SELEN – PUNTA TORELLI      

sabato 28 maggio ‘22


Il Walter la butta là sapendo già in principio che non riceverà un rifiuto. È come se qualcuno dovesse offrire una fornitura a vita di gelato: come si fa a dire di no? Visto che la domenica è prevista l’uscita del corso caiano in Valle, perchè non approfittarne per una “sgambata” su qualche parete in quota per poi fermarsi a dormire a San Martino? Carico l’occorrente sul Caddy e inizio ad arrovellare il cervello sulla possibilità di far visita finalmente all’Escudo. Ma il Walter rilancia: val Porcellizzo, maggior dislivello, più fatica e quindi maggiori possibilità di propiziarci le sacre divinità del Cainesimo. È quasi l’abbonamento per un mese alla consegna a domicilio di un vassoio di paste. Così finisce che parcheggio il mezzo sotto gli abeti dopo le terme e con lo zainetto minimale da gita domenicale chiedo al Walter se riusciremo a battere il tempo della Molteni. Lui mi guarda dubbioso: non si sente così in forma e poi quella volta avevamo quasi corso. Così mi metto davanti e inizio a salire regolare. I vari punti del sentiero si susseguono uno dietro l’altro: prima le Termopili, poi la rampa che mi fotte (ho sempre idea che sia più corta della realtà) e finalmente il pianone. Da qui il sentiero è semplicemente infinito mentre Badile e Cengalo sembrano inesorabilmente inavvicinabili: sempre lì, alla stessa distanza, indifferenti alla fatica del buon caiano. Eppure quando arrivo alla Gianetti l’orologio non segna un tempo tanto differente dal giretto al Badile: poco più in alto qualcuno sta iniziando ad attaccare il Dente della Vecchia con lo spigolo della Torelli che si alza subito dietro. È a quella parete cui punta il Walter. Qualche chiazza di neve agonizzante giace a ricordo di un inverno asciutto il cui unico inutile vantaggio sta nella possibilità di trovarsi già da queste parti in questo periodo dell’anno. Scrutiamo la parete e cerchiamo i segni della via finchè il primo fix fa bella mostra di sé sulla placca poco più a sinistra del punto in cui ci troviamo. Parte il Walter, raggiunge la protezione e poi prosegue sempre in diagonale perchè quella sembra la direzione che noi pivelli deduciamo dalla foto. Traversa che ti traversa, il Walter non trova una beneamata cippa di niente: né un chiodo, né un altro spittino o, perchè no?, un cordone. Siamo come la sonda Voyager: sparati nel nulla cosmico. Allestisce la sosta e lo raggiungo. Continuo nella traversata ma arrivo ai confini dell’universo: oltre (sopra la mia testa) è la morte certa, muri verticali (apparentemente) improteggibili, più a sinistra si torna agli sfasciumi e addio Caianesimo Extreme. Così torno dal Walter: è chiaro, la via deve per forza passare a destra, forse la placca nevosa qualche metro sopra il primo (e unico) fix ne nasconde degli altri. Allora navigo da quella parte verso qualcosa che sembra un magico tassello inox. Più mi avvicino più diventa chiaro che sia lui: ritorno sulla linea giusta, salgo qualche metro e trovo la sosta. Sopra c’è il tiro chiave della via. Il Walter mi raggiunge, guarda il muro e poi fa il galante: mi cede nuovamente le corde e io mi ritrovo a decifrare tacche e svasi di questo capolavoro mentre un senso di inquietudine sempre maggiore inizia a trapanarmi in testa. E se non dovessi passare? Abbiamo fatto gli scozzesi sul peso portandoci dietro solo un’intera e ora vedo il rischio che i nodi vengano al petto. Il Walter c’ha l’aggeggio per calarsi dalla singola ma l’idea di usarlo non mi lascia per nulla tranquillo, oltretutto quando l’aveva portato sul Gran Diedro della Marocca avevamo dovuto fare i numeri per liberare le corde sulla doppia. Insomma, la situazione si figura tutt’altro che allegra; non ho che una soluzione: scalare (e incrociare le dita)!

In sosta torna l’Era Glaciale. Il sole se n’è andato dietro lo spigolo e al suo posto ha lasciato Eolo che si è scofanato un pacchetto di Mentos: attendo impaziente non tanto il Walter quanto lo zainetto con pile e guscio mentre perdo calore come un giocatore accanito i soldi alla macchinetta. Più saliamo più è un gioco alla rincorsa del carro di Elio che sembra divertirsi a farsi acchiappare per poi sgusciarci tra le dita viscido e impalpabile. Il tutto continua finchè non esco sulla cresta, proprio alla base delle placca della Mauri Fiorelli: tocca al Walter e poi con un lungo tiro in conserva acchiappo la croce di vetta. Ora resta solo la discesa verso valle poi ci gusteremo la pizza e infine una bella ronfata. Questa almeno è il programma fintanto che l’oste non porta il conto: stiamo sistemando il materiale quando mi squilla il telefono. Gnocche sicuramente non saranno e infatti è il Gabri: domani pare ci voglia l’Arca di Noè per stare in Valle per cui l’uscita è spostata sulle pareti di Machaby e dintorni, là dove l’alpinismo sprofonda nell’abisso, muore e si vaporizza. Mi viene voglia di fare altrettanto ma poi mi faccio forza, guardo i bollini racimolati, mi preparo per il viaggio di ritorno e poi per puntare al funerale all’ovest dell’indomani.


Cavallo Goloso


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