EVERYBODY NEEDS CAIANESIMO EXTREME – CORNO DI MACESSO      

sabato 07 luglio ‘12


“Autotrasporti Fraclimb.com?” “Come, prego?” “Mi scusi: servizi di facchinaggio di bassa lega Fraclimb.com?” “Si, ma...” “Ci sarebbe un carico per il rifugio Gnutti, val Miller e poi si vedrà” “Ma, ma... come? Cosa significa?” “Ah, è compreso anche il servizio di autista; le spese di vitto sono a vostro carico. Grazie e a sabato”.

L’unica rassicurazione di Luca è che sta volta non ci sarà da smadonnare: va bene errare ma perseverare è diabolico, così mi sincero di non andare a ripetere l’epica parancata della Fiamma d’Autunno e mi appresto alla nuova avventura.

L’anticamera é una lunga e stretta stradina che si addentra nella foresta del massiccio dell’Adamello ma il parcheggio é praticamente pieno ad eccezione di uno spazio per la rombante Punto che termina così la sua sferragliante corsa. L’impresa di facchinaggio può iniziare il suo lavoro: le gambe hanno così modo di scaldarsi per bene lungo la mulattiera che dolcemente si addentra verso l’ignoto; nulla lascia figurare quello che sarà il percorso successivo anche se, avvicinandosi alla muraglia che chiude la vallata, ai due iniziano a sorgere i primi sospetti. Dopo aver succhiato e gustato lo strato caramellato, la pillola rivela il suo vero gusto misto tra amaro e rancido: una verticale salita a gradoni formata da una successione di tornati che, a scapito di un polmone e di ritmo cardiaco degno di un martello pneumatico, porta i due uomini di fatica alla vista del rifugio Gnutti. A dire il vero, la prima cosa che scorgono ha le fattezze di una croce con tanto di tetto a mo di riparo ma, appurato il mancato trapasso, i loro occhi si posano sul primo e vicino obiettivo.

Il livello di fiducia è ai massimi storici: entriamo nel rifugio e il sosia di Ueli Steck ci espone l’elenco dei prodotti locali: “Dietro al rifugio ci sono delle interessanti placche a spit”, lo guardiamo come il professore che, dopo aver chiesto se Cristoforo Colombo sia lo scopritore dell’America o il tenente di un famoso telefilm, si sente rispondere: “Ha forse scoperto l’America?”. Il record man prosegue: “Se no ci sono le placche in fondo al lago, anche quelle a spit”, lo sguardo è come quello dell’aguzzino quando si sbaglia la seconda risposta su tre. Il ragazzo deglutisce amaramente e spara l’ultima cartuccia: “Se no ci sono le vie alla terza torre del Miller, però quelle sono salite diverse, più alpinistiche”, e che cavolo! Ci voleva tanto? Steck capisce finalmente di non aver steccato e un sorriso gli si stampa in volto mentre Luca passa alla domanda seguente: “Ma invece quei diedri là (e indica il Corno di Macesso)?” “Di quelli non so nulla: relazioni scritte non ce ne sono...”.

Mi guarda; gli dico chiaramente che alle placche del rifugio non ci voglio andare, non ho fatto ottomila chilometri in auto, perso ventimila litri di liquidi, trasportato una tonnellata di materiale per andare a ficcarmi su una placca che quelle dietro il Gloria sono più interessanti [nota di Fraclimb: Gloria = cinema di Como dietro il quale si trovano alcune brevi placche di arenaria che si sbriciola al solo guardarla]. Luca prova quindi a sfondare una porta divelta e con il tappetino con la scritta “avanti”: “E se andassimo là?”. Ovviamente “là” sono i diedri.

Individuate tra alcuni macigni le camera per la notte (per me una suite con pavimento granitico, per Luca l’imperiale con moquette in pura erba di montagna) ci liberiamo dell’occorrente per la notte e riprendiamo a salire verso i diedri. Più saliamo, più le strutture si rimpiccioliscono e, quello che doveva essere il nostro obiettivo perde sempre più interesse mentre si profila una linea al centro della parete. Ovviamente abbiamo davanti il solito e immancabile nevaio che, fortunatamente, tra l’ora oramai avanzata e le alte temperature non rappresenta un vero e proprio ostacolo.

Da un lato vorrei salire da primo, dall’altro me la faccio un po’ sotto: sapere di essere con uno veramente forte non giova a buttarsi, poi le trote che risalgono lungo la prima parte del diedro non mi invogliano ad un tuffo in piscina. Morale: parte Luca, ovvio!

