PIZ TURBA – VAL D'AVERS      

domenica 28 settembre ‘14


Al piz Turba ci eravamo già andati alcuni anni fa ma, eccetto per la lunga piana iniziale, non ricordo praticamente nulla! Già lungo il viaggio sono con il naso all’insù: cerco la parete del Mostro e mi si para davanti un muro verticale di roccia, niente in confronto alla difficile cascata che si forma in inverno! Poi è la volta della falesia dei cascatisti e del pendio che porta alla quota 2880: tutto un altro spettacolo rispetto quando la montagna indossa la veste invernale. Intanto arriviamo all’ultimo paese, una specie di avamposto prima della selvaggia prateria; lasciamo il bus e iniziamo la cavalcata: la piana corre veloce come le nostre gambe lungo la mulattiera finchè il sentiero inizia a inerpicarsi su per il pendio. Il respiro si fa più affannoso, il ritmo cala e i tornanti si susseguono implacabilmente. In pochi minuti ci alziamo dal fondovalle mentre la vetta si staglia all’orizzonte. Guadagniamo una prima sella e poi iniziamo a traversare verso destra. Bastano pochi metri per farci raggiungere uno dei tratti più mal voluti di sempre: la discesa lungo l’ascesa! Non capisco la logica: prima si sale, si sputa sangue e poi si scende, si perdono preziosi metri che poi si dovranno recuperare sbanfando e sudando ancora le proverbiali sette camice. E poi la perdita di quota non pare neanche giustificata: non si passa alcuno sperone roccioso, né alcuno strapiombo; sembra solo che la scelta altalenante del percorso sia stato uno scherzo di chi ha tracciato il sentiero!

Il sali scendi comunque non abbatte gli animi e noi proseguiamo verso la sella da cui poi parte la traccia per la vetta. Il sentiero si snoda quindi tra i detriti dell’antico ghiacciaio deposti come fossero montagne russe; praticamente siamo costretti ancora una volta a scendere e salire lungo le gobbe detritiche prima di raggiungere la rampa finale ma, questa volta, senza vedere evidenti alternative. Ci troviamo quindi alla base dell’ultimo strappo a inseguire una traccia che si mimetizza tra i detriti e si lascia riconoscere solo passo dopo passo; insomma è come se la linea dell’ignoto si spostasse simultaneamente al nostro incedere. In queste condizioni, raggiungiamo la facile cresta terminale dove un vento fresco ci da il suo benvenuto accompagnandoci fino al punto culminante. La vista spazia talmente in lungo e il largo che quasi mi sento turbato per la sconfinata vastità di vette: a ovest lo sguardo è abituato a spaziare verso l’infinito e ciò che mi lascia stupefatto è la vista nella direzione opposta. La vetta domina, da sud verso est, prima la Bregaglia con le sue lavagne granitiche quindi il Disgrazia e poi il gruppo del Bernina. In lontananza poi si scorge addirittura il gruppo dell’Ortles-Cevedale ma non finisce qui: ancora più a oriente spuntano altre vette glaciali che devono certamente essere delle cime austriache, probabilmente nella Zillertal! Incredibile come da qui sembri tutto a portata di mano!

Forse inebriati da questo inatteso spettacolo imbocchiamo un percorso diverso rispetto quello di salita: causa deviazione e pensando di scendere da una lingua di neve che però si rivela ancora troppo ghiacciata, siamo quindi costretti a scendere lungo un ammasso intonso di sfasciumi. L’accozzaglia di pietre sembra aver subito una pesante compressione che favorisce il nostro scivolare fino a farci tornare alla traccia di salita. Poi è ancora la volta delle gobbe fino a ricompattare i ranghi con la Terra di Mezzo in corrispondenza del sentiero vero e proprio lungo il quale rientriamo al bus.


Cavallo Goloso


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