VAL VARRONE E VAL BIANDINO – VALSASSINA      

RACCONTO

VAL VARRONE E VAL BIANDINO – VALSASSINA


mercoledì 01 ottobre ‘14


Uno sguardo alla cartina, l’ennesima giocata d’azzardo e mi metto in pista per la nuova avventura. Raggiungo quindi Taceno in Valsassina dove inizio a fare girare le pedivelle dei pedali con l’idea di compiere un bel giro ad anello. Ho solo l’incognita sul sentiero che dovrebbe permettermi il passaggio tra la val Varrone e la val Biandino ma, per il resto, mi sento sufficientemente sicuro di portare a casa l’intero giro. Infatti inizio a mulinellare in salita come se fossi già in fuga: mi dico che non potrò sopportare a lungo un tale ritmo eppure continuo imperterrito a spingere sui pedali come se nulla fosse. Passano così pochi chilometri e ho la scusa buona per fermarmi a dare un occhio alla cartina per poi riprendere a salire. Poi la strada inizia a spianare, si allunga, fa una curva e sparisce: maledizione, una discesa! Evidentemente non ho studiato bene la lezione e non ho previsto questa perdita preziosa di dislivello che, nel caso in cui il giro dovesse andare all’aria, mi costringerà a superare l’ennesima salita quando le gambe saranno già pappa. Scendo, supero il ponte sul torrente e proseguo in salita per poche centinaia di metri finchè mi convinco di avere superato l’imbocco della val Varrone: giro il mezzo e finalmente raggiungo la mulattiera. L’incipit non sembra dei migliori: le gambe iniziano a dare i primi impalpabili segni di stanchezza e sono solo all’inizio! Tutto sommato però il percorso sembra prendere quota dolcemente e quindi il morale resta alto finchè la mulattiera inizia ad impennarsi con alcuni brevi strappi che mi logorano rapidamente; raggiungo un piccolo abitato e mi fermo: mi viene voglia di abbandonare tutto, lasciare perdere la discesa per la val Biandino e rientrare lungo la strada da cui sono venuto, solo che c’è di mezzo quella maledetta risalita! Per di più il cartello che segnala il rifugio Rita a circa 3 ore di marcia non è certo uno stimolo per andare avanti ma, alla fine, convengo sia il caso fare un tentativo e poi si vedrà. Da qui in avanti il percorso si trasforma sempre più in una specie di calvario: inizio pedalando ma poi, ben presto, nonostante la salita ripida ma non estrema, mi trovo a spingere la bici sulla mulattiera. La molla per avanzare è il successivo cartello indicatore secondo il quale il rifugio è molto più vicino di quanto avrei creduto: a questo punto, non mi resta che stringere i denti e continuare a fare il rimorchiatore! Raggiungo così il bivio tra la mulattiera e il sentiero che mi permetterà di raggiungere la val Biandino dove finalmente i dubbi della partenza possono iniziare a diradarsi. Il percorso infatti continua lungo una mulattiera che, ad essere più allenati, potrebbe essere affrontata pedalando: io continuo a fare lo skylift a lamponi e mirtilli fino a vedere la bandiera del rifugio stagliarsi sulla cresta che mi sovrasta. Il miraggio è lo sprone definitivo: oltre la sella sarà solo discesa! Resta pur sempre l’incognita sulla parte iniziale ma ho fiducia nella possibilità di trovare una mulattiera anche sull’altro versante. Il rifugio Rita mi accoglie con un cielo freddo e grigio; cerco di raccattare le forze residue e poi butto un’occhiata sulla discesa: sentiero, curva a destra e poi si vedrà. La visuale è ridotta a pochi metri ma l’inizio sembra promettere bene. Abbasso la sella, confido nella mia abilità di meccanico e mi butto in val Biandino. Bastano pochi metri e il primo tornante per farmi capire che sarò costretto a farmi disarcionare più volte ma, quando resto sul mezzo, la discesa è un piccolo gioiello: tecnica (ma non troppo), stretta e mai ripida con qualche sasso qua e là a formare delle specie di grossi gradini. Bene o male ho capito e imparato come condurre la bici su un simile percorso e così riesco a divertirmi e sentire l’ebbrezza della velocità. Insomma la mountainbike si rivela sempre di più un’ottima alternativa estiva allo scialpinismo!

Il sentiero scorre sotto le ruote fino a congiungersi con la mulattiera in fondo alla valle: torno all’assetto normale e riprendo a correre veloce verso valle. La discesa sembra infinita mentre la bici saetta tra le curve che mi portano ad Introbio e da qui alla chiusura del cerchio.


Cavallo Goloso


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