Essendo lui un FFcaiano, ovviamente non si può andare ad imbrattare le scarpe dove regna melma e schifidume così l’attacco della via viene spostato di qualche metro a sinistra lungo un’infida fessura che comunque è ancora niente rispetto il movimento di placca iniziale. Siccome l’erba mi è amica e siccome la fessura un po’ d’erba ce l’ha, riesco a superare il passo iniziale e il successivo delicato traverso a prendere il diedro vero e proprio senza spetasciare le mie povere caviglie al suolo. Man mano che salgo acquisto fiducia nei miei mezzi e così per la lunghezza seguente mi sento pronto per la mia investitura da capo cordata. La fessura mi ricorda Luna Nascente ed effettivamente per eleganza ed armonia non ha nulla a cui invidiare alla famosa via della valle ma in quanto al suo contenuto, beh c’è di che obiettare. Lungo la parete sovrastante capodogli, meduse, tartarughe marine sguazzano allegramente e così non c’è da stupirsi che muschio e poltiglia la facciano da padrone all’interno della spaccatura. Grazie però ai numerosi stages di caianesimo cui ho partecipato, l’umido non è certo un problema anche perchè i piedi possono poggiare su una roccia ben lavorata che garantisce un’elevata tenuta. Risalgo così la mia lunghezza consumando morigeratamente il contenuto dell’imbraco fino ad una comoda terrazza dove appronto la sosta alla base di quella che sarà la nostra terza ed ultima lunghezza.

Nuovamente mi ritrovo a seguire le corde che salgono verso il trono degli dei. Il tiro è più asciutto ma tecnicamente un po’ più impegnativo soprattutto perchè nel finale Luca decide di aggiungere un pizzico di pepe alla salita ignorando il facile per infilarsi in un diedro sfuggente: credo volesse a tutti i costi farmi tirare un friend o, peggio, costringermi ad estrarre la staffa ma il sottoscritto, spalmando all’inverosimile e con movimenti aleatori possibili solo grazie alla padronanza di uno stratosferico livello tecnico, raggiunge il termine della nuova via senza mai essere ricorso al trucchetto dell’azzeramento!

Il più è fatto; e invece no, è qui che casca l’asino. Il caiano che c’è in Luca (essendo io propriamente e interamente tale pare ovvio che nel mio caso il caiano costituisca il tutto) propone quindi di salire fino alla vetta sfondando anche qui un portone già aperto. Risaliamo così per la vaga cresta e poi per sfasciumi che stanno su non si sa per quale prodigio fino al culmine dell’Olimpo; o meglio, fino alla cima del Corno di Macesso il cui nome non può sembrare meno calzante.

Sono le cinque passate e, dopo le foto di rito (alle nuvole dietro cui si dice stia l’Adamello), dobbiamo decidere dove scendere. Luca è super reattivo mentre il sottoscritto inizia a dare i primi segni di cedimento e praticamente lascia l’iniziativa al forte compagno.

La nostra strada per tornare a casa inizia immediatamente a sinistra di quella che ci ha portato sul punto più alto della montagna. Cerchiamo e individuiamo la più semplice linea che, tra sfasciumi, canaletti e diedrini ci porta in una zona più coricata. Perdiamo ancora quota puntando verso destra in direzione della linea lungo la quale poco prima eravamo saliti anche se il mio istinto da caiano mi fischia in continuazione di puntare alla cresta di sinistra. Luca però è decisamente risoluto e conduce il Matusalemme della cordata verso una serie di salti. Ci vuole poco a capire che da lì non si scende se non con un’improbabile doppia e così siamo costretti ad attraversare verso sinistra l’intera parete puntando alla cresta che la delimita.

Ricordo un episodio dei Simpson in cui l’ubriacone Barney, invitato ad una partita di poker in casa della famiglia americana, rammenta alquanto preoccupato: “Hey Homer, dopo questa cassa di birra ed un’altra cassa di birra, ci rimane solo un’altra cassa!”. Beh, anche per noi, dopo un canale ed un altro canale ci rimane da attraversare solo un altro canale per poi (forse) raggiungere l’ultimo tratto di cresta e quindi gli sfasciumi che letteralmente ci riportano poco sotto l’attacco della via.

L’acqua è calda e finalmente Luca può versare il cus-cus; è l’unica cosa cotta che mi è concessa mangiare: preoccupato per la mia linea (!), l’amico mi vieta tassativamente di aprire anche la confezione di risotto ai frutti di mare che faticosamente ho trasportato fin quassù. La leccornia non cambia quindi contenitore mentre nel sacco del mio stomaco precipitano oltre alla poltiglia araba, una mortadellina, del miele ed una barretta al cioccolato e mandorle. Rimpinzato dalla gustosa cena posso così finalmente infilarmi nel mio bozzolo e cascare tra le braccia di Morfeo. Ma prima le rotelle del cervello continuano incessantemente a far stridere i loro denti mentre cercano il nome per la nuova salita. Cosa ci spinge tutti i week end sull’ennesima vetta? Il caianesimo, ovvio! Ma come dev’essere questo “caianesimo”? Voglio dire: quali sono le sue peculiarità, le caratteristiche? Beh, dev’essere avventura, scoperta; deve procurare un pizzico di cagotto; insomma deve essere estremo. Ottimo, siamo sulla strada giusta! Quindi in fondo cerchiamo del caianesimo estremo; abbiamo bisogno delle sue sensazioni, delle emozioni che ci procura: Everybody Needs Caianesimo Extreme!


Cavallo Goloso


Per lasciare un commento, clicca QUI