TENTATIVO – PLACCHE DI SAN MARTINO      

sabato 24 marzo ‘12


Già mi vedo sudare le fatidiche quattro camice mentre arranco per la parete nel tentativo di raggiungere la sosta. Quando c’è il Luca in macchina è così. Conto comunque di riuscire a tirarmi su confidando nelle placche della via “della morte” che il capocordata mi ha proposto: lo guarderò muoversi con circospezione su quelle lavagne mentre naviga alla ricerca della minima asperità che gli permetta di guadagnare la sosta successiva e poi mi preoccuperò di seguire le corde ben tirate spalmando il piede come la marmellata sul pane.

E invece Luca cambia piani giocando una carta che affonda come il coltello nel burro. Come se mi avesse proposto un banchetto, trova terreno fertile per il suo nuovo programma: salire sulle placche sopra San Martino cercando di raggiungere un fantomatico diedro che si vede dal paese. Col naso all’insù, scruto la parete: riesco appena ad individuare una specie di fessura, eppure Luca pare certo che lassù si trovi un netto diedro; carico lo zaino in spalla e apro la porta della nuova avventura.

Il mio amico, dopo anni di studi e appostamenti, ha individuato un percorso tra quei muri levigati tagliati da scabrose cenge che dovrebbe permetterci di raggiungere la base del nostro obiettivo; risaliamo quindi la strada della cava all’imbocco della val di Mello e poi il successivo bosco arrivando in un’ora circa alla base della parete mentre le case si trovano già 600 metri sotto i nostri piedi.

Come due caiani agli albori dell’esplorazione delle Alpi, imbocchiamo la cengia entrando così nel vivo dell’avventura e raggiungendo rapidamente un tratto esposto dove decidiamo di legarci. Luca conduce la cordata mentre il sottoscritto lo assicura lungo il primo breve ma facile tratto su roccia. Poco oltre, un’altra placca ci sbarra il cammino: toccherebbe al sottoscritto ma senza chiodi né martello mi lascio impressionare dal tracciato e quindi lascio nuovamente la conduzione a Luca. Il tiro non è banale e il capocordata si protegge abbondantemente con i micro friends prima di affrontare l’erba che, più che verticale, sembra quasi strapiombante: gli stage d’arrampicata su erba ripida con Cece danno decisamente i suoi frutti!

Come segugi sentiamo l’odore della nostra preda mentre ci avviciniamo sempre più al diedro; ma l’animale braccato ci rovescia contro l’ennesimo breve tratto su roccia lungo il quale conduco la cordata cercando così di guadagnarmi la pagnotta. Supero la breve paretina e poi raggiungo un piccolo gruppo di alberi sparendo dalla vista del mio assicuratore: davanti ai miei occhi si apre un mare granitico solcato da una vena che taglia la parete in diagonale, sarà quello il punto in cui passare. Lascio la sicurezza del porto e inizio lentamente a salire. A metà riesco a proteggermi con un poco affidabile cordino intorno ad uno spuntone ma, poco oltre, l’assalto si arresta: il passo sembra ostico e non mi va di scivolare su quella lavagna ottenendo gli effetti di una feroce dieta dimagrante e così ritorno alla sicurezza del gruppetto di alberi dove recupero Luca per poi lasciargli l’onore della prima. Lasciato alle spalle il passaggio (che valutiamo sul sesto grado), torno in testa raggiungendo un canale camino che risalgo tra erba, acqua e poca roccia fino ad una cengia spiovente. Il diedro è sparito alla vista, irraggiungibile dalla posizione in cui ci troviamo protetto da uno spigolo che non sembra facilmente superabile: sono le due passate e dobbiamo pensare anche alla discesa; mi sfiora l’idea di un bivacco improvvisato ma valutando l’abbigliamento, la stagione e il fatto che l’altimetro segna circa 1800 metri di quota, scarto immediatamente l’ipotesi. Decidiamo comunque di salire ancora lungo il canale, giusto per curiosare ancora un po’, ma l’ennesimo passo impegnativo blocca la mia progressione costringendomi a lasciare il passo al forte Luca che, ovviamente, prosegue sicuro verso l’alto: la consapevolezza di scalare con qualcuno di veramente forte non è certo uno sprone per forzare e tentare la progressione!

Raggiungiamo così un ridente spiazzo riparato da alcuni abeti dove decretiamo la fine della nostra esplorazione preferendo lasciarci un certo margine per la discesa. Individuato un percorso più diretto e rapido della salita, con alcune doppie riguadagniamo il bosco e la strada della cava. L’ultimo ostacolo è rappresentato solo dai cani a guardia del cantiere ma questi rimangono indifferenti nella loro cuccia mentre due prede caiane sgattaiolano silenziose lungo la mulattiera.


Cavallo Goloso


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