SENTIERO ROMA IN INVERNALE – VAL MASINO      

giovedì 27, domenica 30 dicembre ‘18


Il vento ulula e soffia gelido sferzandomi il volto. Un turbine di neve simile ad aghi mi colpisce con ferocia mentre il cappuccio della giacca sembra un cartonato. Eolo sbuffa. No: quello sono io sul tratto finale del canale verso il passo del Ferro o come diavolo si chiama. Mi volto e faccio il pollice verso a Caterpillar Thomas e Cavallo Pazzo Andre: “torniamo indietro!”. La tempesta picchia duro e gli sci sullo zaino sembrano la vela di un deltaplano. Dietro però pare la pensino diversamente: Cavallo Pazzo Andre corre infatti lungo gli ultimi metri e poi si tuffa a sinistra verso la sella entrando clandestinamente in Svizzera: “oltre la cresta saremo al riparo dal vento!”. Non ci credo minimamente e sono stanco e stufo di questa avventura. Sarebbe la terza volta che alzo bandiera bianca in questi 4 giorni ma oramai dovrei aver capito quanto l’amico sia caparbio. Caterpillar Thomas lo segue come fosse al Mezzalama, giù di corsa per il ghiacciaio della Bondasca fino ad uno sperone roccioso dove la furia dei due folli si arresta insieme alla violenza della tempesta. Non posso che trascinarmi verso il riparo guardando inorridito quello che dovrebbe essere il passo di Bondo, l’unico punto in cui sembra si possa ritornare sul suolo italico, in val Porcellizzo. Sono 4 giorni che ravaniamo e saranno almeno 15 anni e 4 tentativi andati a male che inseguo questo obiettivo, il sentiero Roma in inverno ma se non fosse per la determinazione di Cavallo Pazzo Andre e per la forza di Caterpillar Thomas, Cavallo Goloso Fraclimb sarebbe probabilmente a pascolare in qualche falesia.

Giovedì partiamo in 5, insieme a noi ci sono Gughi il Giovane e Gabri il Pacato Inconsapevole (non che gli altri avessero propriamente chiaro ciò a cui si sarebbe andato incontro). Riusciamo a lasciare una macchina dove era caduta la frana e poi, caricati gli zaini che sembrano i basti dei portatori da spedizione himalaiana anni ‘50, ci avviamo verso Predarossa. Sopra lo Scotti iniziano i cazzi amari e soprattutto una nuova disciplina, lo sci da legna. Già perchè la strada è totalmente ingombra di abeti, una montagna di aghifoglie che dobbiamo scalare per poter guadagnare quota. Poi finalmente arriviamo alla Ponti e ovviamente dobbiamo spalare per liberare l’ingresso del bivacco, una suite simile ad una stamberga decadente con un tavolo in stile arte moderna formato da un tavolaccio che balla la samba sopra una pila di mattoni e sei brande che pare abbiano subito l’assalto di altrettanti lottatori di Sumo. E poi iniziano i rituali: sciogli la neve, prepara il tè, cucina il risotto. Il mio fornelletto brucia gas con la stessa veemenza di un piromane, quello di Gabri il Pacato Inconsapevole sprigiona una fiamma rachitica con una potenza di fuoco simile a quella di un lumino. Tempi duri si prefiggono all’orizzonte soprattutto quando, all’ennesima palata di neve, la bombola del mio fornelletto spira lasciandomi esterrefatto.

Venerdì iniziamo a fare sul serio: l’obiettivo è arrivare a quel nido di topi del bivacco dell’Allievi, un bugigattolo buio e freddo che sta in piedi per miracolo, almeno questo è quanto ricordo dal primo tentativo risalente all’età della pietra. Spariamo su alla bocchetta Roma e poi ci tuffiamo sul versante della val Cameraccio ramponi e picca in mano salvo Cavallo Pazzo Andre che inizia a sfidare il pendio sugli sci prima di ricordarsi di non essere Heini Holzer.

Al Kima Gughi il Giovane e Gabri il Pacato Inconsapevole firmano la resa così restiamo in tre e il fornellino dalla fiamma rachitica, l’unico per il quale abbiamo scorte di gas a sufficienza. Così, come inseguiti dalla mosca tse-tse, Caterpillar Thomas e Cavallo Pazzo Andre fuggono all’istante col risultato che, quando arriviamo al passo di Cameraccio, sono io a suonare la ritirata con la lingua che si ingarbuglia tra gli scarponi. L’orchestra però non smuove i sentimenti degli spettatori e così provo a farli rabbrividire col documentario in presa diretta “Come non sciare: lezione n°1”. I due amici mi vedono infatti perdere quota sci ai piedi aspettandosi da un momento all’altro che il ripido canale si trasformi in un trampolino di lancio col sottoscritto in veste di proiettile e invece, non si capisce per quale insolito fenomeno astrale, arrivo sano e salvo al Manzi dove proseguiamo verso il passo del Torrone.

