PIZZO DI GINO – VAL CAVARGNA      

RACCONTO

PIZZO DI GINO – VAL CAVARGNA


domenica 28 maggio ‘17


Pianifico l’uscita dalla guida di scialpinismo, sempre che si possa definire “organizzazione” guardare velocemente la strada d’accesso, sbirciare il sentiero su una carta al 50000 e confidare nel principio che, se si vuole raggiungere una vetta, bisogna solo salire verso l’alto! Sono troppo radicato nell’alpinismo del ciapa e tira da linea a goccia d’acqua, tanto da applicarne il principio anche all’escursionismo. Se non altro cancello l’unica certezza che avevo in mente, cioè che si dovesse salire dalla zona di Gravedona! E per fortuna che circa un anno fa eravamo saliti al Pianchette e guardavamo il Gino sulla sinistra.

Risaliamo quindi la strada finanziata da qualche azienda produttrice di farmaci contro il mal d’auto fino a san Nazzaro. Dalle informazioni in mio possesso dovremmo fermarci poco oltre, solo che ora la coltre nevosa della guida è sostituita dalla terra di una calda giornata primaverile e così continuo a guidare più che altro nella speranza di trovare un posto dove fare inversione fino a raggiungere il parcheggio sotto il nucleo di Monti Fous.

Di cartelli nemmeno l’ombra mentre, in compenso, il sentiero è ben segnalato: non conoscere però la destinazione della traccia di Pollicino è come avere le soluzioni del compito di matematica durante la verifica di storia! Ho però una reputazione da difendere: estraggo la solita carta al 50000, azzardo la nostra posizione e perentorio affermo: “per di là!”. Micol mi segue forse più per la curiosità di vedere quando, come Forrest Gump durante l’attraversamento di mezzi Stati Uniti, mi volterò per dire: “sono un po’ stanchino!”. Illusa, quella frase non la dirò mai!

Ci lasciamo alle spalle le ultime case e, sulla base della bussola che ho in testa, inseguiamo la traccia che taglia verso destra, sicuro di raggiungere prima o poi la spalla che conduce alla vetta. Ben presto però, dopo aver superato le indicazioni per il rifugio Croce di Campo, diventa piuttosto chiaro che stiamo vagando per i pascoli girovagando sotto la vetta ma, testardo come un mulo, cerco di convincermi sempre di più che potremmo tirare diritti su per un costolone che precipita dalla cima del Gino e che lentamente si sta avvicinando. La goccia d’acqua è sempre lì a martellare imperterrita. Alla base del rivolo però il sentiero inizia a salire: vuoi forse vedere che non ho preso una cantonata? La speranza dura poco: la traccia, dopo essersi divertita ad illudermi, torna a marciare verso destra e noi continuiamo a seguirla anche perchè, dalla solita mappa, sembra che più avanti ci sia un sentiero che torni sulla linea corretta. E in effetti così è: ripreso il polso della situazione, iniziamo quindi a salire tra le trincee della prima guerra. Il fascino della linea Cadorna e dei combattenti della Grande Guerra riaffiora: è un’altra mia piccola ossessione forse dovuta a quel senso di lotta con l’alpe che l’avvicina al caianesimo.

In cima non si vede nulla se non la croce e un ammasso di nuvole che circonda a 360 gradi tutto il panorama. È come riuscire a scovare l’ultimo introvabile biglietto per una grande opera teatrale e poi sedersi dietro il sipario! La definizione “conquistatori dell’inutile” calza proprio a pennello. Eppure il gioco mantiene intatto il suo fascino e anzi, per certi versi, lo fortifica vista l’aura di mistero nella quale siamo avvolti. Poi ci aspetta la discesa e siccome non ho voglia di girovagare un’altra volta sul versante del Gino e sono certo che ci sia un sentiero che segue il crinale fino ai Monti Fous, ci incamminiamo lungo il prato perdendo ben presto ogni segnale di passaggio umano e continuando, per dirla alla francese, un po’ alla cazzo; insomma, ancora una volta, lo stillicidio piscia come una cascata mentre rotoliamo verso valle.


Cavallo Goloso


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