PIZZO DI GINO – VAL CAVARGNA
domenica 08 febbraio ‘26
Che gita di scialpinismo è se partiamo dall’auto sci ai piedi? Senza un po’ di portage come faremo a scaldarci per benino? Poi, in realtà, è solo questione di pazienza: entriamo nella valle (l’ennesima dopo essere saliti e scesi non so per quante volte con l’auto e aver guidato come nei film anni ‘50 girando continuamente il volante) praticamente in falso piano, raggiungiamo il torrente e, sull’altro versante, tutto torna più familiare e il mio istinto masochista smette finalmente lo sguardo imbronciato. Davanti a noi, il pendio è giallo e marrone e le chiazze di neve hanno la frequenza delle macchie scure di alcuni pesci rossi. Gongolo: tra un po’ si mettono gli sci in spalla! La Laura alza gli occhi al cielo mentre l’Anna e il Mauro provano a mettere insieme quelle macchie come il gioco dei puntini sulla Settimana Enigmistica. In realtà il divertimento dura poco tanto che manco ci prendiamo la briga di infilare i legni nello zaino: passiamo oltre il primo nucleo di case, traversiamo un po’ e alla spalla il bianco elemento ci accoglie in tutta la sua compattezza di lastra marmorea. Tanto poi nell’arco della giornata il sole farà il suo lavorio e noi avremo una bella granatina primaverile. Forse. Intanto iniziamo ad alzare lo sguardo perchè tra ginestre, noccioli e sassi abbiamo sopra le nostre teste un bel dedalo da districare. Seguiamo più o meno il crinale sempre col terrore (non certo da parte mia) di dover togliere gli sci e superare qualche tratto a piedi. Invece niente, riusciamo a cavarcela: superiamo il campo minato e finalmente ci troviamo davanti la massa bianca. Solo che più saliamo più ci immergiamo in una tavolozza più o meno uniforme un po’ come ci fossimo immersi in un secchio di pittura. Insomma il panorama è lo stesso di una cella intonacata di fresco ma, finchè abbiamo la traccia davanti gli sci, il problema della direzione non si pone. Poi il velo di nuvole si apre un filo e riusciamo a scorgere qualcosa. Arriviamo così al deposito degli sci (oh, finalmente si cammina un po’!), saliamo la breve cresta e siamo sul Gino. Al primo momento il panorama è facile da descrivere: la croce e poi una massa biancastra e grigia. Poi le tende si scostano un po’ e compaiano le cime intorno a noi e il lago più in basso. Ma in realtà è solo il contentino per scattare un paio di foto che, altrimenti, potrebbero essere state prese da qualsiasi altra parte perchè, quando ci riavviamo verso valle, le nuvole tornano a regnare. Il risultato è che tra coperta bianca e neve che tende al crostone la discesa si avvicina ad una ritirata con l’aggiunta dei sassi-mina che non si sa bene quando potranno colpire. Perdiamo così quota finchè, nella speranza di evitare un tratto piuttosto scorbutico e avaro di neve, ci spostiamo un po’ più a destra rispetto la linea di salita. Il risultato è che ci tocca rientrare facendo lo slalom speciale tra ginestre, massi e buchi nascosti con la Laura che, un ribaltamento dopo l’altro, si diverte come il sottoscritto prima dell’interrogazione. Non so che senso possa avere ostinarsi a fare uscite di questo tenore: non sarebbe forse meglio una piacevole e tranquilla giornata in falesia a tirare rinvii come non ci fosse un domani? Eh no! L’impresa sta proprio nelle condizioni che rasentano l’Extreme in attesa che poi migliorino e si possa pianificare un’uscita dove la sciata sia anche piacevole.
Cavallo Goloso
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