ALTRI TEMPI (O PANCERA ROSA) – MEDALE      

sabato 13 marzo ‘10


Promessa mantenuta! Si riforma la coppia di assetati di roccia e il nostro parco giochi torna ad essere la pala del Medale, obiettivo: Altri Tempi.

Saliamo verso l’attacco della ferrata ed è con grande stupore che osserviamo l’imponente massa che ci sovrasta: nessuno in Antimedale, libera la base della ferrata nonostante la bella giornata e le temperature miti. Solo una coppia spunta poco sopra impegnata sulla ferrata o sulla Miryam, l’itinerario che seguiremo per raggiungere Altri Tempi.

Dopo il volo di sabato scorso, vivo un duplice sentimento di curiosità e preoccupazione in merito alle condizioni della gamba destra: ma, una volta messo al lavoro, l’arto mostra di funzionare quasi al meglio, facendo così fugare ogni perplessità. Per risparmiare tempo prezioso, decidiamo di sfruttare al massimo i 60 metri dell’intera, congiungendo due lunghezze in una, con il risultato che in soli tre tiri ritorniamo alla ferrata da cui raggiungiamo la base del nostro obiettivo.

Quando Cece mi aveva proposto questa salita avevo provato una certa sensazione di incertezza reputando la via non interessante, senza peraltro basare l’opinione su una qualche informazione, ma piuttosto semplicemente su una personale sensazione; avevo comunque acconsentito all’offerta in considerazione del fatto che tale salita mancava all’appello tra quelle concluse in Medale. Quell’opinione era poi cambiata quando, in occasione della recente risalita dall’uscita di Sogni Proibiti, avevo potuto ammirare una compatta e estetica placconata attraversata da Altri Tempi. Così è con ben altro spirito che mi accingo a superare la prima lunghezza di questo itinerario; la roccia grigia si rivela eccezionalmente compatta, seppur interrotta da alcune fasce di vegetazione che comunque non disturbano l’arrampicata. Recupero Cece che riparte per la lunghezza successiva che collega con la terza. Quando lo raggiungo, le mie braccia sono indolenzite per l’atletico passo boulder in strapiombo, affrontato sostanzialmente senza l’ausilio dei piedi. Ci troviamo ora alla base della compatta placca dove inizio a scalare con una certo senso di rispetto frammisto al desiderio di salire il più possibile in libera. Poco oltre il punto di partenza trovo subito un passaggio chiave: devo provare uno spalmo di destro, ma il piede è ancora dolorante e così, dopo alcuni tentativi, cedo a tirare il rinvio annullando il problema. La scalata riprende ora un po’ più facilmente fino ad un altro passo impegnativo: all’ennesima prova, mi scivola un piede con il risultato che mi trovo appeso alla corda. Sfrutto allora la situazione per una pendolata verso sinistra che mi porta fuori dalle difficoltà. Ma il tiro non è ancora terminato: da qui fino alla sosta la progressione, seppur delicata, sarà però sempre all’insegna della libera.

La penultima lunghezza ci conduce alla base di un compatto muro leggermente aggettante. Sono già alcuni minuti che studio la situazione: tengo una piccola ma netta tacca con la mano destra, mentre con la sinistra dovrei afferrare un appiglio sfuggente leggermente inclinato per poi alzare molto il piede sinistro e quindi raggiungere una presa degna di tal nome. Non mi fido però a tenere quell’infimo piatto sfuggente, anche perché ho il resinato all’altezza del piede mentre, per non appendermi alla corda, le braccia iniziano a indolenzirsi sempre più. Alla fine cedo alla tentazione e, appoggiando un piede sul resinato, supero l’ennesimo e ultimo passaggio impegnativo della giornata. Ma gli arti sono ancora decisamente, troppo stanchi mentre la protezione successiva è poco sopra la mia testa. Maledico la mia ostinazione e riprendo a salire nella speranza di non incombere in un improvviso cedimento delle braccia con relativa rovinosa caduta.

Sono finalmente al resinato, su una relativamente comoda piazzola, e finalmente posso sghisare: la via è sostanzialmente finita, ma le braccia continueranno a farsi sentire fino a quando non sarò nuovamente raggiunto da Cece.


Cavallo Goloso


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