VIA DEGLI SVIZZERI (CON VARIANTE FINALE) – GRAN CAPUCIN      

sabato 1 agosto ’09


Un sogno divenuto realtà. Un obiettivo ambizioso, ricercato, desiderato, inseguito e poi gustato, assaporato in ogni sua sfaccettatura. La roccia rossastra incredibile. Gli incastri nelle fessure diritte e regolari. Un movimento fluido, lento, delicato. E poi la gioia incontenibile: sono a cavalcioni del Gran Capucin!
La guglia si staglia nel cielo azzurro, custodita dalle sorelle maggiori che la circondano. Sua Maestà, il Monte Bianco, è avvolto da un turbinio di nuvole candide. Scorgo i mitici piloni del Freney e l’Aiguille Blanche. Più a destra è la minacciosa Brenva con il seracco pensile indeciso se lasciare l’alta quota per buttarsi sul ghiacciaio sottostante. E l’obelisco del Dente del Gigante, l’Aiguille Verte e i Drus per poi chiudere il cerchio con la torre che sovrasta l’Aiguille du Midi. Mentre mi calo, la mente ritorna alle ultime ore, ai momenti che hanno anticipato l’inizio del confronto, l’attimo in cui le mani si sono posate sul granito del Bianco, in attesa che il cuore possa riversare a cascata tutta la sua contentezza.

L’autostrada è un lungo sentiero d’asfalto che si srotola davanti alle ruote dell’auto. Il cielo è coperto da un sottile strato grigiastro che nasconde la vista del Gigante delle Alpi. Quando entriamo a Courmayeur, il Monte Bianco lascia solo intravedere le sue forme: la possente muraglia che si staglia dai prati della stretta vallata e lì, nascosta ai nostri sguardi e noi possiamo solo immaginarla, pregustarla.
Mi infilo nel sacco a pelo con un certo senso di inquietudine: la giornata di domani porta con sé tutte le incognite di una salita impegnativa. Saremo all’altezza? Non ci stiamo sopravvalutando? Oramai sono in ballo e, se non altro, il lungo viaggio obbliga almeno a buttare il naso sotto al Gran Cap.

Quando usciamo dal rifugio Torino siamo inondati da una forte luce accecante. Il sole illumina la calotta del Monte Bianco circondata da un cielo limpido. In lontananza si scorge la piramide del Cervino e il massiccio del Rosa, mentre il Dente del Gigante si slancia come un grido verso l’alto. Superiamo la punta Helbronner e davanti ai nostri occhi si presenta il Tacul preceduto da una miriade di torri a difesa dell’imponente castello alle loro spalle. Il ghiacciaio brulica di alpinisti che ci superano: la nostra marcia è piuttosto tranquilla, il ritmo giusto per assaporare lo spettacolo che ci circonda, per catturare questi attimi con l’obiettivo della piccola fotocamera, per annusare l’aria dei 4000.
Il Gran Capucin si fa sempre più riconoscibile, inconfondibile con quella specie di copricapo che ne ha decretato il nome. Bonatti è salito proprio da lì, tra quella sequenza di tetti inseguendo una fessura dietro l’altra, alla ricerca del passaggio che lo portasse sulla sommità della guglia.
Con noi sono altre due cordate entrambe condotte da una guida: non soffriremo di solitudine nel percorre la via degli Svizzeri, la più abbordabile della parete. Lentamente ci accodiamo al treno lasciando l’incombenza di cercare la via a chi ci precede.
Cece segue a ruota la cordata francese mentre supera il canale nevoso che conduce all’attacco. Il primo tiro ci scaraventa da uno stato di pura euforia ad una condizione di muto terrore. I secondi si fanno lunghi come ore mentre un grosso macigno rimbalza tra le rocce che ci sovrastano per poi precipitare a pochi metri dal punto in cui ci troviamo. A parte il grosso spavento, non ci siamo fatti nulla, ma uno dei tre francesi che ci precede e che ha provocato la caduta del proiettile si deve essere ferito ad una gamba. Nel giro di pochi minuti, l’elicottero volerà sopra le nostre teste portando via il malcapitato.
Vivamente scossi per il grosso pericolo appena corso, superiamo il primo tiro che ci appare ben più impegnativo di quanto non sia in realtà. Solo lungo la fessura della seconda lunghezza, quando la roccia si fa più compatta, riesco a riprendere una certa tranquillità. Poi Cece attacca la fessura successiva: elegante si alza lungo la spaccatura, poi affronta il diedro che lo conduce in sosta. Seguendo la guida che ci precede, siamo facilitati nell’individuare la linea di salita e, soprattutto, uniamo più tiri in un’unica lunghezza, operazione che ci permetterà di raggiungere la cima in 4 ore e 10 minuti per un totale di 8 lunghezze.
Superato l’impegnativo quinto tiro, è nuovamente il mio turno di capocordata. La roccia rossa offre un’aderenza incredibile, mentre le mani si incastrano nella fessura che intaglia la placca verticale. Il granito è comunque generoso di qualche piccola asperità che mi permette di scaricare il peso sugli arti inferiore, permettendo alle braccia di rilassare la tensione e di posizionare le protezioni. Il tiro è lungo, ma l’arrampicata incantevole, elegante, signorile. La roccia è compattissima e, seppur richieda concentrazione e impegno, mi permette al contempo di godere della scalata che offre il giusto mix di ingredienti che rendono unica ed imperdibile una salita. Mentre recupero Cece, osservo la fessura strapiombante della settimana lunghezza: è completamente all’ombra e trasmette un senso di gelo accentuato dalla pungente brezza che ha cominciato a soffiare. Il mio compagno d’avventure esce provato dal sesto tiro e quindi mi cede nuovamente la conduzione della cordata. Mi infilo nello stretto diedro scoprendo che nel fondo trova comoda locazione una sottile lastra ghiacciata. Sono intirizzito: raggiungo il chiodo e poi il nut incastrato. Riprendo la salita infilando le mani nella fessura finchè la sensibilità inizia a venir meno: striscio la schiena contro la parete alla mia destra alzando i piedi sulle piccole asperità offerte dalla roccia, poi incastro nuovamente le mani in un susseguirsi di operazioni che mi permettano di risalire quel tratto di parete. I friend penzolanti dall’imbrago cominciano a scarseggiare mentre mi allontano sempre più dalla sosta. Un’ultima protezione veloce e poi sono su una piccola cengia al termine delle difficoltà: mi fermo mentre le mani riprendono dolorosamente una temperatura a loro più consona. Poi riprendo la scalata fino a raggiungere la sosta. Non riesco a trattenere il grido di gioia: davanti ai miei occhi sale una facile rampa appoggiata che conduce alla vetta.
E dopo alcuni minuti, incredulo, stupefatto e sinceramente appagato, mi trovo a sedere a cavalcioni del Gran Capucin mentre Cece immortala questo incredibile momento.


Cavallo Goloso


Per lasciare un commento, clicca QUI