STUCKLISTOCK – MEIENTAL      

domenica 20 marzo ‘22


Sono alla base del canale, il cuore che ancora suona il TUM TUM dopo l’ultima sequenza di curve. Sono sceso con il solito stile Fraclimb, lo stesso che uso per l’arrampicata, quello del gatto di marmo ingessato con annessa sedia a sdraio e gambe che pompano come un DJ il sabato sera (non che sia mai stato in una disco, a dire il vero). Eppure sono soddisfatto, decisamente contento della prestazione. Certo, è mancata la partenza dalla vetta ma quel salto di roccia alla base del primo lenzuolo bianco mi dava l’idea che il tutto si potesse tramutare in un sudario. Così, alla fine, metà canale l’ho sceso a piedi, l’altra con gli sci, prima in derapata e poi, raschiato il fondo del baule del coraggio, mi sono deciso a saltare sulla prima curva: “Oplà! Un applauso al manichino di H&M: perfetto lo stile per un uomo di gesso”. Solo poco prima avevo appena terminato il numero dell’equilibrista sulla cresta affilata che ci ha portato in vetta: non ricordo di essere stato su una lama di coltello così stretta ed affilata, eppure sui primi passi ho provato le stesse sensazioni di un bambino, nessuna remora per quello che sarebbe potuto capitare se avessi perso l’equilibrio. Poi la baldanza collassa, mi ricordo cosa sia la gravità e inizio ad annaspare alla ricerca di qualcosa da afferrare. Non che il Gughi si muova molto più a suo agio, anzi riesco ancora a mostrargli come il suo chiudere 7b si eclissi di fronte al battito dell’aquila del caiano. E poi ora sono qui a contemplare il pendio, il ragazzo che si allontana sci alla mano per cercare un posto in piano dove calzarli. Difficile trovarne uno nelle immediate vicinanze: se non altro sono ancora baciato dal sole mentre lui si sta spostando verso il regno di Mordor, là dove l’astro si è oramai eclissato. Mi metto comodo in attesa, un po’ come dal dottore o in gastronomia, solo che non so quale sia il mio numero. Dall’alto intanto un francese segue le mie orme: oddio, lui sembra una ballerina di danza classica (per lo stile, non per il tutù) e poi è partito dall’inizio. La giuria alza il 10 mentre solleva le ciglia della perplessità guardando il sottoscritto. Mi allontano con la coda tra le gambe sperando che non si vada ad impigliare sotto i legni e poi aspetto che Gughi il pinguino scongeli gli attacchi, pulisca gli scarponi, smadonni un po’ e poi finalmente si decida a scivolare verso il sottoscritto. Correre in salita serve a poco se poi i preparativi per la discesa sono più lunghi della vestizione di Maria Antonietta prima di una festa a Versailles. Eppure essere passati sopra le orecchie dei bergamaschi mi lascia ancora un gusto dolce in bocca.

Tutto è iniziato con l’apparecchiamento del mercato fuori dalla macchina mentre il gruppo di orobici già si avvia verso il pendio, una specie di enigma della Sfinge tra salti di roccia e una cascata che gioca a fare lo zombie. Poi finalmente ci decidiamo a faticare anche noi, il sole che ci scalda decisamente più del necessario mentre lentamente le code di quelli davanti iniziano a materializzarsi. E quando le ho nel mirino, scatta la gara: loro non lo sanno ma io si. Accelero lentamente ma inesorabilmente e ben presto inizio a respirare i gas dell’ultimo fino a raggiungere il resto della combriccola alla pausa successiva. Riesco pure a fare un po’ di pubblic relations, avvenimento più unico che raro e così scopro che la loro meta è il Gross Griessenhorn. Mi chiedono dove siamo diretti e io faccio la solita figura della bambina dell’Happy Meal: - Stucklistock – Di più non so, tutte le mie informazioni si basano sulla linea rossa segnata sulla carta. Il bergamasco mi domanda se saliremo dal canale o dalla cresta o saitudacheparte. Lo guardo: - Un Happy Meal... - solita figura da cioccolataio. Ne sa di più il Gughi, nel senso che quando arriviamo in vista della meta, la riconosce all’istante mentre il sottoscritto inizia a raccapezzarsi con la carta e la fatidica linea rossa del tracciato. Arriviamo così alla base del canale: infilo gli sci nello zaino convinto che magari proverò a usarli in discesa, sicuro che se non dovessi spallarli fino in vetta, rimpiangerei la scelta a vita. Così finisce che mi preparo una succosa polpetta, il “milite ignoto” di mio nonno e un po’ in un modo e un po’ nell’altro, affronto la discesa.

Poi la neve ci mette lo zampino: prima si lascia surfare facendomi credere di essere quasi capace di destreggiarmi nella disciplina ma a metà mi tira lo schiaffo, lo scherzo barbino. Il Gughi continua a scendere col suo stile impeccabile mentre il sottoscritto, sul marmo tritato, si comporta come il gatto dello stesso materiale. Le molle delle gambe entrano in sciopero facendomi diventare il burattino di Collodi. In sostanza è un “si salvi chi può”: scivolo verso valle con la speranza che questa tortura termini quanto prima e mi riconsegni alla breve risalita e alle bancarelle sull’asfalto accarezzato dal sole vicino alla macchina.


Cavallo Goloso


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