi dirigo. Nel giro di mezzo metro molto scarso, piazzo uno 0.4, poi lo 0.5 e quindi un dado: non mi fido minimamente di quelle tre protezioni ma almeno una reggerà! Le mani possono fare affidamento solo su una fessura bagnata e sporca di fango; mando a quel paese Guido in modo neanche troppo velato e studio la situazione: sono alla fine del tettino e dovrei ribaltarmi nel diedro soprastante. La fessura che separa le due facce della struttura è intasata di fango e così mi dedico alle pulizie di primavera per piazzare l’ennesimo 0.5. Il friend si incastra nel buco e delicatamente lo tiro sollevandomi grazie all’immancabile e provvidenziale staffa. Sono fuori! Ho vinto la lotta e finalmente posso sprofondare in un completo stato di apatia misto ad una sensazione di totale svuotamento; mi lascio calare al suolo tornando finalmente su una superficie orizzontale.

Di fatto per oggi ho concluso e ho già la testa sotto il cappello di Ambrogio tanto è vero che sui due tiri successivi non combino nulla di fatto accontentandomi di una divertente caianata in miniatura.


Cavallo Goloso


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