GUGGERNULL – RHEINWALD      

domenica 19 dicembre ‘21


Il Tommy mi guarda e con un sorriso sornione esclama: “io non la prendo la seggiovia… ripello…”. Ci penso su un attimo: non va nemmeno a me di prendere l’impianto (anche se sarebbe gratis) ma, d’altra parte, temo che quei nemmeno 200 metri di risalita possano essere la goccia che fa traboccare il vaso o, detto in altri termini, la causa del mio collasso. Ma alla fine non resisto: levo gli sci, incollo le pelli e mi metto all’inseguimento delle code del Tommy che già sta risalendo poco fuori dalla pista. Fin qui, a dire il vero, tutto è andato perfettamente liscio ma il ricordo della fatica patita al monte Lago è un macigno che mi porto dentro e non mi lascia propriamente tranquillo. Così mi metto a salire soppesando il ritmo e sperando che nessun missile terra aria sotto mentite spoglie di sciatore impazzito alle prese con la neve fresca mi centri come al tiro al bersaglio del Luna Park. I momenti di massima tensione sono sotto la coppia di dossi che dobbiamo superare ma, alla fine, tutto fila liscio e ci ritroviamo sani e salvi all’arrivo della seggiovia. Da qui si tratta solo di seguire la pista in discesa fino al parcheggio, una robetta da nulla per due prodi caiani scialpinisti, no? Certo, se non fosse per gli FP (froci pistaioli) che sfrecciano da ogni parte come proiettili: sembra di essere alla roulette russa o sotto una sfilza di seracchi a mezzogiorno; proprio non capisco dove sia il gusto di giocare ai birilli-bocce umani vestendo ora l’uno ora l’altro ruolo ma, d’altra parte, un anticipo di questa emozionante conclusione l’abbiamo assaggiato già la mattina alla partenza.

Al parcheggio, siamo una nota stonata in mezzo alla massa di pistaioli: caiani in mezzo a una masnada di FP si potrebbe dire. Loro belli infighettati con sci e scarponi buoni per la gara di sollevamento dei pesi massimi, noi con i nostri zaini da gitanti e l’attrezzatura che sembra una 500 in mezzo ai macchinoni di New York. Lasciamo silenziosi la massa che probabilmente si domanda cosa diavolo ci spinga a sputare sangue in salita quando c’è un bell’impianto comodo e veloce che permette di guadagnare quota: sarebbe inutile spiegare che a volte è proprio quella fatica che da un senso alla giornata, essersi guadagnati col sudore (letterale e non) la meta. Poi, quasi subito, arriva il momento di attraversare la pista: provo a studiare il flusso degli sciatori ma non c’è nulla da capire, è un caos non standardizzabile eppure ci tocca. Così mi decido, metto il turbo e parto: supero la seraccata di FP e finalmente posso mettermi tranquillo. La mulattiera sale dolcemente inoltrandosi nella valle silenziosa. Ben presto i pendii che scendono dal Guggernull ci si parano davanti ma per arrivare alla meta dobbiamo fare come gli antichi navigatori prima che venisse scavato lo stretto di Panama: ci avviciniamo alla parete del Tambò mentre mi viene una certa acquolina in bocca ripensando allo strudel con la crema di vaniglia per poi svoltare a destra e infilarci nella valle tra le due montagne. Sembra di essere in un forno solare con la stella che ci dà dentro finchè verso la sella arriva Eolo a rinfrescare animi e temperatura. Poco più avanti un altro quartetto risale gli ultimi metri del pendio: riesco a sferrare la zampata poco prima della cima, levo gli sci e poi supero la breve cresta fino alla vicina vetta scovando un comodo angolino riparato dalla fiatella del dio dei venti. Da lì, nel giro di una manciata di minuti, scodinzoleremo lungo il bel pendio che si tuffa nel vallone prima di raggiungere la partenza della seggiovia e trovarci di fronte al dilemma: impianto o ripellata?


Cavallo Goloso


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