INCOMPIUTA – COLODRI      

domenica 27 febbraio ‘22


Il sole inizia ad illuminare la parte sommitale del monte Brento. Fuori tira un’aria fastidiosa: sembra che quest’anno Eolo abbia vestito i panni del vicino impiccione, sempre tra i piedi soprattutto nei momenti meno opportuni. Sono indeciso se scendere dall’auto e fiondarmi a fare la terza colazione e poi tra le braccia della barista (che poi tanto so già non combinerei nulla: mi fermerei alla brioche e poi inizierei a vagare per il locale guardando le foto dei base-jumper) oppure starmene qui con Cece, il naso all’insù a valutare se partire o meno per la parete. Ci sarebbe il problema della discesa: farla al buio nel ravano o scendere dalla comoda mulattiera ma sul versante opposto e poi sperare che qualche anima pia ci raccatti come due mignotte in viale Zara? Forse si potrebbe sperare in qualche sentiero che si spinge verso Dro… Ma ciò che mi assilla di più è qualcos’altro, l’inaspettata colonnina del mercurio che proprio non ce la fa ad alzarsi: mi vedo congelato sulla roccia, come la lingua sul gelido ghiacciolo. Che alternativa potremmo avere? Maledizione a me che non ho tirato su la guida! Ma mi dimentico che c’ho l’enciclopedico qui di fianco. Come un Pico caiano, inizia a snocciolare una sequela di possibilità ma io mi fermo alla prima, l’Incompiuta, una serie di tiri a chiodi da integrare e su difficoltà che si preannunciano l’anticamera per un’appagante ma non mortale lotta con l’alpe. La barista può anche aspettare e, soprattutto, anche la brioche!

La prima lunghezza sembra l’antesignana della Messa in Requiem di Mozart: cordone, chiodo poi nulla, nulla e ancora nulla prima della prossima protezione senza ovviamente alcuna possibilità di integrare. Non mi cago addosso solo perché il freddo mi ha congelato l’intestino. Per fortuna che Cece si immola: io andrei volentieri da un’altra parte ma non saprei dove, il mio cervello ha già cancellato la barista, forse tutto preso a capire come evitare di spappolarsi sulle rocce. Poi invece il primo chiodo provvidenziale si materializza come un inaspettato suggerimento durante la versione di latino. Quindi è la volta del secondo e del terzo. Salvo, Cece è salvo ma anch’io lo sarò… Forse… Ho alle calcagna un’altra coppia di giovani caiani. Mai una gnocca. Ma forse è meglio così: parto con un groppo allo stomaco, dopo pochi passi le mani sono come quelle dell’omino del Lego, buone solo per lanciare da un rinvio all’altro. Sarà una lunga e dura giornata, è come se fosse un continuum con Saronno, come se avessi trasportato la testa dalla salita col Gughi a questa. Spero solo di non crollare come un castello di carta. La fessura si staglia sopra di noi, verticale, nuda (ma non è la barista). Mi appendo i ferri: già ho la mobilità di un gatto di marmo, ora c’ho pure le catene con le palle metalliche. Li userò come una mitraglia scaricandomi come sotto un attacco di diarrea. Inizio a salire, scalo e i friend restano al loro posto. Ne piazzo uno. Poi rinvio un chiodo e mi preparo per superare il passo successivo, il bottone è scattato, raccolgo le sconfitte del Moon Board: lì non mi schiodo, qui prendo le prese e le abbasso come nulla fosse. Ci sono solo alcune differenze: l’inclinazione, le dimensioni di quello che sto afferrando ma l’importante è mettere aria tra me è i due caiani che ci tampinano. Perché non sono due gnoccolone. Poi inizia il diedro, la Cappella Sistina del caiano che c’è in me: mi carico sempre di più, l’universo si rimpicciolisce nella bolla di questa linea e oltre non c’è più nulla. Nemmeno la barista con la brioche. Poi arriva l’ultimo tiro e il cerchio si chiude. Cece esce al sole mentre io aspetto dentro il frigorifero con la temperatura che lentamente ma inesorabilmente cala. Elio col suo carro se n’è andato oltre la parete e al suo posto è tornato quell’aguzzino di Eolo con la sua maledetta otre perennemente aperta. Prima o poi gli procurerò una guarnizione. Finalmente arriva il comando: lascio la sosta e mi metto a inseguire la corda che fila verso l’alto. La metamorfosi in omino del Lego non è ancora compiuta ma sono sulla buona strada: afferro le prese e mi alzo, sempre più vicino alla porta del frigo. Eolo scosta un filo il tappo dell’otre ma oramai non serve più a nulla. Intravedo la coda del carro. Supero l’ultimo tratto strapiombante, le mani che afferrano il labbro della fessura e poi finalmente Elio mi bacia (avrei preferito fosse la barista ma ora va bene pure lui), il frigo si apre e sono di nuovo inondato dal sole, la via sotto le mie scarpe e un’altra piccola avventura intrappolata nella mia otre.


Cavallo Goloso


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