MOLTENI – BADILE      

sabato 19 settembre ‘20


Io: - Amore, esco a prendere le sigarette -

Jo: - Eh? Si... Ok... Le sigarette... - e si rituffa nel più profondo sonno.

LE SIGARETTE?!? La Jo si sveglia di soprassalto: ma lui non fuma! Oh mio dio: ha l’amante! Esce di casa, vola giù per le scale e entra in cantina; scarpette, moschettoni, friend, cordini: manca tutto! Ha ripreso... Maledetta aquila caiana!

I fari del Caddy fendono il buio della foresta della val Masino che, fino ad un attimo prima, si godeva gli ultimi attimi che precedono l’alba; arriva il parcheggio gratuito, prima del ponte sul fiume, ma noi ce ne freghiamo e andiamo oltre: voglio essere il più vicino possibile al sentiero per la Gianetti. Superiamo anche la struttura delle terme e ci fermiamo poco dopo, sotto gli abeti perchè, sostanzialmente, non possiamo proseguire. Apro la portiera aspettandomi di venire preso a schiaffi dall’aria della prima mattina e, invece, fuori fa quasi caldo e la cosa non mi dispiace affatto: forse non rischieremo di rimanere appiccicati sulle rocce della Molteni come la lingua quando si lecca una superficie gelata. Per il momento comunque il problema resta un altro: non imboccare il sentiero per la Omio come per un attimo pare intenzionato fare il Walter e, soprattutto, evitare di ingarbugliarsi con i sassi del sentiero visto che il lumicino rachitico che mi ostino a chiamare “pila frontale” fa la stessa luce di un accendino. Il fatto però ha degli indubbi risvolti positivi: in questo modo (cioè vedendo poco più di una cippa di niente) non mi rendo conto del sentiero che passa sotto le scarpe e così i primi tornanti scorrono quasi come se nulla fosse. Dopo un paio d’orette di tranquilla passeggiata, siamo fuori dal rifugio con la lingua che striscia per terra cercando di recuperare il muscolo cardiaco che saltella di qua e di là sul selciato. Davanti si staglia la mole del Badile, il nostro obiettivo. La proposta del Walter era decisamente irrinunciabile: salirlo in giornata da casa per la Molteni. Praticamente ha riattivato gli istinti repressi, ha trovato la chiave (non che ci volesse molto) per caricarmi. E ora sono qui, ad ammirare questa muraglia prima che la corsa riprenda il suo giro per depositarci dietro le chiappe di una cordata del varesotto. Lasciamo la coppia fare il suo mestiere e poi il Walter parte come un segugio alla caccia della preda. Alla seconda sosta mi viene gentilmente offerto dello spazio dove fermarmi ma la mia sindrome da asociale-milanese mi impone di andare avanti il più in fretta possibile e così passo sopra la testa del tipo e mi metto a punzecchiare le chiappe del capocordata. Il risultato è che i due, evidentemente non venuti per battere un qualche insignificante record di velocità, ci lasciano sfogare e ci cedono la conduzione. Alle placche, il Walter mi confida che ne ha un po’ le scatole piene di questa maratona, più che altro perchè inizia a risentire di questo rincorrerci tra una sosta e l’altra. Non dico nulla solo perchè devo conservare quel filo di fiato necessario per non fare soste con la frequenza di un alpinista all’Everest ma, oggettivamente, ho i polmoni sull’orlo del collasso. Sbuffando quindi come se stessimo cercando di battere il record sui 200 metri, alla fine arriviamo alla sosta del traverso. Tocca al Walter: segue la fissa, raggiunge il chiodo e poi scende brevemente. Finalmente ho capito a cosa servano le negative sul pannello: è tutto finalizzato a scalare questo tiro della Molteni. Fortuna che la maggior parte degli FF-plasticari non lo sappia, altrimenti avremmo trovato la coda già ai Bagni! Il tiro comunque ci permette di rifiatare un attimo in attesa di affrontare le ultime lunghezze che corrono sul filo della (teoricamente) aerea cresta: i dirupi sono infatti avvolti da una massa grigia di nuvole che ci avvolge come batuffoli di cotone lasciandoci intuire solo a tratti il vuoto che ci circonda. Poco dopo mezzogiorno raggiungiamo il bivacco giallo, la nostra boa: temo che le ginocchia possano chiedermi pietà ma forse non hanno ancora ben capito cosa le aspetta e così se ne stanno tranquille ad ammirare le nuvole che rotolano tra Svizzera e Italia. Tutto sommato la discesa si rivela meno impegnativa di quanto avessi temuto e alla fine torniamo al Caddy che non è nemmeno scoccata l’ora del tè e, quando finalmente varco la porta di casa, non manca molto alla cena; Jolanda mi squadra e poi esclama: - Beh, vedo che sei stato veloce anche con “le sigarette”... - E poi arriva la mazzata, l’apoteosi dell’impresa caiana, l’apice della fatica: - Ho voglia di ravioli cinesi; scrostati che poi andiamo a fare la spesa! -.


Cavallo Goloso


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