Il locale invernale dell’Allievi è meno pulcioso di quanto ricordassi: addirittura hanno piazzato un pavimento con un tavolato di legno che ci permette di liberarci degli scarponi mentre, pazientemente, attendiamo che la nostra potenza di fuoco sciolga la neve, scaldi l’acqua e poi si manifesti come novella Vesta riuscendo a rigenerare il gas che, come per la moltiplicazione dei pani e dei pesci, continuerà a bruciare ininterrottamente per tutta la notte.

Sabato è la giornata dei continui cambi di assetto tanto che alla fine non riuscirò più a capire se siano le pelli ad andare sotto gli scarponi o i ramponi sotto gli sci. Appena scaraventati fuori dal bivacco, visto che il mattino ha l’oro in bocca, iniziamo con un ripido canalino sul quale, per evitare di fare l’uomo cannone, preferisco levarmi gli sci; poi al passo dell’Averta, dopo la metamorfosi da inetto e miracolato sciatore a una sotto specie di atleta, torno a fare ciò che mi è più consueto: battere la traccia come non ci fosse un domani. In cima al passo mi sento quindi forte e galvanizzato ma quando terminano le sezioni sciistiche, ritorno nel mio bozzolo depressivo da semi mestruato. Con questo stato d’animo arrivo alla base di quello che dovrebbe essere il percorso per il passo Qualido, una strisciata obliqua che taglia la parete da destra a sinistra. Questa volta parte Cavallo Pazzo Andre ma, dopo pochi metri, è evidente che siamo sul percorso sbagliato: troppo impegnativo e senza la minima traccia di catene. Abbandoniamo quindi il tentativo e, per la seconda volta, il gallo canta e io alzo bandiera bianca ma con gli stessi effetti del Cameraccio. Cavallo Pazzo Andre parte infatti verso monte, certo che là si trovi il fatidico valico: non ne posso più, il mio desiderio di tornarmene a valle e per la sera non dover attendere che la fiammella da cerino sciolga la neve, viene nuovamente deluso. L’amico individua infatti l’accesso e quindi: leva i legni, infila i ramponi, prendi la picca e via! Parte Caterpillar Thomas, dietro Cavallo Goloso, a chiudere Cavallo Pazzo Andre. Poi il secondo passa in testa e, con abile passo di blocco su neve (!), liquida un saltino dove la neve regge come il sottoscritto l’alcool. Inutile dire che riprendo la bandiera bianca e la ripongo ancora una volta in tasca: battere la traccia a piedi su un pendio ripido mi galvanizza come un vassoio di pasticcini. Sul versante opposto si apre la val del Ferro, al centro il bivacco Molteni e Valsecchi: spero proprio che la furia dei due compagni di viaggio si plachi lì per questa giornata. Invece la sosta viene buona solo per la pausa pranzo e poi si riparte con la scusa di andare almeno a vedere dove diavolo inizi il passo di Camerozzo. Questa volta siamo fortunati: individuiamo rapidamente l’attacco ma la botta di culo finisce lì perchè l’accecata dea bendata volta lo sguardo da un’altra parte; le catene sono infatti in gran parte coperte e, in tali condizioni, sarà difficile risalire la parete. Così il piano è presto fatto: oggi libereremo la ferraglia e domani questo maledetto sogno avrà forse una fine. Carico: ora mi sento nuovamente pronto per l’impresa, come un bambino con paletta e secchiello nuovi davanti ad un cumulo di sabbia afferro le picche e inizio a cercare e togliere la catena dalla neve. Progrediamo in questo modo per una quarantina di metri poi mi sento richiamare all’ordine perchè tra poco viene buio. Così ci avviamo verso il bivacco osservando la nostra impresa che sembra un po’ come l’aver cercato di svuotare il mare con un cucchiaino! La linea che dovremmo seguire sale in obliquo verso sinistra per poi tornare verso destra con un percorso infinitamente lungo rispetto ai pochi metri superati. Non ho mai visto l’Eiger ma mi piace immaginare questa sequenza di roccia, neve e ghiaccio come il nostro Orco e, proprio nel mezzo, si trova il Ragno: scovare le catene sotto quella massa di polvere bianca sarà un’impresa titanica, degna forse dello scavo del tunnel del’AlpTransit. Ergo: da lì non passeremo di certo! L’unica alternativa è quindi provare a valicare in Bondasca per poi tornare al suolo italico della val Porcellizzo. Domani vedremo il da farsi.

Domenica nevica e noi ce la prendiamo comoda. Per un attimo ho la sensazione che i due soci mi abbiano rubato la bandiera bianca e si stiano quindi godendo il caldo dei loro sacchi. Dal canto mio, navigo tra coloro che sono sospesi, senza una minima cognizione su ciò che farei: scendere o salire? Salire o scendere? Ficco una mano in tasca e la bandiera è ancora lì. Ovvio! C’era da domandarselo? E infatti alle 9 abbandoniamo la tolla e ci avviamo su verso il pizzo del Ferro Centrale nonché nel gelido abbraccio della bufera.

