VIA INCOMPLETA – BUCO DEL PIOMBO      

mercoledì 03 gennaio ‘13


Ultimo giorno di ferie e, ovviamente, il tempo fa piuttosto schifo: nebbioso, uggioso e pure col rischio pioggia. Non ho voglia di fare l’ennesima levataccia e così acconsento ben volentieri alla proposta di Luca. D’altro canto l’amico colpiva sul sicuro: è bastato accennare ad una visita ad una papabile nuova falesia che immediatamente mi si drizzano le antenne. Resto comunque un po’ perplesso, perchè pensare che si possa ancora chiodare nella zona del Buco del Piombo mi pare piuttosto fantascientifico ma mi fido dell’intuizione di Luca e inizio a corrergli dietro. Sarà che sto invecchiando o forse che lui ha più tempo per girovagare per monti, fatto sta che ultimamente stargli dietro diventa una mezza impresa e l’unico aiuto che ho è la brevità del percorso che mi permette di non schiattare agonizzante lungo il sentiero. Raggiungiamo così la parete ma ciò che vedo, pur filtrato da una discreta massa di alberi, non mi pare granchè invitante; lascio però ogni commento alla prossima calata dall’alto mentre raggiungiamo la sommità del salto. Fissate le due corde ad altrettanti alberi, iniziamo la discesa nel vuoto: immediatamente l’altro si rivela un inaspettato pozzo delle meraviglie. Le sue fauci spalancate rivelano una roccia di buona qualità e anche gli appigli sembrano sistemati appositamente per scalare. L’unico problema è la pendenza: dalla base alla sommità si uscirà di circa una ventina di metri e probabilmente sotto il 7b/7c qui non c’è nulla! Appena tocchiamo terra mi preoccupo quindi di garantire a noi poveri caiani-mortali che almeno vengano piazzate delle soste intermedie al termine di quello che Luca definisce lo zoccolo. E comunque parliamo di monotiri che saranno sul 6c/7a. Insomma, la zona sembra decisamente interessante!

Visto quindi il successo torniamo sulla sommità per poi raggiungere la zona della cascata: secondo Luca, la fascia sommitale potrebbe essere buona per spittare alcuni monotiri, con l’unico inconveniente di doversi calare dall’alto. Predisponiamo quindi una lunga doppia da un albero e iniziamo a calarci. Alla fine il verdetto non sarà però sorridente come per la prima esplorazione anche se forse, con uno studio più approfondito, si potrebbero far saltare fuori alcune interessanti lunghezze. In ogni caso, iniziamo a recuperare le corde ma, finito l’effetto elastico, queste proprio non si muovono non volendo neppure sapere nulla del paranco! Quindi alla fine ci tocca risalire per l’ennesima volta per poi tornare nuovamente alla base con un’altra calata, questa volta però dalla sosta di una delle vie che esce in prossimità del salto d’acqua. Morale della favola: siamo ancora alla base della parete! Ma questa volta, ammaliati da una sezione a gocce individuata durante l’ultima discesa, decidiamo di risalire lungo una via a spit ancora non completata a sinistra di Amazzonia Raiders. E siccome Luca vorrebbe fare da primo proprio la placca a gocce, ne consegue che la prima lunghezza tocca al sottoscritto. Parto quindi su roccia non proprio compattissima alla volta del primo spit fiducioso che la situazione, man mano che mi alzo, migliori. Infatti ad ogni passo che faccio, il puzzle si frantuma sempre di più: al solo sfiorare la roccia, Luca è bersagliato da una miriade di piccoli proiettili mentre il sottoscritto si alza sempre più lentamente su questo ammasso di uova; l’apice lo tocco quando un appiglio mi si frantuma letteralmente in mano spedendo pezzi da ogni parte. Nonostante tutto, continuo a salire e a guadagnare uno spit dietro l’altro che, per i parametri della zona, sono piazzati piuttosto distanti. Raggiungo quindi una specie di cengia sopra la quale brilla l’ultima protezione visibile; osservo attentamente ma proprio non scorgo null’altro, forse perchè quella è l’ultima protezione del tiro. Mi sposto quindi nel diedro a destra per poi doppiare lo spigolo ancora più a destra mentre l’ultima protezione mi saluta da una distanza che si fa sempre più abissale finchè incappo in qualcosa di inatteso: una triade di chiodi da far paura che, dopo essere stata collegata, rappresenta l’unica possibilità di rallentare una possibile rovinosa caduta. Riprendo quindi a salire scalando su alcune infide selci sperando che queste non decidano di sbriciolarsi per poi ribaltarmi finalmente sulla cengia con la sosta. In definitiva, la totalità di pietre lasciate cadere su questi 20 metri, non corrisponde a tutti i sassi che ho fatto cadere nella mia lunga carriera alpinista! Il che è tutto dire!

Sopravvissuto indenne alla roulette russa, lascio al divertito Luca la soluzione della seconda lunghezza: senza nemmeno toccare roccia ma dedicandosi al tree climbing sulla pianta che spunta dalla cengia, l’amico raggiunge il secondo spit per poi decidere di abbandonare l’impresa. Ebbene si, Luca ribatte: in effetti la polvere e la terra presenti sulla parete non permettono praticamente di scalare e la prospettiva di un altra lunghezza che riservi emozioni simili alla precedente non va giù al capocordata. Ho come un moto d’orgoglio (o sarebbe meglio dire di pura pazzia?) e mi offro per proseguire al suo posto ritrovandomi così nuovamente con la rivoltella puntata alla tempia. Solo che questa volta il caricatore è pieno solo per metà e così, utilizzando ogni mezzo, supero indenne la porzione di parete sporca e raggiungo la fantomatica placca a gocce. Due, forse tre movimenti e sono alla sosta: la placca è finita! Decisamente un’ottima scelta: circa 50m con la falce della morte a sfiorarti l’ugola per poi salire 4 o 5 cazzutissimi metri su roccia bella!

La via finisce qui ma la parete prosegue con il diedro, nonché ultimo tiro, della via dei Quarantenni che inizia proprio dove muore la nostra sporca sassaiola. La lunghezza è data 7b e, per non rovinarmi la super prestazione di Cranna, lascio le redini della cordata a Luca che supera, ovviamente in libera, le difficoltà nonostante alcune prese bagnate. Appunto, nonostante alcuni appigli non fossero in condizione: è solo per quel motivo che il sottoscritto, da secondo, sbuffa, tira, si dimena ma alla fine deve afferrare un paio di rinvii!

E così per la terza volta e mezza (considerando la risalita sopra la grotta) siamo nuovamente in cima al salto di roccia per poi rientrare, questa volta con un paio di doppie, alla base: per oggi può anche bastare!


Cavallo Goloso


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