DANIELLI POHL – PONCIONE DI RUINO      

domenica 03 marzo ‘19


Hai tentato più e più volte di salire l’Urlo di Pietra ma immancabilmente il meteo patagonico si è divertito a consumarti i giorni di ferie? Sei un complottista e sostieni che il luogo dell’allunaggio è in qualche studios di Hollywood? Credi nelle scie chimiche?

Beh, per l’ultima domanda non saprei che dire ma per le altre una soluzione ci sarebbe: prendi gli sci, fai un salto al poncione di Ruino, qualche foto mentre scali sul suo granito rosso e potresti essere al Bianco oppure sul Cerro Torre!

Più o meno è questo quello che ho sognato mentre salivo al pizzo Rotondo poi, terminati i 5 giorni da deportato a Milano, arriva il week end ma il Gughi preferisce tirarsi storto con una festa il sabato sera, il Walter c’ha la morosa tra i piedi e Cece è in fissa con un tiro al Grifone. Ci provo allora con il Gabri e faccio centro.

Al parcheggio non siamo i primi anzi, a ben vedere, potremmo essere annoverati tra i ritardatari. Caiani estremisti! Carichiamo il solito zaino ingrassato come dopo le feste e partiamo: io con sci e scarponi a cui pare nessuno abbia spiegato l’esistenza della forza di gravità, il Gabri con i ferri da stiro del Roma. Poco sopra la capanna Piansecco pare che anche il mio materiale abbia iniziato a intuire qualcosa delle teorie di Newton e in più, oltre alla scenografia patagonica, il regista aggiunge gli effetti speciali con un vento fastidioso che ci schiaffeggia imperterrito: se anche in parete ci saranno queste condizioni, prevedo l’ennesima ritirata fulminea mentre la mia spavalderia inizia a galoppare altrove. Invece, appena girato l’angolo, Eolo se ne va per la sua strada e noi per la nostra.

Prepararsi per la scalata è una delle attività più complesse della giornata, soprattutto se l’imbraco se ne sta in fondo allo zaino: costruisco la piramide del materiale sperando che la parete non se la scrolli di dosso facendola ruzzolare giù dal pendio e quindi mi cimento nella posa della gru. Alla fine anche l’ultima scarpetta è al suo posto e io ho evitato di fare la fine dei ferri se il poncione avesse anche solo starnutito. Ora mi tocca partire. Sono coperto quasi come se andassi a fare cascate e mi aspetto che la roccia possa fare l’effetto del ghiaccio con la lingua. Invece no: la parete è sotto il pestaggio dei raggi solari e, a metà del tiro, la prima scusa per appendermi è che fa troppo caldo ma io sono freddo: paradosso perfetto! Poi mi maledico affermando che oramai il duro l’ho fatto e avrei potuto chiudere la lunghezza a vista, infatti per i successivi fix faccio come l’allevatore con la vacca alle 5 del mattino: mungo l’impossibile e guadagno la sosta. Ogni tanto un po’ di ghiaccio viene giù a farci compagnia. Se fosse un racconto alla Bonatti, sarebbero dei frigoriferi, una mitragliata di neve raggelata e impastata con la roccia che il poncione si scrolla di dosso nel tentativo di liberarsi dei due insetti fastidiosi che hanno interrotto il suo letargo invernale. Invece sono solo un paio di cubetti buoni per un Martini. Poi parte il Gabri già ghisato dalla prima lunghezza e mi mostra come si possa vincere la lotta contro una fessura a tratti svasa. Il quarto tiro è un diedro quasi perfetto. Non so perchè ma mi passano le immagini di quello di Panorama su Forzo, solo che qui l’inculata è alla fine quando, con i piedi in una posizione assurda, mi tocca richiamare tutta la mia super potenza che arriva a bordo di un triciclo. Poi c’è il quinto tiro dove la relazione cita due passi di artificiale. Oramai sono precipitato nel tunnel del caiano liberista (ennesimo evidente paradosso). Ho pure letto “Eravamo Immortali” di Manolo. Così mi salta in mente che potrei provare a scalare quei due fix che sbrilluccicano poco sopra la sosta. L’impresa non sembra impossibile: piede sinistro che spinge contro una specie di fessura. Classico boulder da plasticaro con mano-piede e relativo ginocchio in bocca per andare a prendere una specie di presa obliqua di sinistro che finge di fare la fessura. Bassorilievo con una tacca svasa per la destra e poi ancora ginocchia sopra la testa. L’harakiri non mi riesce ma credo che il passo sia sul 7b. Se fossi maggiormente immortale probabilmente mi farei ricalare, toglierei la corda e tenterei un’altra volta ma non sono certo qui per divertirmi. Per raggiungere la vetta ci toccano due tiri facili dove l’unico rischio, se ancora questo fosse un racconto anni ‘50, è precipitare con qualche televisore appoggiato sulla parete e poi giocare a campo minato con la neve che ricopre le rocce sommitali. Alla fine buttiamo le doppie lungo una linea di cui non conosciamo nulla se non il fatto che, da qualche parte, dovrebbero esserci le soste di calata. Praticamente apriamo le porte alla possibilità di fare la fine dei merluzzi ad essiccare. Invece siamo anche piuttosto fortunati e, senza intoppi, torniamo alla base della parete. Poi, per raggiungere il deposito di zaini e scarponi senza decollare lungo il pendio nevoso, allestisco una sosta di fortuna di cui il Walter, prossimo pataccato, andrebbe fiero e quindi, inforcati gli sci, facciamo il pullman scopa fino alla macchina.


Cavallo Goloso


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