Ci ritroviamo quindi sotto il passo di Bondo, un obbrobrio di roccia e neve, unica strada per scappare dalla tormenta. Ci prova Caterpillar Thomas ma dopo un po’ di ravano (e oramai siamo al quarto giorno!) la sua benna sembra incepparsi mentre il sottoscritto lo osserva inerme e preoccupato. Cavallo Pazzo Andre scatta: scavalca letteralmente l’apritore superando le prime roccette e poi il breve tratto di neve prima di infilarsi nel diedro che sbuca al valico. Caterpillar Thomas si rianima e lo segue mentre il sottoscritto deve decidersi se fare la fine dell’uomo di Similaun o seguire le orme degli amici. Non vedo alternative e mi tuffo anch’io all’inseguimento. Sulle roccette iniziali me la cavo ma nel diedro mi incastro come une mega friend umano; o meglio: sono i maledetti sci a premere contro le pareti: li sento gracchiare mentre spingo verso l’alto annaspando alla disperata ricerca di un appoggio. Se dovessi scivolare arriverei direttamente a Bondo o, probabilmente, verrei fagocitato da una delle fauci dei crepacci sottostanti. L’uomo di Similaun, appunto. Non capisco contro cosa i legni stiano litigando ma io spingo più forte dei loro attriti e riesco a sbucare col viso a livello del passo. Qualcosa però mi trattiene. Non riesco a spiaggiarmi sull’ammasso nevoso che mi separa dalla val Porcellizzo. Guardo in basso: la dragonne si è attorcigliata tra la fissa e la neve e la picca non ne vuole sapere di passare. Cazzo! Cazzo! Cazzo! L’uomo di Similaun: merda! Maledetta dragonne! Lancio la bacchetta sul minuscolo pianoro di neve soprastante: sarà il segno che fin lì sono arrivato. Poi mi abbasso e provo a liberare l’intrico carcerario. Il vento ulula e mi avvolge insieme ad una fitta coperta di nuvole. Riesco a staccare l’aggeggio infernale e con due movimenti sono sul valico, un infinitesimo ammasso di neve che mi separa dal versante sud. Sotto i miei piedi sprofonda l’abisso con un pendio ripido completamente coperto del bianco e farinoso elemento. Cavallo Pazzo Andre è qualche metro più in basso e, ancora più giù semi avvolto dal letto di nubi, c’è Caterpillar Thomas. “Benvenuto al sud” ma non c’è traccia né di mare né di caldo: mi lascio scivolare verso il basso oltre un saltino nascosto dalla neve e poi scendo all’impazzata a retro marcia. L’uomo di Similaun è sparito, volato via nel vento. Mi sento nuovamente quasi padrone della situazione.

“Fra, cosa c’è sotto?”. In basso non si vede quasi nulla. “Mah, dovrebbero esserci solo sfasciumi. Però non sono mai stato da queste parti”. In alto la scatola gialla del bivacco sembra una presa per i fondelli: tanto vicina quanto apparentemente irraggiungibile. Non che nessuno di noi intenda entrare tra quelle quattro pareti di latta ma, se ce ne fosse la necessità, avremmo probabilmente il nostro bel da fare.

Metto il turbo e sparo verso il basso. Supero Caterpillar Thomas e mi trovo in testa a scendere verso l’ignoto finchè quelli che dovrebbero essere sfasciumi sotto la neve diventano qualcosa di orrendamente più solido. Probabilmente scendere da quei saltini rocciosi d’estate sarebbe una passeggiata ma ora, con neve e ghiaccio, l’impresa pare ben più ardua. Insomma: da lì non si passa. Guardo a sinistra. C’è un grosso roccione oltre il quale non vedo nulla. Qualcosa mi spinge verso quella parte e io traverso. Più mi avvicino, più inizio a scorgere una luce oltre il tunnel. Uno spuntone, un magnifico, stupefacente, meraviglioso parallelepipedo di granito. È fatta! “Da qui possiamo calarci!”. Caterpillar Thomas arriva e con lui la corda. In realtà non ho la minima idea se lo spezzone ci permetterà di superare il salto sottostante: non riesco a capire le distanze, in basso è tutto avvolto in un lenzuolo grigio. Fisso la corda e la butto nell’abisso come singola; le nubi la fagocitano e io inizio a calarmi. Scendo pochi metri ma sono quelli liberatori. Il sogno resta tale, l’incubo invece fugge come la tempesta che più in basso è solo un lontano ricordo. La corda scivola tra le rocce, accarezza una placca e poi si accoccola sul pendio nevoso sottostante. Ora è solo questione di mostrare nuovamente come non si scia, mettersi i legni sullo zaino, infilarsi nel bosco, rientrare dalle Termopili e evitare di spaccarsi l’osso del collo sulle lastre ghiacciate del sentiero poco sopra i Bagni giusto per ricordarsi che sono 4 giorni che stiamo ravanando, quindi correre libero in paese a recuperare la Punto mentre i fotogrammi dell’avventura iniziano a incasellarsi come le tessere di un mosaico liberando un fiume di emozioni.


Cavallo Goloso


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