FREUDE HERRSCHT – RATIKON      

venerdì 03 e sabato 04 giugno ‘11


Sembra quasi che il tempo si stia divertendo a fare le bizze proprio in corrispondenza del ponte del 2 giugno ma, del resto, dopo la siccità dei mesi scorsi, un po’ di acqua non guasta, sempre che poi non cominci ad eccedere facendo rimpiangere la siccità! Tempo brutto o bello, io e Micol vogliamo sfruttare la nostra tendina e così eccoci alla disperata ricerca sulle carte meteorologiche di un simbolo diverso dalle goccioline d’acqua. Il tutto poi deve corrispondere ad una zona dove sia meritevole scalare. Insomma, abbiamo di fronte un bel rompicapo che riusciamo comunque a dipanare optando prima per le montagne intorno a Sion e poi, viste le ultime previsioni, per la zona del Rätikon e, precisamente, per la vallata di Kublis dove iniziamo la nostra vana ricerca di un parcheggio gratuito: tutti gli spiazzi sono però assediati da temibili macchinette succhia soldi e, tra l’altro, non abbiamo con noi nemmeno un franco! Alla fine non ci resta che prendere atto della situazione e cedere al salasso accostandoci al vampiresco oggetto almeno per avere una vaga idea di quanti reni dovremo mettere in vendita per fermarci due giorni. Subito una buona notizia: il piccolo Dracula riceve anche gli euro. Ottimo! Ma la seconda novità è ancora meglio della prima: il cambio applicato è decisamente a nostro favore e così alla fine con solo 3,50€ potremo lasciare la vettura fino alle 18 del sabato!

Parcheggiamo l’auto e, sobbarcatoci il materiale per la scalata, ci dirigiamo al laghetto soprastante e quindi alle favolose pareti sotto una nuvolaglia che gironzola a destra e a manca senza riuscire a ripararci dalla calura del sole. Per l’occasione, scegliamo una via semplice, per e un certo e insolito timore riverenziale nei confronti delle difficoltà dichiarate, e di soli quattro tiri, confidando nella qualità della roccia. Ma, nonostante l’ambiente idilliaco e la scalata plaisir, non voglio farmi perdere un po’ di sana lotta con l’alpe e alla fine optiamo per una via che sale vicino ad una strisciata bagnata, credendo di riuscire ad evitare di lavarci. Salgo i primi metri accostandomi sempre di più alla lingua d’acqua finchè sono costretto a percorrerla per raggiungere lo spit successivo: gli appoggi e gli appigli sono comunque generosi e, nonostante le scarpe completamente bagnate, salgo senza problemi. Poi il tiro si va ad infilare in una specie di canalino chiuso da un piccolo tetto caratterizzato da un continuo stillicidio che mi costringe, ben presto, a lottare con i salmoni. Poi, finalmente, Micol può raggiungermi arrivando anche lei umidiccia alla sosta dopo aver superato una breve ma stupenda placca completamente incisa dall’acqua: sembra quasi che qualcuno si sia divertito a pettinare la roccia prima che questa si solidificasse! Saliamo ancora una lunghezza e poi, fine fine, inizia a scendere una fastidiosa pioggerella. Ci fermiamo un momento per valutare il da farsi ma poi desistiamo e iniziamo la nostra discesa per poi essere beffati dal ritorno del bel tempo.

Non ci rimane che gustarci nuovamente il caldo sole scendendo in direzione del piccolo lago ma, proprio mentre stiamo per riprendere il sentiero principale, ecco suonare la sigla di Quark: le marmotte sembrano spuntare come funghi e immediatamente vengo preso dalla sindrome del giapponese naturalista, così mi ritrovo ad avvicinarmi con passo felpato ai piccoli mammiferi scattando ripetutamente una foto dietro l’altra. Prodezza delle digitali! Resto a caccia del miglior scatto per un tempo geologico e poi, dopo essere riuscito ad arrivare a meno di 5 metri dall’oggetto del mio obiettivo, riprendo la discesa verso valle.

Dopo il periplo del lago è il momento di tornare alla macchina anche perchè lo stomaco inizia a brontolare: il parcheggio è quasi vuoto e noi abbiamo tutto lo spazio per tirare fuori la nostra mercanzia e colonizzare la maggior superficie possibile. Abbiamo di che sfamare un reggimento: una dose generosa di pizzette e salatini seguita da un salame nell’attesa che cuocia la pasta. Il campeggio è l’arte dell’arrangiarsi e dell’adattarsi: la pentola è appena sufficiente per il mezzo chilo di maccheroni ma alla fine riusciamo a far cuocere omogeneamente tutta la massa con il risultato ci tocca fare una breve passeggiata digestiva prima di infilarci nel caldo torrido dei sacchi a pelo.

Il risveglio mattutino è cosa lunga, soprattutto se non hai programmi ben definiti e, l’unica certezza, è legata al fatto che non potrai gustarti il té perchè, la sera prima, la padella ha preso il volo (o meglio il fiume) per il mare del nord. Venerdì avevo però individuato un interessante altopiano dalla morfologia tipicamente calcarea: non mi dispiacerebbe andare a farci visita e così propongo a Micol di passare ancora sotto le pareti per poi dirigerci verso il vicino passo e vedere cosa ci sia oltre. Con lo zaino decisamente leggero, raggiungiamo facilmente un paesaggio lunare: il piccolo altopiano è caratterizzato da numerose forre delimitate da continue alternanze tra rocce calcaree e soffici prati alpini. Vaghiamo come due avventurieri senza sapere quanto possa distare il passo fino a raggiungere il cartello indicatore per una capanna del club alpino austriaco. L’Austria è così vicina? Mi sembra quasi incredibile (ma sarebbe stato sufficiente dare un occhio ad una cartina) e ho già in mente la nostra nuova direzione. Camminiamo di buona lena fino al cartello che segna il confine passando così clandestinamente su suolo austriaco ma rinunciando a raggiungere la capanna a causa dell’ulteriore incupirsi del cielo. Purtroppo la batteria della macchina fotografica ci ha lasciato già da alcune ore così non possiamo catturare le bellezze del panorama che si aprono davanti ai nostri occhi: il paesaggio pare più dolce, meno angusto, forza del cambio litologico rispetto la zona dove ci troviamo.

Le nuvole corrono come cavalli impazziti e così preferiamo girare i tacchi il più rapidamente possibile nel vano tentativo di risparmiarci una lavata alla quale seguirà nuovamente un incerto sole: prodezze del clima montano che ti costringe prima ad infagottarti come un eschimese e poi a scoprirti come un bagnante. Poi arriva l’ora del pranzo: ci fermiamo in prossimità di un paio di marmotte beffarde che si divertono a giocare a pochi passi da noi. Nonostante i tentativi, non riesco a scattare nemmeno un fotogramma ma, probabilmente, se così non fosse stato, i due simpatici animaletti non si sarebbero divertiti così tanto a gironzolarci attorno. D’altro canto, come se ce ne fosse bisogno, la mia spinta documentaristica sarà un’ottima scusa per tornare da queste parti.


Cavallo Goloso


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