PIZ KESCH – ENGADINA
sabato 28 marzo ‘26
Foto di vetta? Prego? In che senso? Caiano fai da te? Siamo in tre e nessuno ha l’inconfutabile prova di aver calcato il punto più alto. Oddio, in realtà dei tre uno ha avuto un inspiegabile attacco di coniglite acuta, cosa da piegarsi in due e rantolare vittima del dileggio di massa. E chi sarebbe quel codardo? Quel cancro che si insinua tra le schiere dei caiani? Non il Gabri (che per fare cifra tonda sul dislivello fingerà poi di dimenticare lo zaino al rifugio così da ripellare per i metri mancanti) e nemmeno il Walter che ci prova per oltre metà percorso a far credere di essere sul punto di cedere per poi sgasare sugli ultimi metri e passare davanti a tutti. No, il coniglio è il sottoscritto: forse me lo sono sentito dire troppo dalla Laura e ora mi sono convinto di essere il fratello di Bugs Bunny. Oppure è solo colpa dei maledetti ramponi. Già, certo: sempre avere la scusa pronta. Ma intanto i due della vetta la prova inconfutabile non ce l’hanno mica: guarda caso proprio in quel momento al Gabri smette di funzionare il telefono. Io so solo che li vedo sparire sopra l’insormontabile (solo per me) fascia rocciosa e poco dopo, mentre cerco di evitare di diventare un prodotto del capitano Findus, me li ritrovo sorridenti e millantanti aver toccato la cima. Ma in verità insisto a fare il san Tommaso solo perchè sono rimasto a bocca asciutta. D’altra parte, quel passo con centinaia di metri sotto le chiappe proprio non l’ho digerito: e se dovesse scivolarmi il piede? Da un lato risolverei rapidamente il modo per tornare a valle (ma dal lato sbagliato), dall’altro non avrei più altre occasioni per caianare. E preferisco tenermene ancora una buona riserva. O forse sono solo emozionato all’idea di portare a casa due vette un’uscita dopo l’altra e quindi mi si annebbia il neurone e il passo mi sembra più duro di quello che effettivamente sia. Per un attimo penso pure di deviare a sinistra e provare dal canale nevoso: tra l’altro forse sarebbe la soluzione più logica e semplice ma alla fine mi incaponisco e decido che oltre non si va. Forse, in realtà, tutto dipende dal tratto che pochi metri prima mi ha respinto, sempre per lo stesso motivo: dovrei rimontare un saltino ma la forza di gravità qui sembra essere quella di Giove e quindi, visto che ho l’alternativa (guarda caso sempre per un pendio nevoso sulla sinistra), torno indietro e prendo l’altra traccia.
E pensare che, una manciata di ore prima, tutto era iniziato (quasi) nei migliori dei modi: partenza con legni nello zaino e, appena fermi per sistemarci nell’assetto che dovrebbe essere la norma di questo sport, veniamo scavalcati da una coppia che ha fretta di rientrare prima che il risotto scuocia. Poi, usciti dal bosco, scopro il “cespuglismo”, un’interessantissima disciplina che implica lo scivolamento verso l’alto di particolari attrezzi dotati di supporti mobili che ne impediscono il ritorno verso il basso. Non ho ben chiaro come questa attività si possa figurare in discesa perchè in quell’occasione proverò un po’ di “erbismo”. Ho solo il forte dubbio che questa potrà essere un’alternativa sempre più frequente allo scialpinismo perchè, diciamolo, forse è il momento di ammodernare i nostri orizzonti e uscire da certi schemi preimpostati. Un po’ come l’idea che per forza bisogna seguire la traccia della carta. Ed è proprio con questo spirito che imbocco un percorso che sale tra i rododendri ma che, in realtà, porta da un’altra parte solo che quando ce ne rendiamo conto, è ormai tardi (e forse è lì che il Walter gufa contro di me provocandomi poi la cagarella su quel gradino a 20 metri dalla cima): a quel punto l’unica alternativa è traversare lungamente per tornare sulla traccia corretta poco sotto il rifugio. Poi da lì non sbagliamo più un colpo (anche perché sarebbe complesso riuscirci): saliamo al passo (poco sotto il quale incrociamo la coppia del risotto che si avvia a mettere le gambe sotto il tavolo) dove Eolo ci prende a gentili ceffoni. Ma è solo un momento (tanto poi si divertirà più avanti quando il carro del sole sprofonderà dietro la vetta mentre io sarò in paziente attesa dei due cimaioli) perché poi sull’altro versante tutto tace. Saliamo l’ultimo pendio fino al deposito degli zaini ed è forse qui che il Walter fa il Lazzaro e risuscita: lui sì che ha ancora il vero spirito caiano impresso nel cuore (oltre che sul braccio). Io invece devo aver subito la metamorfosi nell’allocco o nel condannato inconsapevole: salgo sbavando per la vicinanza della cima ma in realtà l’unica cosa che raggiungerò sarà il mio patibolo.
Cavallo Goloso
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