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GOLDMARIE – WINTERSTOCK

domenica 23 agosto ‘26


Alla piana di Andermatt non credo ai miei occhi: guardo fuori e poi ancora il termometro dell’auto. Ma sono qui per scalare in una delle estati più calde di sempre o sono stato catapultato in una giornata di primavera per una tardiva sciata? 5 gradi e mezzo! Incrociamo un tipo bardato da capo a piedi sulla bici. Che strano dev’essere non abbandonare mai guanti e cappello! E al sole la situazione inizialmente non migliora: forse dovremmo approfittarne, farci un bel carico di fresco e ricordarcene al ritorno. Al parcheggio la colonnina di mercurio si è già alzata ma tanto ci pensa il Walter in vista del rifugio a scaldare ulteriormente i motori quando quasi mi costringe a correre lungo il sentiero. Forse le sue vacanze peregrinanti per le Alpi non mi fanno bene: mi torna troppo in forma e il risultato è che io arranco. Quando arriviamo all’attacco un po’ rimpiango il forno delle nostre quote tanto che per un attimo valuto l’ipotesi di infilarmi nell’abbraccio del piumino. Ma non davano sole pieno? Sulle cime intorno è invece un via vai di nuvole e, verso il Lochberg, sembrano anche un po’ minacciose. Ce ne infischiamo e parto perchè la pagliuzza ha deciso così. Mi trovo a mio agio come un vegano alla fiera del prosciutto di Parma. In realtà devo aver lasciato una parte di me ancora sul cuscino e proprio non riesco a smuoverla dal letto. Ma forse un po’ di movimento verticale mi aiuterà a darle una scossa. Invece nulla: raggiungo la sosta dopo una deplorevole spinta col piede sulla piastrina di un fix e già forse questo sarebbe dovuto essere un richiamo. E pensare che una volta mi sentivo il “re” (dei poveri) della placca. Ora invece mi sento più vicino ad un neonato e alla sua capacità di gestire lo sfintere! Ma forse devo solo scaldare il piede: l’importante è convincersene. Fatto sta che sulla seconda lunghezza mi domando come il Walter sia riuscito a passare indenne: a me sembra già un’impresa titanica salire con la sicurezza della corda dall’alto! E così arriviamo alla resa dei conti: il terzo tiro. Vista da sotto la placca non sembra nemmeno troppo ripida. Stronza affubolatrice. Raggiungo il primo fix e poi il secondo. Improvvisamente la placca diventa la rampa di lancio di un missile interplanetario. Provo a spingere sui piedi (una volta era la mia specialità) ma quello non sta lì. È come se la scarpa non avesse grip. Riprovo ma nulla. Guardo a sinistra dove dovrei spostarmi ma la parete mi sembra liscia come una lavagna, neanche un cristallo o una piccola asperità all’orizzonte. Devo convincermi che spingendo sui piedi tutto torni al suo posto: già, per scappare da questa parete! Il Walter non ne vuole sapere: l’ultima volta che ho alzato bandiera bianca e lui mi ha sostituito non è andata molto bene per la sua caviglia. Così salutiamo, buttiamo le corde e ce ne torniamo al calduccio della nostra pianura.


Cavallo Goloso


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