CRESTA SEGANTINI E RIFUGIO BRIOSCHI – GRIGNA      

domenica 17 luglio ‘22


Voglio provare un progetto che, alla fine della giornata, chiuderò in una cassaforte sotterrata nella foresta amazzonica in una zona non segnalata su alcuna mappa. Per sicurezza scrivo al Gughi: “ti ricordi quella follia di cui ti avevo parlato in Grigna? Se dovessi riproportela, dammi una botta in testa!”. Parto poco sopra i Resinelli e, dopo anni di frequentazione della Grignetta, finalmente passo dal rifugio Porta togliendomi il cruccio di capire dove sia, vago a casaccio prima di intercettare la Cermenati e quindi spostarmi sull’arcinota Direttissima. Muoversi con uno zainetto minimalista ha i suoi indubbi vantaggi e in poco tempo liquido le scale, il bivio per il Fungo per poi trovarmi alla base del canale dell’Angelina, la soluzione che mi sembra migliore per raggiungere l’attacco della Segantini e che permette al destino di tessere la sua tela. Al sentiero soprastante incrocio infatti una coppia che mi chiede notizie sull’attacco della cresta. - Dovete tornare indietro, verso il colle Valsecchi, più o meno l’attacco è da quelle parti - Ringraziano e mi lasciano passare così io me ne vado sempre più convinto di avere la faccia da addetto dell’ufficio informazioni. Poi il cervello inizia a bussare facendo passare una sequenza di immagini del dialogo appena concluso ma io faccio l’ebete e non colgo nulla. Passa allora al fermo immagine, all’abbigliamento dei due e ad un particolare cui in un primo momento non avevo dato grande peso. Torno sui miei passi e li vedo che stanno ancora confabulando sul da farsi - Scusate, ma la cresta non è attrezzata con le catene... Lo sapevate? - La domanda mi pare del tenore di “dormi?” o “hai tagliato i capelli?” eppure il kit da ferrata che pende dai loro imbrachi non lascia molti dubbi su cosa i due si possano aspettare. - Ah! Ma davvero? - mi fa il ragazzo - Avevo letto che era attrezzata... - - Si: con qualche fittone... ma poi bisogna scalare - - Ah, ok grazie! No, allora andiamo da un’altra parte - Ecco, bravi sarà meglio! E così evito al Soccorso un’uscita per due sprovveduti e lo tengo libero per un mio recupero.

Il passo iniziale della cresta è sempre infido, il III più duro al mondo su strapiombo. Poi proseguo tra un torrione e l’altro facendomi guidare dai bolli sbiaditi, dai fittoni e dalla memoria ma, soprattutto, dall’infallibile istinto caiano. Quello di preservazione invece se ne rimane a dormire. Supero un’altra coppia (questa volta per fortuna senza kit da ferrata!) e lei, tra il terrorizzato e l’esterrefatto mi chiede – Ma, ma... senza imbraco? - - Beh, sono da solo - Che cazzo me ne faccio? Forse potrebbe tornare utile per recuperare il mio cadavere. Così arrivo sotto quella che una volta era la paretina con la scritta “difficile”. Ora non vedo alcun segno e, per di più, la placca mi sembra meno impegnativa di quanto ricordassi. Era un po’ il mio cruccio (insieme ovviamente al III strapiombante) tanto che mi ero tenuto la possibilità si scappare a destra. Invece continuo la mia scalata, esco dalla cresta e raggiungo il LEM in cima. Ora inizia la seconda parte. In realtà l’idea iniziale è già cambiata, tagliata e ridotta perchè molto probabilmente non avrei possibilità di farcela. E, a dire il vero, se forse vedessi dove si trova l’obiettivo di ripiego, lascerei perdere pure quello. Invece il Brioschi, come l’intero Grignone, se ne sta avvolto tra le nuvole. Così inizio a scendere la Sinigaglia e poi prendo la traversata Alta. Da qui è terreno sconosciuto e, a volte, è solo grazie all’ignoranza che si partoriscono e realizzano insane idee. Supero sfasciumi, prati e creste, catene e brevi canalini finchè mi domando dove diavolo sia il maledetto rifugio e se non sia il caso girare i tacchi e lasciare ogni speranza. Invece il Brioschi è poco lontano sempre avvolto nella sua coperta grigia: supero gli ultimi metri e finalmente mi ritrovo al giro di boa, non completamente pronto per ripercorrere il tratto finale del tragitto appena concluso. Eppure mi tocca: giro i tacchi e fino alla risalita finale verso la Grignetta tutto sommato tengo botta. Poi infilo in bocca due nocciole e mi tiro la mannaia in testa. Il “lauto” spuntino ha lo stesso effetto della bagna cauda dopo peperonata e cassöla: mi resta sullo stomaco come una mattonella fritta rendendo l’ultimo tratto un patetico pellegrinaggio espiatorio. In qualche modo mi trascino sulla Sinigaglia dove inizio la discesa mentre giù nello stomaco cominciano a scomporre il macigno, lavoro poi terminato poco prima di raggiungere il punto di partenza.


Cavallo Goloso


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