BELARUS – CIMA DELL'AVERTA
domenica 07 giugno ‘26
Al caiano piace soffrire. Il caiano gode nella privazione: quando le membra dolgono, urlano per la fatica, gli acciacchi e le intemperie lui si esalta e alza inni al suo dio. E il Walter in questo è Gran Maestro. Una volta anche io mi difendevo bene ma ora sto invecchiando o forse sono passato al lato oscuro del Male e ho parzialmente iniziato a rinnegare il Caianesimo e quindi le mie origini. Fatto sta che al messaggio del Walter - domenica fai qualcosa? - in un primo momento resto stranito - ma come? Non ti sei fatto male alla caviglia? - poi però mi ricordo dell’essenza del caiano puro (o forse mi illudo che avrà pur valutato la situazione) e mi preparo per la nuova avventura. Puntiamo quindi alla cima dell’Averta in Predarossa: ottima soluzione per assaporare la montagna senza estenuanti avvicinamenti e necessità di passare la notte fuori e per testare l’alpinismo “mordi e fuggi” senza dover sputare sangue. Insomma, tutto quello che fa storcere il naso al Caianesimo e voltare lo sguardo dell’aquila: dove sono finiti i bivacchi all’addiaccio? E le ore infinite per raggiungere la parete? Intanto per scovare la via rendiamo grazie alla mia precedente e preistorica puntata su Zastava e poi entro nel mondo dell’illusione. Parto sulla placca guardingo ma, dopo pochi metri, mi sembra di essere forte: sarà forse merito di Vento di Passione? Dubito, ma mi illudo sia così. Intanto in alto il muro aggettante si avvicina e io so che lì andrò direttamente tra le fauci dell’orco. Invece va diversamente: due o tre sbracciate e la pratica è liquidata! Se i tiri sono tutti così andremo a nozze. Infatti già poco sopra la sosta alla partenza della seconda lunghezza la minestra cambia decisamente passando dal dolce e delicato ad un gusto aspro, buono solo per palati forti. Parte il Walter ma dopo pochi metri alza bandiera bianca - la caviglia... non mi fido... ma comunque è facile... - sarà... così mi trovo io nelle grane: spalmo estremo continuo con l’unico conforto che i fix sono sempre a portata di mano! Se non altro ora i gradi sono più allineati... a dei pali! Peccato: mi era piaciuto sembrare di essere forte! Terza lunghezza: l’inculata si ripete. È chiaro che il duro consiste nel superare il grottino iniziale ma, da sotto, sembra che si possa risolvere facilmente agguantando una bella presa. Peccato solo che questa si riveli montata in una posizione sfavorevole e alla fine mi tocca estrarre il cordino. È inutile cercare di nascondere la propria natura: quella, volente o nolente, trova sempre l’occasione per uscire! Ora il più è fatto ma noi non ci accontentiamo. Sull’ultima lunghezza raggiungo la sosta finale ma i metri non tornano: dovrei arrivare quasi a fine corda ma sono sì e no a metà e, siccome la cresta prosegue facilmente - Walter, io vado avanti – nuovamente per testare le fauci dell’orco. Ovviamente la corda finisce e io sono ad uno sputo dalla sosta successiva. Il Walter lascia la sua sosta e chiudiamo gli ultimi metri in conserva. Ma il problema non è certo quello: in fondo non siamo forse intrensicamente caiani? La questione è un’altra: dalla parete a destra non sembra passare nulla (o, almeno, noi non troviamo nessun segno di vie di salita) per cui, se non vogliamo calarci nell’ignoto e rischiare poi di fare la fine del salame in stagionatura, ci tocca tornare da dove siamo venuti. Solo che calarsi da una cresta facile non è altrettanto semplice e soprattutto agevole ma questo è. Così dopo un paio di calate in cui il più grande timore è quello di vedersi proiettati in un mega pendolo in aperta parete, raggiungiamo finalmente i tiri verticali da cui riguadagniamo la base e da qui il parcheggio con buona pace della caviglia del Walter che ringrazia.
Cavallo Goloso
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