ALETSCH E HANGEBRUCKE – VALLESE      

sabato 24 settembre ‘11


L’espressione “decidere all’ultimo” calza a pennello con la programmazione del sabato. L’idea è quella di ripetere un’esperienza analoga a quella di circa un anno fa sulla Direttissima in Grignetta, solo che questa volta Alessia, Boris e Magalì vorrebbero restare a dormire al Brioschi. Ma, dal momento che le intenzioni sono cosa diversa dalla realtà, i piani vengono completamente rivoltati come un calzino e così verso le 10 di sera ci troviamo a consultare mappe, carte e guide per scegliere l’itinerario dell’indomani.

In realtà Boris ha già un’idea abbastanza chiara e, ad un tratto, estrae il coniglio dal cappello proponendo la sua meta: l’Aletsch! Una consultazione rapida alla cartina e al prezzo delle funivie e la meta è decisa.

Così sabato superiamo la Nufenen per poi scendere verso Briga e raggiungere la funivia che ci porta 800 metri più in alto, praticamente in linea con la lingua terminale della colata glaciale più lunga delle alpi. Il panorama è quantomeno insolito: al nostro punto d’osservazione numerosi chalet si scaldano ai raggi di un caldo sole autunnale, mentre la tenera erbetta dei pascoli si lascia docilmente accarezzare da una leggera brezza. Poco più in là, invece, è il regno dei ghiacci che vomitano acque lattiginose dalle loro fauci scure.

Iniziamo la gita con una discesa verso il ponte sospeso che attraversa la stretta gola incisa dall’impetuosità delle acque. È un passaggio repentino dai tipici prati svizzeri da cartolina verso un ambiente aspro e roccioso per poi superare l’abisso e superarlo su una dondolante struttura metallica. Più in alto la massa scura del ghiaccio ci osserva silenziosa, come rassegnata al suo destino segnato dalle profonde cicatrici che ne solcano i lineamenti.

Al di là del torrente sembra di entrare in un mondo nuovo, sinceramente non mi stupirei di imbattermi in un orso! Il sentiero è più impegnativo come si fosse adattato all’ambiente più aspro: giovani abeti si fanno spazio tra i pietroni che regnano indisturbati sui fianchi della montagna mentre finalmente iniziamo a salire un po’. Man mano che ci allontaniamo dal torrente, il bosco diventa sempre più fitto fino a farsi vera foresta e il frastuono del torrente è sostituito dal bramito di un cervo. L’animale sembra vicino anche se non riesco a comprendere da dove provenga il suo richiamo che sembra provenire ora dall’alto ora dal basso: non mi dispiacerebbe imbattermi nella sua mole ma, d’altro canto, l’idea non mi rassicura granché.

Continuiamo a salire senza imbatterci nel re della foresta e finalmente guadagniamo il crinale da cui inizia la discesa per un sentiero a tratti molto ripido in direzione della diga. Le acque placide del lago sono lo specchio dei nostri pensieri: avevamo sottovalutato la lunghezza del percorso e così abbiamo finito per spingere più del dovuto sull’acceleratore. Ma, d’altro canto, dov’è il gusto dell’andare in montagna senza un po’ di fatica?


Cavallo Goloso


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