LAGO DI LICONY – VALLE D'AOSTA
giovedì 14 agosto ‘25
Planaval? Tu la conosci Planaval? La vecchia mi guarda con un sorriso, gli occhi illuminati come se avesse saputo che la dentiera gliela passa la mutua. Io sto ancora cercando di tenere a bada la colazione nello stomaco: resistere al buffet non è mai stato il mio forte e ora tra fette di torte, frutta, uova e succo c’ho il pienone. Tiro fuori il cellulare perchè ovviamente non ricordo il nome della meta che abbiamo scelto dieci minuti fa, giusto il tempo di uscire dall’hotel e raggiungere il paesino subito sopra. Che però non è Planaval. E la vecchia continua ad insistere - Ma non andate a Planaval? - Eccheccazzo! Un attimo che la tecnologia non collabora. Provo a biascicare una risposta - No... Noi andiamo... - Ma il telefono dev’essere ancora spaparanzato sul cuscino. Allora interviene la Elena - No, puntiamo al lago di Licony - Sul volto della vecchia al sorriso beato si sostituisce un velo di tristezza. Come se avesse scoperto che la mutua passa sì la dentiera ma solo agli ultra 90enni. Lei deve essere ancora sulla soglia degli 80. Troppo giovane. Poi però ha uno scatto: si illumina di nuovo - Eh, ma a Planaval ci dovete per forza andare! È troppo bella! Imperdibile! - E poi torna dall’altra giovinastra che l’accompagna e si incammina sulla strada. Non ho ancora capito se stesse cercando informazioni o se il suo attaccamento a Planaval la portasse a compiere un’opera messianica e di condivisione della sua conoscenza. Io però c’ho solo una religione: il Caianesimo! Fatto sta che nei 4 giorni che passeremo in val d’Aosta, gli unici che arriveranno a sfiorare la mitica Planaval, una specie di Atlantide dove scorre latte e miele, saremo all’ultimo giorno io e la Elena nella nostra corsetta mattutina. La Laura e il Samu hanno ben altro cui pensare: sprofondare nei cuscini prima di vestire l’abito della locusta affamata sul tavolo della colazione dell’hotel. Già perchè per una volta ci concediamo il lusso di qualche giorno come gli escursionisti milanesi. Solo che noi c’abbiamo un certo livello e finisce che più che la passeggiata del nonno (o a Planaval) ci spariamo quasi sempre dei girazzi che poco hanno a che vedere con le sgambate dei panzoni mollicci da albergo. Diamo comunque tempo al tempo e con un’alimentazione come quella mattutina pure noi ci adegueremo allo standard. Soprattutto alla forma tonda e molle. In ogni caso, andata via scüra e relativa amica, chiudiamo la macchina e ci avviamo verso il sentiero. E quando ci arriviamo (cioè dopo poche centinaia di metri in cui i bastoncini martellano l’asfalto) chi ti becchiamo? No, nessun esponente del Caianesimo Extreme venuto a godersi uno spicchio della cima del Bianco ma la vecchia messianica! Non so se mi ha preso per un ufficio informazioni o che cosa ma ancora ce l’ha col sottoscritto, questa volta però Planaval non viene tirata in mezzo: il dubbio è su quale sentiero prendere. Sono un po’ stordito, non vedo grandi alternative: o la comoda, evidente mulattiera o la traccia delle mucche che taglia diritto il pendio sopra la strada. Ovviamente l’amica della vecchia si è già inerpicata su quest’ultima scoscesa traccia. Riverso la mia conoscenza e saggezza ma l’ennesimo suggerimento su Planaval non me lo leva nessuno. E niente: la vecchia la sua opera messianica la deve portare a termine. Forse spera che cambiamo i nostri piani così forse anche lei potrà raggiungere il suo paradiso. Beh, il risultato è che il gruppo si infoltisce e a noi ci si appioppa il trio dei vecchi col nonno che si accozza al Samu e, nel giro di 5 minuti, riesce a raccontagli tutta la sua vita lavorativa. L’unico modo per scrollarceli di dosso è quello di sembrare degli abitudinari delle spiagge di Riccione catapultati per caso sui monti valdostani, solo che lo zainetto con tanto di logo della scuola di alpinismo non gioca a mio favore. Così facciamo scivolare via il trio dei pensionati, la vecchia ovviamente in testa a dispensare consigli e al primo bivio speriamo che loro si rechino di là perchè noi dovremo andare di qua. Ci va bene e loro svoltano a sinistra. Credo che se avessero proseguito diritti (tra l’altro in direzione della mitica Planaval), ci saremmo guardati negli occhi e, senza dire nulla per non destare sospetti, avremmo preso per di là! Che poi resta un mistero la scelta della vecchia: forse, in cuor suo, non si sentiva degna, sufficientemente pronta e purificata. Planaval, del resto, richiede un adeguato cammino di espiazione dei propri peccati. E forse è un po’ come una terra promessa: alla fine non ci arrivi mai. Noi prediamo quindi per il nostro lago a questo punto certi che della vecchia non dovremmo più vedere traccia. Solo che il lago non è proprio così semplice da raggiungere. Intendiamoci: nulla di complesso (beh, forse per il panzone molliccio da hotel sarebbe come per me passare un’oretta in discoteca), solo che il dislivello lo si fa tutto alla fine e prima è un continuo dentro e fuori le vallette e sali e scendi tra un versante e l’altro e, ovviamente, se già non brillo nell’organizzazione, possiamo ben immaginare come mi sia preparato tra una fetta di torta e l’uovo sodo. Arriviamo quindi a Licony: non il lago ma il piccolo agglomerato di baite di cui, dai cartelli, mi era sorto il sospetto dell’esistenza. Da lì saranno sì e no altri 7, forse 800 metri. Ovviamente in verticale. Il problema non è tanto quello (nonostante la mollezza nella scelta della vacanza, noi restiamo comunque forti) ma quello che sta sopra le nostre teste. E il Samu, nel suo saggio essere taciturni, commenta - In montagna ci si muove presto, soprattutto se danno pioggia al pomeriggio – Ma, d’altra parte, potevamo forse rinunciare alla colazione? Certo che no! E in fondo su questo siamo tutti d’accordo: è intorno a lei che ruota tutto! Un po’ come intorno a Planaval ruota l’esistenza della vecchia. Solo che per lei resta un mito astratto e irraggiungibile; per noi la colazione invece è qualcosa di certo e concreto. Comunque decidiamo di continuare. Anche perchè con la Laura non avremmo altra scelta. Io invece navigo nel dubbio: se dovesse scatenarsi il finimondo che intravvediamo al Gran Paradiso, beh, saremmo semplicemente spacciati. Il lago alla fine si rivela un meritevole mega fagiolo dai colori cangianti a seconda del nuvolone grigio che passa sopra la nostra testa e la Laura e la Elena ci piazzano le tende: tirano fuori il pranzo (perchè oramai la colazione è un lontano ricordo e noi puntiamo al tondo molliccio) e finchè questo non è finito o finchè un tuono lontano non ci dia la sveglia, si resta qui con le chiappe sull’erba perchè poi a noi piace scendere a rotta di collo (alla Elena forse un po’ meno) e arrivare all’albergo giusto prima che il cielo riversi le sue lacrime perchè noi di Planaval non ne abbiamo voluto sapere.
Cavallo Goloso
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