PUNTA PESCIOLA – VAL D'ARIGNA      

mercoledì 30 gennaio ‘13


Il bello di girovagare per lavoro è che qualche volta si finisce presto... Questa volta sono a Sondalo e sapendo che mercoledì finirò per pranzo e non avrò tempo per tornare in ufficio, carico in auto gli sci e infilo la guida tra la camicia e il paio di calzettoni. Così martedì sera, mentre attendo impaziente e con lo stomaco borbottante l’ora per la cena, eccomi intento a studiare gli itinerari scartando a priori le smaialate e cercando qualcosa che mi permetta al contempo di avvicinarmi verso casa. Alla fine la scelta ricade sulla val d’Arigna e così, sfruttando le potenzialità di google, ricavo da improvvisato amanuense una mappa con le indicazioni per raggiungere l’imbocco dell’intaglio, senza pensare che avrei potuto scaricare le informazioni direttamente dalla mia relazione del canalone Druet!

In ogni caso, con l’acquolina in attesa dell’indomani, mi precipito nella sala da pranzo con la ferma intenzione di alzarmi solo quando sarò satollo per benino. Lo chef ci da dentro ma per riempire la mia autoclave ci vuole ben altro e così provo a ripetermi e a riprendermi con la colazione prima di ributtarmi tra scartoffie, soluzioni e computer. Alla fine l’uccellaccio della pausa pranzo starnazza all’impazzata: yaba-daba-duu! Sfreccio in auto rinunciando all’offerta del pranzo (ebbene si, avete letto bene: declino l’offerta per mangiare gratis!) e mi involo verso la meta. Seguendo la mappa come un pirata dell’Isola del Tesoro, lascio la statale in zona Chiuro per poi attraversare l’Adda passando al cospetto delle ombrose Orobie. Svolto a destra e punto verso il far west e la metafora non potrebbe essere più calzante: per Google Maps qui c’è una strada, per la Signora Realtà qui c’è una distesa bianca solcata da due binari paralleli. Forse sotto la fredda coperta dorme il nastro d’asfalto ma non intendo scoprirlo e, girata la Punto, inizio a salire pensando di aver semplicemente sbagliato la copiatura. Se solo avessi la mia relazione!

Lancio al galoppo i cavalli e risalgo i tornati che si arrampicano sulla montagna: le frazioni si susseguono ma i nomi non tornano, poi finalmente mangio la foglia; sono completamente fuori strada. Rigira la macchina, molla i freni e giù a capofitto a riprendere la statale: la val d’Arigna è la parallela a quella in cui mi trovo e, mentre ne raggiungo l’imbocco, lentamente si scostano i veli della memoria e la scenografia mi appare sempre più chiara. Supero Sazzo e poi sempre più su finchè inizio a dubitare di aver superato il bivio. Ma non è possibile: era in corrispondenza di un tornante, non posso non averlo visto! E allora, schiaccia sul pedale e scatena la potenza finchè il bivio si materializza davanti al parabrezza. Imbocco la stradina che presto si trasforma in una lastra bianca: le gomme fortunatamente fanno un ottimo grip e così con il solo dubbio per la discesa, raggiungo il parcheggio.

Scaricati gli sci, cambio assetto: da impiegatucolo cittadino milanese a puro e duro caiano. Le lamine scintillano sulla neve battuta mentre l’auto si allontana sempre di più; incrocio altri quattro sciatori e poi sono completamente avvolto dal silenzio del mercoledì pomeriggio. Figata!

Sbuco dall’orrido e raggiungo alcune baite mentre il sole inizia a calare dietro le cime; è una gara contro il moto terrestre, il mio incedere contro la rotazione intorno all’asse: il risultato è un pareggio, il sole resta sempre nello stesso punto sparando i suoi raggi prima sugli abeti poi solo sui pendii immacolati mentre il sottoscritto guadagna sempre più quota.

La neve è martoriata; pare un campo di battaglia: miriade di tracce rompono l’omogeneità del manto mentre una netta pista sale verso l’alto. Supero gli abeti e lo sci sinistro si fa sempre più pesante: tolgo lo zoccolo e poi anche sotto l’altro legno inizia ad attaccarsi la neve. Poco male, la vetta è sempre più vicina, anche se appare protetta da un tratto piuttosto ripido che si erge come un fortino a baluardo della torre del tesoro. Stringo i denti e spingo sui quadricipiti: il motore risponde e gli sci scorrono sulla traccia che inizia ad impennarsi. Ora è una miscellanea di linee, un vero e proprio pastrocchio di cui non riesco a trovare il bandolo. In pratica, ho perso la linea di salita, distrutta, smaciullata dalle tracce di discesa e, probabilmente, dall’opera di Eolo. Poco male, improvviso. Solo che l’improvvisazione costa fatica, soprattutto dove il pendio si impenna, tanto che provo a levare gli sci col solo risultato che ho la visuale di un bambino di tre anni. Estraggo le due trivelle e rimetto gli sci raggiungendo finalmente un tratto più pianeggiante e poi la vetta. Un paio di foto, un messaggio per decantare l’impresa e poi via, il botto dello starter decreta l’inizio del divertimento più sfrenato. I pistoni pistonano, le pulegge puleggiano e io perdo rapidamente quota su una neve varia ma sempre impeccabile. Supero tratti polverosi, altri trasformati e diversi tritati ma in un attimo il pezzo ripido è alle spalle. Il cuore sembra la gran cassa di un rocker mentre lo sballo raggiunge l’indicibile: altro che pista, questo è sciare! Tolgo il cappello e dopo un paio di curve mi vedo proiettare faccia a terra. Del resto, se non cadi, significa che non hai spinto al limite. Poco male, il bagno freddo mi inebria e io riprendo a scendere ma, dopo poche curve, lo sci si impianto nuovamente e il sottoscritto torna sulla pista di decollo. Altro atterraggio nella neve mentre sorge il dubbio che tutto dipenda dall’assenza del copricapo. Rimetto lo storico cappellino (devo avercelo da quando ho iniziato le elementari o giù di lì) e torno a far scorrere i legni mentre la stanchezza inizia a farsi sentire. L’ideale sarebbe fermarsi a rifiatare ma sto combattendo contro l’arrivo dell’oscurità e quindi tengo botta e continuo la discesa. Supero il bosco, poi la fontana e le case per poi lanciarmi sulla ripida mulattiera che mi riporta al parcheggio mentre l’oscurità è lungi dal venire: le batterie sono completamente cariche e ora non mi resta che attendere il week end!


Cavallo Goloso


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