MOSS RUGGIERO E PIERO GATTI – SASSO DEI CARBONARI      

sabato 20 ottobre ‘12


Alla fine riesco a convincere Fabio: dormiremo vicino alla macchina per poi affrontare l’indomani l’avvicinamento alla parete evitando così di portarci materassino e sacco a pelo fino al Bietti. È talmente umido che dopo pochi minuti il sacco è già bagnato ma non ho modo di soffermarmi più di tanto sulle condizioni della nostra stanza perchè rapidamente cado in un sonno profondo. Dopo una rottura con l’abbraccio di Morfeo e annesso primo svuotamento dell’intestino causa coppia motorizzata che raggiunge l’aspettato desolato parcheggio, il successivo ritorno alla realtà corrisponde alla chiamata ai doveri del caiano: “è ora di alzarsi, sono le 4:30!”. Il cielo è un albero di Natale: milioni di stelle illuminano la volta mentre due frontali penetrano nell’oscurità del bosco. Superiamo il sentiero che oramai conosco quasi come le mie tasche fino ad intrufolarci nella stretta val Cassina e guadagnare la base del Sasso Cavallo intorno alle 7 quando l’oscurità della notte non ha ancora lasciato campo alla luce del sole: non ho mai camminato così a lungo sotto la guida di un fascio luminoso artificiale. Rapidamente imbocchiamo il sentiero verso il rifugio Elisa per poi abbandonarlo appena questo inizia a perdere decisamente quota preferendogli una vaga traccia lungo il prato che scivola dalle pareti del Sasso di Sengg e dei Carbonari. Risaliamo quindi questo susseguirsi di zolle completamente fradice mentre sorrido pensando alla scarsità d’acqua della nostra spedizione che si contrappone allo stato delle scarpe che nemmeno troppo lentamente si stanno inzuppando. Nostro malgrado, ci rendiamo rapidamente conto che sarebbe stato meglio proseguire lungo il sentiero per l’Elisa e poi tagliare in salita verso la parete, risparmiandoci così un’inutile sfacchinata. L’inutile divagazione con annessa perdita di tempo preziosissimo mi lascia precipitare in un momento di totale sconforto: vedo l’obiettivo volatilizzarsi mentre si fa sempre più viva l’idea di un possibile bivacco. Arrivo addirittura a ipotizzare di salire qualcosa al Cavallo ma l’ulteriore spostamento causerebbe solo un insostenibile prolungarsi delle tempistiche e alla fine quindi iniziamo la nostra salita con l’idea che alla peggio potremo tentare una ritirata in doppia, soluzione che pare però la via di fuga dei passeggeri del Titanic. Intanto l’aria sotto le nostre chiappe aumenta sempre più mentre il primo grosso tetto viene rapidamente evitato: nonostante la folla su questa linea deve essere inversamente proporzionale a quella di un negozio alla vigilia di Natale, la chiodatura sui tiri più duri è abbondante anche se la sua età e il suo stato gli danno il pieno diritto ad un posto su un ripiano in un qualche museo d’alpinismo con la conseguenza che quando ci si trova a tirarli, operazione non del tutto rara, si prega ogni santo perché il chiodo non faccia la fine di un dente cariato.

Sono quindi sulla quinta lunghezza mentre mi focalizzo sul miraggio della vicina cengia erbosa quando improvvisamente mi trovo catapultato tra le stie di un allevamento di ovaiole: pur trovandomi sul facile, le condizioni della roccia mi impongono movimenti da bradipo per poter raggiungere l’agognata sosta sperando che nulla mi rimanga in mano o, peggio, si sbricioli sotto il mio peso. Ma ancora una volta il Caianesimo guarda i suoi figli permettendoci così di portare la pellaccia indenne fino al punto in cui abbandoniamo la Moss Ruggiero per portarci sulla più semplice Gatti: infatti pur essendo stati abbastanza veloci e avendo tutto il tempo per uscire ad un’ora più che ragionevole dalla parete, c’è comunque l’insegnamento di Don Quixotte che con i suoi tiri finali decisamente più duri di quanto ci si aspettasse, pende sopra le nostre teste come una spada di Damocle.

Nel nostro caso, lo squalo famelico è l’enorme tetto della Moss Ruggiero le cui affilate zanne lambiscono il percorso da cui dovremmo passare. È il mio turno di capocordata e quello che ho davanti non mi ispira grande fiducia, un muro verticale la cui unica via di salita è un vago e breve diedrino seguito da una netta fessura. Salgo guardingo e, dopo il chiodo alla base, ne scovo un altro lungo il diedro. Esco dalla struttura e raggiungo la fessura per poi abbandonarla traversando verso sinistra fino ad una cengia dove preparo la sosta: il tiro si è rivelato decisamente meno impegnativo di quanto potesse sembrare dal basso ma ora potrei essermi infilato in una via senza uscita facendo così la fine del gatto col topo e immediatamente il felino inizia a giocare con le sue prede mentre provo ad individuare una possibile via d’uscita; nel frattempo Fabio mi raggiunge decidendo che proverà a proseguire sulla sinistra: è la via giusta e noi salutiamo il gatto mentre guadagniamo il lungo canale che ci porta fuori dalla parete a rimirare il versante opposto proprio sopra il Bietti.


Cavallo Goloso


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