TALLIHORN – RHEINWALD      

domenica 12 febbraio ‘11


Ho poco tempo: devo essere a casa nel primo pomeriggio, meglio ancora se arrivo per pranzo, ma ho una voglia matta di sciare. Memore dell’esperienza della domenica passata (perchè errare è umano ma perseverare diabolico), il sabato sera come un vecchio saggio consulto guida e cartina: non mi importa se ho la neve dietro casa, se potrei evitare di mandare in fumo migliaia e migliaia di euro consumando preziosissimi litri di benzina, devo assolutamente evitare di arenarmi in una salita vuota e quindi punto alla Svizzera. Evito anche il luganese per non impantanarmi su qualche panettone insignificante e punto sicuro alla zona del San Bernardino. Scelta la meta, resta da programmare la sveglia. È come fare una manovra economica o come scegliere il gusto del gelato: considero il tempo in auto, stimo quanto impiegherò per la salita e quanto per la discesa, il tutto per cercare di essere a casa alle 2; morale: mi alzo alle 5:30 e poco più di 2 ore dopo inforco gli sci e parto. Ovviamente ho sbagliato il punto di partenza. Nufenen non è certo una metropoli: sono quattro case che si allungano sul fianco del pendio e, ovviamente, lascio la macchina all’estremità sinistra del paese mentre il percorso resta sulla destra. Inizio comunque la mia salita lungo una vecchia traccia in parte coperta dalla spolverata notturna: fa un freddo cane mentre mi muovo all’ombra della mattina dopo essermi stranamente calibrato su un ritmo che impedisca uno svuotamento immediato delle energie, tipo cascata del Niagara. Salgo diritto fino ad alcuni casolari e poi piego decisamente a destra: la traccia compare qua e là ma fortunatamente la neve compatta regge bene il mio dolce peso. E poi, finalmente, sbuco al sole: illuso, attendo il passaggio come fosse un valico tra due opposte realtà; avrei giurato di colare, squagliarmi come un ghiacciolo a ferragosto ma in realtà la maglia termica che, a detta dell’etichetta, dovrebbe proteggere fino a -30 (!), un micropile e l’antivento più, ovviamente, guanti e capello non mi danno alcun fastidio!

Individuo la linea di salita e quindi schiaccio le pelli sulla neve. Inizia a soffiare un vento gelido: lo schermo offerto dalla montagna soprastante non è più efficacie e le orecchie iniziano a congelarsi. Resisto, tengo duro mentre il freddo rende tutto ovattato e la testa inizia un po’ a dolermi (ma forse è solo perchè progredisco come una funivia!); poi lo stupido orgoglio cede e quindi infilo giacca e cappuccio. Sono sull’arrotondato crinale finale: il vento ha lavorato per bene scoperchiando a valle la neve soffice e liberando la catasta di pietre scure della cima. Levo gli sci, li infilo nello zaino e riparto. 2 ore e 30 dopo dopo aver lasciato la macchina, calco la vetta. Ci resto giusto il tempo per scattare qualche foto, cambiare l’assetto e poi mi butto sulla discesa. La neve fa pietà e la mia sciata ne è la perfetta rappresentazione: se continua così, più che sciare mi trascinerò fino a valle. Ma dopo poche centinaia di metri, le condizioni cambiano e, a tratti crostosi e ventati, si sostituisce una piacevole farina: non mi fermo più fino all’auto scodinzolando a manetta e superando un folto gruppo in salita che sbuffa come un vecchio locomotore. Alle 11 la Punto lascia il parcheggio e alle 13, smesse le vesti del Cavallo, calzo il grembiule del Goloso e mi butto nell’altra maratona di giornata: polenta e cervo!


Cavallo Goloso


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