TISSI – TORRE VENEZIA      

sabato 17 settembre ‘11


Il problema del meteo è che non ce la si può prendere con nessuno; si può inveire, si può urlare ma, qualsiasi cosa si dica, sono sempre e comunque parole che si perdono nel vento.

Così è stato quando lunedì e poi martedì e mercoledì guardavo le previsioni meteo: bello stabile fino a venerdì pomeriggio, poi piogge nella giornata di sabato e diluvio universale domenica. Ma la cosa più fastidiosa è vedere che poi lunedì torna il sole: insomma oltre il danno, la beffa!

I miei sogni di gloria al Bianco, nati dall’ultimo fine settimana, svaniscono quindi già a metà settimana. Ho il morale sotto le suole delle scarpe: mi vedevo appeso a quel granito rosso, sognavo il bivacco a quelle altezze ma niente, tutto da riprogrammare. Punto allora lo sguardo a est, più che altro per curiosità; lì il tempo sembra meglio (incredibile!) e già mi focalizzo sul nuovo obiettivo: Cassin alla Ovest in Lavaredo. Ma Fabio soffia sulla debole fiammella della speranza: troppo lontano e poi domenica vuole essere con Alex.

Mi trovo quindi a dover programmare di nuovo il week end; resto sempre centrato su Cassin ma, questa volta, alla torre Trieste. Gioco di nuovo la mia carta e inizio a cercare relazioni su internet. Cerco anche di convincere Fabio ma, in effetti, anche su quella via si rischia il bivacco e quindi, sommando alle condizioni dell’amico le previsioni che non garantiscono asciutto per la domenica, devo tararmi per l’ennesima volta: Tissi alla torre Venezia. Questa volta la decisione è presa.

Sono un po’ intimorito: non vorrei impiegare troppo nella scalata e allora infilo nello zaino tra le varie cianfrusaglie anche uno di quei fogli termici oro-argento nel caso di un bivacco improvvisato .

Il viaggio è lungo ma non credevo così tanto: fermiamo la macchina verso le 10 di venerdì sera e iniziamo la nostra salita al Vazzoler con la luce delle frontali. Il cielo è cupo, non si vede la luna nascosta dietro una coltre di nuvole che non promette nulla di buona. Ma non dico niente e continuo a camminare. È caldo, incredibilmente e insolitamente caldo, sembra di essere a luglio! Arriviamo al rifugio che siamo intrisi di sudore; anche le ultime luci della capanna vanno a riposare mentre ci infiliamo nei sacchi a pelo: dormire all’aperto sta diventando una piacevole abitudine e ben presto mi lascio rapire dal mondo dei sogni.

La sveglia suona alle 6 quando l’oscurità inizia a salutare la vallata mentre il cielo è completamente sgombro dalle nuvole. Ci avviamo verso la parete che finalmente ci appare in tutta la sua maestosità; la sua verticalità mozza il fiato, la roccia sale ininterrottamente dalla base alla cima per 500 metri. Sembra quasi un pezzo di burro tagliato col coltello. Non ci penso su troppo e rapidamente raggiungiamo l’attacco mettendo così le mani sulla roccia.

Parto per primo. Sono come invasato: finalmente posso dare sfogo alla mia voglia di alpinismo classico. È un po’ come tornare bambini e trovarsi davanti ad un giocattolo nuovo. O forse sono sempre restato un bimbo e semplicemente non riesco a fare a meno di questo stupendo gioco: se sto un po’ senza, ne sento la mancanza, devo averlo tra le mani, studiarlo, scrutarlo a fondo, farlo mio finchè non finisce e poi pazientemente aspettare che ritorni.

Guadagniamo metro su metro: la roccia è solida e l’itinerario logico e non ci resta che leggerlo nelle pieghe della parete per seguirne il filo che scende quasi a perpendicolo dalla vetta. Raggiungiamo quindi il traverso e poi le nostre relazioni si fanno sibilline; le descrizioni dei tiri non tornano e tanto meno le lunghezze dichiarate. Così saliamo seguendo l’istinto e rassicurandoci nel trovare qualche chiodo qua e là fino a raggiungere la base dei camini finali.

Ancora una volta ci troviamo a strusciare tra le viscere di una parete solo che qui, a differenza del Torrone, saliamo senza grossi intoppi e, dopo poco più di 6 ore e mezza raggiungiamo la cengia sommitale dove termina la via.

Il cielo nel frattempo si è coperto e in lontananza già si sentono i borbottii dei primi tuoni: non ci resta che scendere con una certa rapidità e sperare di scampare al nubifragio. Ma siamo fortunati: il cielo si riapre e così possiamo rimirare le pareti fino a quel momento nascoste e sognare nuove giocate sulla Trieste o, perchè no, sul perfetto spigolo della Busazza.


Cavallo Goloso


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