CRESTA SUD EST – WEISSMIES
sabato 13, domenica 14 giugno ‘26
L’ignoranza è madre dell’arroganza e la pazienza è la virtù dei forti: si potrebbe condensare così questo fine settimana sul 4000 vallesano. Per una volta mi documento con un certo anticipo, giusto per non cadere dal pero: sfoglio la guida, leggiucchio le informazioni sulla normale e resto combattuto tra sentimenti fortemente contrastanti di delusione e contentezza quando scopro che il primo giorno ci limiteremo a prendere una funivia per poi la domenica completare i 900 metri che ci separano dalla vetta. Due conti rapidi e confido nell’essere a casa già nel tardo pomeriggio ma, soprattutto, mi domando perchè non si sia optato per una salita in giornata. Ed è così che si illudono gli allocchi, quelli che non danno retta ai segnali premonitori, alla chat dove da un’attenta lettura avrei dovuto pormi due domande sulla mia pianificazione. Così quando casualmente incontro il Gabri e il Paolo in falesia il venerdì, il mio castello di carta crolla alla prima controbattuta - Ma noi non saliamo dall’attuale normale... Noi facciamo la cresta sud est... e domani saranno 1200 metri e, più o meno, uguale domenica... - la prospettiva di essere a casa comodamente prima di cena si riduce ad un lumicino impercettibile. Di contro sono soddisfatto nell’aver trovato risposta all’altra domanda che mi attanagliava: ma sabato cosa avremmo fatto? Magra consolazione, un po’ come la cena che ci aspetta per la serata. Ma prima ci sono quei 1200 metri che, di norma, non dovrebbero rappresentare un problema ma che sono una spada di Damocle non sapendo come reagiranno gli allievi e, soprattutto, saranno una bella sfida la domenica durante la discesa dalla cima. Intanto l’avvicinamento in salita miete solo una vittima colpita dai crampi oltre a qualche allievo che probabilmente vive le stesse esperienze di san Paolo sulla via per Damasco ma, tutto sommato, ci si può quasi dire soddisfatti. Quello che invece lascia un po’ perplessi è ciò che ci viene propinato per cena: almeno alla Barre quella specie di pasta insapore rifiutata da tutti mi aveva portato a fare un pieno da anaconda mentre qui, nonostante i sapori discutibili, riesco a malapena a ingurgitare poco più della mia porzione mentre la brodaglia spacciata per minestra e in cui galleggiano pezzettini di verdura un po’ come le particelle di sodio in una famosa pubblicità di un’acqua minerale mieterà l’indomani una serie di vittime costrette a ricorrere agli anfratti più disparati per liberare gli intestini. Poi arriva il momento della sveglia e a me girano già gli zebedei: colazione alle 4 e la gente inizia a rompere alle 3 e un quarto! Ma cosa diavolo (l’espressione al momento è un po’ più colorita) dovete fare? Per di più fuori dalla sala si allunga una fila interminabile e, quando mi trovo davanti al bancone delle cibarie, sono un po’ confuso. Non so perchè oltre allo yogurt con muesli prendo due fette di pane con marmellata: di solito mi scofano pane, burro e zucchero ma questa volta mi sembra di esagerare. Forse sto solo invecchiando. E poi finalmente si parte. I miei allievi si muovono abbastanza bene almeno finchè non raggiungiamo le ultime lingue di neve, fazzoletti morenti di quello che un tempo doveva essere un nevaio fiorente. E lì avrei dovuto subodorare qualcosa: la progressione con i ramponi si fa lenta e, a tratti, a strappi. Poi guadagniamo la cresta rocciosa, leviamo i ferri e torniamo a salire con costanza e buon ritmo. In fondo la salita non è male, ben diversa e più interessante dalle solite pascolate su ghiacciaio di un corso base. Qui almeno si prova a respirare un po’ di alpinismo! Così arriviamo in cima dove il vento sferzante non è un ospite gentile e, senza troppi convenevoli, ci invita a menare le tolle e rientrare da dove siamo venuti. La discesa sulla cresta va decisamente meglio di come avessi potuto sperare a parte il fatto che mi sembra che il percorso si sia un po’ allungato rispetto all’andata. Così appena scorgo l’opportunità di riprendere il nevaio, devio gli allievi verso sinistra all’inizio della lingua bianca. Testo la neve: ha iniziato a mollare, ottimo, possiamo evitare di infilare i ramponi! E invece è una pessima idea: il percorso che mi sarei immaginato di riuscire a superare in quattro e quattr’otto diventa invece una specie di processione del venerdì Santo con i due allievi che scendono con una lentezza quasi snervante. Forse se avessi immaginato quello che ci sarebbe aspettato al rifugio, me la sarei presa più comoda ma, al momento, non vedo l’ora di appoggiare le chiappe su una sedia. Poi finalmente raggiungiamo il rifugio e qui inizia l’attesa perchè la pazienza è la virtù dei forti. Lentamente, una dopo l’altra, le cordate arrivano. E noi aspettiamo. Ma raggiungono il rifugio a spizzichi e bocconi e intanto il tempo passa mentre la prospettiva di arrivare a casa prima di cena si squaglia come la poca neve incontrata in salita finchè finalmente passate le 4 anche l’ultimo gruppetto ci raggiunge. E ora inizia la seconda via crucis verso il parcheggio: ancora attese e attese finchè finalmente il motore inizia a rombare e noi si torna verso casa.
Cavallo Goloso
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