SONNENKÖNING – WENDENSTÖCKE

domenica 23 agosto '09


Wenden, un nome che procura un brivido lungo la schiena, rievoca rocce insolitamente compatte su cui innumerevoli tracciati disegnano una ragnatela di percorsi che ne accarezzano le forme delicate all'inseguimento di un buco o di una minuscola asperità che conduca verso l'alto. Le mani fremono, un senso d'impotenza si fa strada nel caos dei pensieri, il cuore sobbalza, poi una stretta di mano, un abbraccio e l'avventura svanisce in un soffio, ma nel profondo rimane intrappolato ogni momento della salita, gli attimi rimangono fissati indelebili, come scolpiti su una grigia lavagna.


Tutta la poesia svanisce quando l'auto sbuca dal tunnel del Gottardo: sfuggiti dall'antro artificiale, siamo ributtati nell'oscurità delle nuvole che divorano l'asfalto. Le loro lacrime bagnano il parabrezza, mentre i tergicristalli iniziano la loro danza ipnotica. La strada del Susten è avvolta in uno spesso e inquietante strato di nebbia mentre io sono facile preda dei dubbi sull'indomani che però preferisco serbare solo per me lasciando accesa una flebile speranza per la domenica mattina. Quando ci infiliamo nei sacchi a pelo, la sottile pioggerellina che ci ha tenuto compagnia ha smesso di tamburellare sulla tenda lasciando il posto ad un'impenetrabile coltre nuvolosa.

Quando, nel pieno della notte, sbuco dalla tenda, sono inondato dal fiume di stelle della Via Lattea: una cometa sfreccia nel firmamento inabissandosi in un mare color pece rischiarato da migliaia di gemme splendenti, mentre inconfondibile si staglia il profilo del Wendenstöcke.


Alle 6 la sveglia trilla: il parcheggio pullula di arrampicatori e in cielo non si scorge una traccia di nuvola. I preparativi sono dettati da un ritmo lento che lasciamo ad attenderci al parcheggio appena ci mettiamo in movimento lungo la ripida traccia. Raggiungiamo l'attacco di Sonnenköning solo dopo un ampio giro attraverso i prati che precipitano dalle pareti verso l'idilliaco fondo valle: ci precede una cordata che seguiremo di sosta in sosta fino al rientro alla macchina. Il primo tiro è mio onere: il Wenden mi introduce alle sue leggi con un aleatorio e scorbutico passo d'aderenza che mi permette di raggiungere la prima protezione salvando le caviglie da una disdicevole caduta. Decisamente non è un'accoglienza amichevole, ma comunque lentamente guadagno metro su metro stupendomi dell'incredibile aderenza delle suole su questa roccia fenomenale. Seguendo l'esempio di chi mi precede, collego le prime due lunghezze arrampicando per quasi mezz'ora su un tiro eccezionale per stile d'arrampicata e qualità della roccia. Tutta la salita sarà condita da questi ingredienti che ci ripagano ampiamente delle 5 ore passate a contatto con questa muraglia verticale.

Pur cercando di salire il più possibile in libera, cedo alla tentazione di qualche staffata alternata ad alcune tirate di rinvio quando proprio non riesco a trovare altre soluzioni. Ma lentamente mi sto convertendo (o cerco di farlo) ad uno stile più liberista che mi permetta, alla fine, di godere del gesto arrampicatorio, lasciandomi ancor più compiaciuto per la linea superata. Non da ultimo, la ricerca della libera è dettata dalla volontà di salire vie più impegnative dove solo scalando si può ambire al completamento.

Ma l'istinto classico rimane vigile e orgogliosamente trova il suo spazio quando una linea più semplice solcata da un'esile fessura si presenta ai miei occhi. Non trovo gli spit e, sviato da quest'istinto primordiale, mi sposto verso il “facile nel difficile”; sperando che la presa non si sbricioli, guadagno il ballatoio da cui una facile traversata mi riporta in sosta. Il risultato è il collegamento di tre lunghezze in una con conseguente risparmio di tempo prezioso, nonché il riaggiustamento degli ordini di capocordata.

Mancano ora solo tre tiri di cui gli ultimi due ci riserveranno alcune sgradite sorprese. Sono sulla penultima lunghezza, da un lato consolato perchè il mio lavoro di conduzione sta per concludersi, dall'altro preoccupato perchè il passo in traverso proprio non vuole riuscirmi. Ho già tentato un paio di volte: spalmo il piede destro e poi il sinistro, prendo un minuscolo appiglio, ma non riesco a trovare l'equilibrio e quindi ritorno al sicuro della nicchia. All'ennesima tastata, scovo un buco rovescio per la sinistra che mi permette di trovare una posizione migliore per l'attraversamento. Tengo una tacchetta con la destra e, dopo un cambio mano, raggiungo una presa degna di tal nome superando così l'infido passaggio. Sono in sosta: la mente lascia volare libere tutte le incognite e i dubbi che roteavano e rumoreggiavano nella mia testa. Manca una sola lunghezza che io affronterò con la corda dall'alto superando il singolo solo con una tirata di rinvio.

La nostra vetta domina la vallata e i pascoli sottostanti, mentre sul versante opposto i ghiacci perenni brillano alla luce del sole. Abbiamo inanellato un'altra stupefacente ed impegnativa salita in un ambiente che ripete per decine di volte le placche del nostro Sasso Cavallo.


Cavallo Goloso


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