DISCOVERY – FORCELLINO      

sabato 06 novembre ‘10


Sono galvanizzato, spavaldo ma al contempo un po’ intimorito. Con Cece e Marco attraverso lo stupendo bosco di faggi fino alla vetta del Forcellino con un obiettivo ben preciso in testa : risalire alla vetta lungo Discovery dopo esserci calati dalla parete. Il cielo è coperto e la temperatura forse un po’ troppo bassa per scalare, ma almeno non piove, condizione che oramai sta diventando una fastidiosa routine del fine settimana.

Gettiamo la prima serie di doppie in questo baratro con una flebile e forse utopica speranza di poter vedere un raggio di sole filtrare dalle nuvole. Solo il panorama riceve beneficio da queste condizioni: in fondo, verso la pianura, il grigiume ricopre l’antropico paesaggio così che il tutto rassomiglia ad una desolata landa scozzese mentre i vapori delle nuvole si sciolgono lasciando intravedere le alture poco lontane.

Anche l’ultimo sentore di sicurezza sfuma insieme alla corda che scorre via dalla sosta sulla cengia che taglia la parete: siamo ora prigionieri volontari di questa parete, come già lo eravamo stati quando avevamo percorso Astra. Ma il senso di smarrimento e di aver consegnato il proprio destino alla montagna è in realtà ampiamente prevaricato dall’isolamento e dal gusto della sfida: salire dove l’unica soluzione possibile è la scalata. Un confronto tra noi e la parete è comunque ridimensionato dalle caratteristiche di chiodatura della via (come abbiamo potuto costatare durante le calate) nonché dalla faticosa e difficile ma possibile fuga a sinistra della parete.

Ho le mani fredde ma al contempo sudo, contrastante condizione frutto della temperatura della roccia e dell’impegno richiesto dalla scalata. Nonostante il desiderio di salire il più possibile in libera, proprio la scarsa sensibilità delle dita mi costringe a tirare rinvii anche quando molto probabilmente si potrebbe confrontarsi più onestamente con la via. Ma alla fine raggiungo la sosta della prima lunghezza da cui posso recuperare i compagni di scalata. La seconda lunghezza, portata a termine da Cece, è ancora un ripetersi di tirate, per lo meno nel suo tratto più difficile dove una salita in libera sembra molto lontana dalle mie possibilità, indipendentemente da eventuali handicap climatici. Nel frattempo il bravo Marco si rende sempre più conto della situazione in cui è andato ad invischiarsi. Fresco di corso, l’impavido si è totalmente rimesso alla nostra proposta, fidandosi ciecamente delle nostre decisioni che non hanno preso in considerazione la sua situazione di neofita dell’arrampicata. E così, suo malgrado, Marco impara le tecniche per tirarsi fuori dai guai: staffate, tirate di rinvii e quant’altro per guadagnare il bosco sommitale.

Solo al terzo tiro riesco a ritrovare le condizioni per scalare in libera, pur cedendo all’azzero proprio all’uscita in sosta: non riesco a scrollarmi di dosso questo vizio anche perchè il rapido scorrere delle lancette non è motivo per accanirsi sulla libera. Così anche su tutte le lunghezze successive non lesino a tirare arrivando, sul tiro di 7a, a dover piazzare un C3. La protezione non è molto affidabile: provo allora a tirarla delicatamente e sembra tenere. Forte anche dello spit a cui è attaccata la staffa, mi decido a tentare ma, improvvisamente, la protezione mobile si stacca e io mi ritrovo appeso alla corda. Provo allora con una misura un po’ più grossa, senza quasi considerare la possibilità di passare in libera. Il secondo tentativo si mostra vincente e così proseguo la mia progressione fino alla sosta. Il tiro seguente si rivela molto fisico e, bruciandomi sui primi metri, sono costretto a sfruttare abbondantemente le protezioni messe da Cece. Poi è nuovamente il mio turno: parto deciso a unire le due lunghezze finali che si mostrano piuttosto ostiche nonostante il basso grado dichiarato.

Ritorno così al punto di partenza liberandomi dai gioghi della parete che ha richiesto, come unico pegno, il mio secchiello precipitato dalla sosta del terzo tiro: ora non ci resta che attraversare a ritroso la faggeta che all’imbrunire indossa una veste inquietante mentre gli alberi scheletrici vengono lentamente avvolti dalle nebbie.


Cavallo Goloso


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