ROCCA NERA (GRUPPO DELL'ORSIERA) – VAL DI SUSA      

domenica 31 gennaio ‘10


Sto cogliendo i frutti dell’andare solo in falesia... questa considerazione rimbomba come una cantilena nella mia testa mentre sono preda di una mezza crisi.

Ieri, al Vaccarese, ho chiuso a vista e piazzando le coppie Disavanzo (6c+/7a secondo la guida di Versante Sud, ma sgradato a 6c dal Vitali) e oggi, a circa 3/4 della salita il mio motore inizia a dar segni di cedimento. L’allenamento domenicale, che si sta rivelando ottimale per l’arrampicata, non lo è altrettanto per lo scialpinismo, per lo meno quando il dislivello si aggira sui 2000/2100m e il percorso richiede di essere quasi completamente battuto!


L’auto sfreccia sull’autostrada attraversando la pianura Padana mentre con Paolino e Ucci raggiungo Ale, Davide, Edo, Katia, Lele, Marco, Marialuisa, Marica, Sandro e Tina già riuniti dal venerdì in Piemonte. Le premesse per l’indomani non sono per nulla rassicuranti: la fitta corrispondenza di mail circolate in settimana non ha che gettato le premesse per un bel “palo”; qualcuno avvisava infatti che non si sarebbe mosso per meno di 1600m, scatenando una reazione a catena con dilatazione del dislivello ai 1800m per poi giungere ai 2000m proposti dal sottoscritto. A mettere a tacere tutte queste “sparate” ci pensa però il new local, nonché organizzatore e responsabile di questo gioioso randevoux, che, guida alla mano, arresta le nostre dissennate ambizioni a 1650m.

Rincuorati, dopo aver divorato un’abbondante colazione, imbocchiamo la tortuosa stradina che dovrebbe portarci sui 1200m di quota; ben presto però una coltre bianca ricopre il nastro d’asfalto, aumentando proporzionalmente di spessore con l’aumentare di quota: riusciamo quindi a navigare su questo mare immobile ancora per 2 o 3 Km finché le auto, incastrate nei binari di una precedente traccia, chiedono pietà raspando disperatamente con il fondo sulla coltre gelata. Ora la gita raggiunge la cifra tonda "auspicata" in settimana!

Iniziamo così a risalire la mulattiera, per poi abbandonarla rapidamente per il sentiero estivo dove è necessario batter traccia: sarà questa una costante che ci accompagnerà fino al culmine della Rocca Nera. L’ordine di salita varierà spesso durante l’intera gita e nel tratto iniziale do il mio contributo per il raggiungimento della causa: batto traccia in una neve fortunatamente ancora non troppo profonda imponendo un ritmo che testimonia della mia buona condizione con il risultato che ben presto mi ritrovo con la sola compagnia di Davide.

Mentre lascio la mia firma su questa coltre immacolata vengo preso dalla consapevolezza che quel ritmo non mi permetterà di proseguire a lungo: prima o poi sarò preda di una crisi che mi impedirà la progressione. Nonostante questa reale consapevolezza, proprio non riesco a rallentare mentre stare dietro le code di qualcun altro mi risulta ancora più difficoltoso. Pertanto continuo a tracciare senza tregua fino a raggiungere una ripida valletta che ci separa dal vicino rifugio. Scendiamo sul fondo della stretta cicatrice per poi risalirla sul ripido versante opposto, in un ambiente che ricorda molto le Orobie per l’intrico formato dalla bassa vegetazione.

Non sento ancora alcuna avvisaglia di fatica e, dopo diversi week end passati per lo più tra le nebbie, finalmente posso godere del sole che illumina le vette per me sconosciute che ci circondano. L’ambiente è selvaggio e l’assenza di altri scialpinisti, oltre al nostro gruppo, rende ancora più forte questa sensazione di isolamento. Superati gli ultimi arbusti, la vetta si fa ora più vicina, pur rimanendo nascosta dietro alcune torri poste come a difesa della struttura principale. Nuovamente mi trovo in testa con la sola compagnia di Davide, mentre il mio incedere si fa ora meno spedito, vittima oramai di una crisi imminente. Cedo quindi ben volentieri la testa del gruppo al mio compagno che, come un rullo compressore, continua a salire con ritmo infernale: impossibile stargli dietro e ben presto, lo spazio tra le mie punte e le sue code inizia a dilatarsi. Salendo sulla sua traccia riesco a recuperare qualcosa, ma è solo un abbaglio: in realtà l’unico modo per raggiungerlo è rappresentato da un tratto più ripido solcato da tre canali che ci impone una sosta riflessiva in attesa del resto del gruppo. La tregua è l’ideale per ingurgitare qualcosa, procedura che ho cercato di ripetere regolarmente sin dall’inizio ma, evidentemente, non a sufficienza. Sfogandomi ai danni di una tavoletta di cioccolato, finalmente mi sembra di stare meglio e posso così riprendere la marcia che viene nuovamente interrotta al termine del tratto ripido che abbiamo scelto come via di salita: mi sento nuovamente fiacco, anche se una crisi di fame sembra ormai scongiurata. Non mi restano che circa 5/600m per toccare la sommità e scuri pensieri iniziano ad offuscarsi nella mia mente: penso alla carenza del mio allenamento che imputo ai lunghi week end trascorsi in falesia dove gli avvicinamenti quasi insignificanti non giovano certo all’attività cui sono dedito.

Ma lentamente, mentre raggiungo il punto più alto salito con gli sci, le mie condizioni migliorano: sfilo le pelli più rapidamente possibile, mentre Ale e Davide sono già da tempo avviati alla cima della Rocca Nera e Lele è da poco partito nella stessa direzione. Gli altri preferiscono evitare gli ultimi 100m ma, io, preda di un nuovo stato di grazia, non ho alcuna intenzione di lasciarmi sfuggire quest’occasione. I fantasmi del Tambo che mi avevano attanagliato fino a pochi minuti prima si sono volatilizzati e, quasi correndo, cerco di recuperare la distanza che mi separa dal trio di punta. Facilitato dalla traccia, raggiungo così la croce di vetta giusto il tempo per le foto di rito e quindi iniziare la lunga discesa verso valle.

Mi attardo a scattare immagini delle cime circostanti, entusiasta e nel contempo stupefatto per il panorama che si apre ai mie occhi. Torino è poco sotto i nostri piedi e più in là si apre la vasta pianura: panorama insolito per noi abituati a scorgere dalle vette solitamente battute una distesa di pinnacoli che si staglia a perdita d’occhio. Quasi correndo, inizio la mia discesa raggiungendo i compagni di vetta al “parcheggio” degli sci. Inforcati gli attrezzi inizio subito a scendere verso valle, scoprendo con certa meraviglia, che le gambe, benché indolenzite, rispondono discretamente ai miei comandi, coadiuvate certamente da una neve tra le migliori incontrate in questa stagione. La discesa scorre senza grosse difficoltà fino agli arbusti poco sopra il rifugio, dove la progressione perderà gran parte del suo fascino: nonostante la neve in ottime condizioni e a lunghi tratti in condizione di polvere, la fitta e spesso bassa vegetazione rappresenta un fastidioso ostacolo che viene meno solo lungo i brevi tratti fuori dal bosco e sulla mulattiera.


Cavallo Goloso


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