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CAPANNA BIASAGN – VAL DI BLENIO

domenica 05 settembre ’21


Torniamo in Svizzera: da una parte devo placare la lunga astinenza dal vicinissimo parco di divertimenti caiano, dall’altra mi sono impoltronito e se già organizzazione e pianificazione non mi sono mai state simpatiche, ora forse è anche peggio e di mettermi a guardare dove andare, proprio non ne ho voglia. Io esco e vado. Punto. Dove? Boh! Chi lo sa? Ma siccome questo principio porta solo a finire nei soliti posti, di norma la sera cedo a tutto e inizio a sfogliare uno dei tanti vangeli. Questa volta però no: tra una cosa e l’altra andiamo a dormire che non sappiamo nemmeno cosa faremo l’indomani (sacrilegio!) e così è solo al mattino che mi metto a sfogliare il libercolo sperando che la prof mi lasci il tempo minimo per appiccicarmi qualche informazione prima dell’interrogazione. L’oracolo parla e noi andiamo in val Malvaglia, località dal nome poco invitante ma in cui, all’epoca dei protozoi, ero stato con l’alpinismo giovanile. Di quell’escursione ricordo solo la strada: un nastro d’asfalto costruito da una schiera di scozzesi con il quantitativo minimo sufficiente per non far uscire le ruote dell’auto dalla carreggiata. Per il resto i ricordi si mischiano a quelli di altre gite col risultato che la tavolozza è un subbuglio di immagini e idee totalmente indecifrabile. Il Caddy corre così (o meglio sarebbe dire “tentenna”) su per la salita che sembra una gettata su un mare increspato finchè la montagna si erge ripida e verticale come una muraglia. Ho la sensazione di essere sotto il Pelmo: lo so, non centra assolutamente nulla (tutto altro genere litologico) eppure la forma del Piz di Strega (cima che prima o poi dovrò salire) ha un che di rassomigliante con la più nota vetta dolomitica. La Jo parte: sale su per il sentiero e, una dietro l’altra, si lascia dietro le case dei tre piccoli abitati incollati sui dirupi del versante. Siamo a picco sopra il solco della valle che si inabissa sotto i nostri piedi e, dopo la gita alla valle del Salto, finalmente lo sguardo spazia oltre l’albero successivo mentre i monti selvaggi fanno da cinta al panorama. C’è qualcosa di insolitamente intrigante in ciò che sta davanti ai nostri occhi o, forse, è solo la lunga astinenza che tinge tutto di un particolare colore poetico. Poi noi ci infiliamo nel bosco e tutto momentaneamente sparisce. L’unica cosa che non cambia è la pendenza: quella resta praticamente uguale finchè sbuchiamo sotto il pascolo che sta ai piedi della capanna. La mia idea è quella di andare a curiosare, inalare il profumo dei rifugi svizzeri che sembrano più dei piccoli alberghi d’alta quota ma non ho fatto i conti con la serratura e la mia cronica incapacità di comprendere questi aggeggi infernali. Ricordo ancora quando al primo tentativo al sentiero Roma per poco non tiravo giù la porta dell’Allievi non riuscendo a districarne il sistema di apertura! Qui, più o meno, sarebbe potuto capitare lo stesso finchè deduco che qualcosa non debba andare nelle chiavi e torno fuori a respirare l’aria fresca. Passa una manciata di secondi e la Jo è dentro il locale: evidentemente i miei tentativi devono aver sbloccato qualche complesso sistema che al suo tocco è poi velocemente ceduto. L’interno è piuttosto spartano e antiquato per gli standard elvetici ma comunque dotato di fornello, tavolo, sedie e qualche cibaria: un lusso rispetto ai nostri bivacchi! Ma la vera attrattiva resta di fuori e noi ci catapultiamo nuovamente all’esterno tra capre e pecore incuriosite dall’insolito suono da maracas della scatola con la frutta secca. Così finisce che diversi frutti finiscono nelle bocche fameliche delle capre più curiose mentre le pecore si attengono al principio di non fidarsi del cibo degli estranei permettendoci solo di affogare nel nostre dita nella loro calda e compatta lana.


Cavallo Goloso


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