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LAGREV – ENGADINA

giovedì 25 aprile ‘24


Dopo la sveglia del Surgonda, avevo giurato che avrei smesso, invece sono dipendente, non posso proprio farne a meno. O forse dovrei declinare quel “io sono” al plurale perché la Laura mi domanda - Ma il 25 andiamo a sciare? Ma è l’ultima della stagione? - e fa gli occhioni come quando chiedo se possa mangiarmi l’ultimo pasticcino. E, a dirla tutta, non mi spiace nemmeno più di tanto andare ancora coi legni né penso alla sveglia perché alla fine la spinta caiana ha sempre la meglio. Così non resta che vagliare le mete: scartare il Sempione perché il tempo non è dei migliori, eliminare la zona di Montespluga perché l’ideuzza che avrei in mente forse è un po’ troppo e quindi ripiegare nuovamente verso lo Julier. Già ma cosa potremmo fare? La lista del fatto comincia un po’ a riempirsi, d’altra parte quest’anno sembra ci stiamo divertendo a battere una zona fino all’esaurimento. È un po’ come riversare la mentalità colonialista - capitalista nell’alpinismo: spremo le risorse di un territorio fino all’ultima goccia e poi mi sposto da un’altra parte. Così abbiamo fatto nella conca di san Bernardino e, piano piano, sto facendo allo Julier. Quindi alla fine girovago con lo sguardo sulla carta e finisco per finire sempre sullo stesso punto, forse anche perché non ho voglia di impegnarmi troppo a scervellarmi: Lagrev, andremo al Lagrev. Il parcheggio vomita scialpinisti e, se fossero tutti italici, beh, non ci sarebbe nulla di strano ma quando le targhe iniziano ad essere più variegate viene da chiedersi come mai gli altri siano sempre in vacanza. In ogni caso, troviamo un buco nello spiazzo successivo dove lasciamo il Caddy per poi accodarci alla fila che risale il pendio. Ecco, appunto: mi ricordavo una salita molto più ripida. Evidentemente sono talmente vecchio che oltre al ritiro dei ghiacciai, riesco ad assistere anche all’erosione alpina. Per il resto, più o meno, è tutto come ricordavo a parte forse la conca oltre il primo salto di cui proprio non avevo traccia nella memoria. E poi arriviamo al pendio finale, tritato dal passaggio della miriade di sciatori che ci ha preceduti. Siamo caiani (almeno io e la Laura) e l’istinto ci dice che solo la vetta è la vera meta così leviamo gli sci per superare il tratto finale del pendio con la neve troppo dura e liscia (almeno per noi) per poter essere superata in sicurezza dalle lamine. Sopra c’è un panettone; rimettiamo gli sci e ne raggiungiamo la sommità. La cima vera e propria è tutta a sinistra, la cresta finale che la precede intonsa. Solo qualche estremista ha provato a proseguire ma l’idea di dover ridiscendere dal colle (anche se per pochi metri) per poi risalire proprio non mi va. E poi cosa cambia tra qui e là? Sono solo una manciata di metri di dislivello in più e non ho voglia di tutto quello sbatti. Così propongo alla Laura di considerare questo il nostro punto d’arrivo: lei concorda con buona pace dei baffoni padri fondatori del sodalizio e noi ci prepariamo per la discesa che, almeno nella parte alta, ci riserva una neve per nulla malvagia nonostante le arature di chi ci ha preceduti.


Cavallo Goloso


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