L'ALTRA FACCIA DELLA GRIGNA – TORRE COSTANZA      

sabato 24 agosto ‘13


Niente caianesimo e alpinismo estremo rendono Fraclimb pazzo furioso!

Niente caianesimo e alpinismo estremo rendono Fraclimb pazzo furioso!

Fine della depressione! Il farmaco fa effetto ancor prima di essere completamente ingerito. Fraclimb è tornato!

La sveglia antidiluviana per andare in Grignetta desta gli istinti caiani anche se oggi dovremo attivare più il lato sportivo che quello del ciapa e tira! Intanto, però, c’è l’avvicinamento che già come antipasto non è mica male: lo conosco oramai a menadito, solo che questa volta non riempirò l’aria con il battere del martello, non ho con me le staffe e non dovrò inventarmi strane evoluzioni per guadagnare qualche misero centimetro di parete. Resta il fatto che sono assatanato: mi divoro l’avvicinamento e poi mi metto in contemplazione della Costanza. Oddio, la roccia sembra un agglomerato di calcare e erba, una specie di bruttona brufolosa imbellettata. Con un velo di dubbio inforco l’imbraco accettando comunque ben volentieri l’invito di Cece a partire da primo. Le scarpe iniziano a mordere la roccia, le dita ad arcuarsi sulle tacche mentre miro la prima ancora di salvezza: se cadessi prima di rinviare, tornerei in un batter d’occhio ai Resinelli. La noia sarebbe poi dover risalire su per ripigliare lo zaino!

In ogni caso raggiungo il primo spit senza che nemmeno un brufolo mi scoppi sotto le dita; d’altra parte la roccia è uno spettacolo della natura: apparentemente brutta e poco invitante, rivela la sua vera essenza man mano che ne si esplorano i meandri. Spalmo e spingo, strizzo e tiro e Cece si allontana sempre di più. Mi fondo con la parete, divento un tutt’uno con la roccia e ogni pensiero si volatilizza nel nulla. Un aggancio di tallone dopo e sono in sosta. La Fisarmonica mi strizza l’occhio dal lato opposto con la sua sosta di calata mentre un’altra cordata si appresta a salire la via del Littorio.

Il vagoncino dell’ottovolante riprende la sua corsa: la sensazione è sempre la stessa e, ancora una volta, viene immediatamente smentita. Cece sale su un altro tiro strabiliante mentre il sottoscritto lo osserva scalare in attesa di passare alla successiva porzione.

Il piatto è nero, scuro come la pece. Afferro un’orecchia, alzo il piede, sbuffo e sono sul piccolo gradino di fianco alla sosta. Osservo la parete e riparto: alcuni lenti e attenti movimenti e sono sotto uno strapiombino. Scrollo le braccia cercando di liberarmi di un po’ ghisa (magnifica sensazione) studio il passaggio e riprendo la mia danza verso l’alto. Allungandomi come l’Ispettore Gadget, cerco disperatamente una presa decente mentre la chiusura estrema mi maciulla il bicipite. Il piede sinistro slitta su una buccia di banana: attimo di panico ma invoco la super potenza che mi salva da una situazione apparentemente irreparabile. Recupero il piede penzolante, mi sollevo e supero l’ostacolo ribaltandomi in una zona più appoggiata della parete. Ho le braccia di legno ma, in compenso, ho superato il passo chiave della via in libera e a vista! Ma con sti due pezzi di marmo, devo ancora chiudere il conto con il resto del tiro, così cercando di squagliare l’acido lattico con alcune vigorose scrollate, mi appresto a raggiungere la sosta: tutto fila liscio e io mi porto a casa una bella e soddisfacente prestazione. Cranna docet!

Intanto bisogna riguadagnare la base della parete e questa passa per un altra lunghezza che ci porta in vetta alla Costanza e quindi una lunghissima doppia fino al sentiero.

Ovviamente la giornata non si può concludere così, quando ancora i rintocchi del mezzogiorno non hanno iniziato a scandire le prime note. Il richiamo della Fisarmonica è alto ma per oggi meglio lasciare perdere e poi, per poter fare dei progressi su quella parete, avremmo bisogno di tempo, cosa che in questo momento scarseggia come i bollini sulla tessera caiana. Così ci spostiamo poco più a destra raggiungendo la base di Zerowatt.

La lavagna grigia sembra promettere bene catturandoci con il suo slancio verso l’alto. Parto accarezzandone la pelle delicata senza però trovare l’armonia e la sicurezza della precedente salita: la roccia sembra sul punto di sgretolarsi ad ogni movimento ma, con la scusa che forse è perchè sono solo all’inizio, continuo la mia delicata ascesa fino alla sosta. Recupero Cece che poi parte per il tiro successivo. È come d’autunno, quando le foglie coprono i bisogni dei cani portando a livelli estremi il rischio suola insozzata. Così è Zerowatt: bella, accattivante nel suo scuro grigiume che poi si rivela solo una patina che nasconde appigli dondolanti, prese che si sbriciolano e appoggi sgretolanti. Salgo senza tirare un rinvio solo perchè sono da secondo e perchè oggi è la giornata della libera estrema. Wenden, arrivo! Ma una caccoletta di roccia che si frantuma sotto il mio pollice dalla forza disumana mi fa precipitare verso il basso.

Sbuffo, sbanfo, picchio pezzetti di roccia dondolanti, squamo questa specie di pasta sfoglia facendone precipitare le briciole verso la base e poi, alla fine sono da Cece. Manca solo una lunghezza che conduce sotto il prato sommitale e la affronto convinto di proseguire con la mia libera estrema. Scalo lentamente i primi metri mentre cerco una porzione di roccia sana: alcuni appigli reggono ma molti sembrano sul punto di sgretolarsi alla prima strizzata. A quel punto ne ho le scatole piene: afferro l’unica presa sicura e mi isso verso l’alto; fine della libera, la super prestazione di giornata si sgretola come un castello di sabbia. Un grosso neo macchia una performance fin lì praticamente perfetta ma, d’altra parte, l’istinto di sopravvivenza (e soprattutto quello di arrivare in cima) è più forte di tutto!

La scorciatoia comunque da i suoi frutti e ben presto ci troviamo alla base del prato, convinti che tra poco dovremo aprire l’ombrello per difenderci dalla sassaiola delle doppie. E invece no: completamente illesi, riguadagniamo la terra orizzontale allontanandoci rapidamente da questa subdola mitraglia.


Cavallo Goloso


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