CAPANNA SCIORA – VAL BREGAGLIA      

sabato 09 luglio ‘16


Caianamente parlando pago il mio volere conciliare le esigenze di coloro con in quali ho intessuto rapporti alpinistici nella settimana: per non deludere nessuno, ho infatti tenuto in sospeso un paio di programmi e altrettanti amici col risultato che loro si sono organizzati e il sottoscritto si è trovato a navigare da solo sulla zattera alla deriva. A volte però capita anche di incappare in qualche isola sperduta, un gioiello inaspettato nell’immenso oceano, così anche oggi, la dea bendata ha volto il suo sguardo pietoso sul sottoscritto. Mentre infatti sono in preda alla disperazione, vorticando in un flusso di semi depressione convinto che vagherò verso il nulla sulla mia tinozza per tutto il sabato, Micol mi mostra un miraggio: gita con Vero e Samu. Ottimo! Peccato solo che l’immagine sia nitida come una giornata di nebbia: praticamente non riusciamo a districarci tra le 3 possibili alternative perchè, di fatto, nessuno vuole indirizzare la scelta con decisione. Alla fine, dopo che il canton Berna sembrava balzato agli allori della gloria, optiamo per una delle due mete a est e così eccoci sulla superstrada per Colico per poi risalire su per la val Bregaglia. Il primo intoppo è la fermata colazione: inaccettabile perdita di tempo, soprattutto se non sono ancora le 8, si ha davanti l’intera giornata e nei programmi abbiamo circa 900 metri da superare per arrivare al rifugio. Il secondo inconveniente è l’erogatrice del biglietto per salire al Laret: tentiamo con la carta ma senza risultato quindi cerchiamo di cambiare i nostri 10 franchi in banconote con altrettante monete ottenendo quanto voluto solo dopo una logorante filippica da parte della commessa dell’alimentari, per poi scoprire che la macchinetta non funziona!

Imbocchiamo la strada e raggiungiamo il parcheggio quasi in cima alla mulattiera. Sbarcati dal mezzo, con estrema calma ci prepariamo alla salita ma poi ogni frammento di tranquillità rimane lì: Samu parte a tuono su per la salita mentre inizio a temere per la tenuta di Micol. Quando il sentiero si impenna, il capofila continua la sua marcia quasi come se temesse il raffreddamento del rancio mentre dietro i volti delle due donzelle sono lo specchio del loro arrancare annaspando alla ricerca di aria. Le due però caparbiamente stringono i denti e tengono duro senza voler dare cenno di bandiera bianca. Cerco di focalizzare i vari tratti del sentiero, giusto per farmi un’idea su quello che ci aspetterà ma, più che una sequenza di gradini ripidi e tornanti stretti, non riesco a visualizzare molto altro! Del resto, l’ultima volta che sono passato di qui, il sole era ancora al caldo delle coperte! Alla fine ci fermiamo a rifiatare: Micol e Vero tirano su la lingua penzolante, fermano il rullo metallaro del cuore e iniziano a cambiare colore. Intanto il tratto più ripido ce lo siamo lasciati alle spalle e, ben presto, scorgiamo la nostra meta profilarsi nemmeno troppo in lontananza: insomma, alla fine le due caparbie caiane hanno fatto un ottimo exploit! Guardare poi i giganti graniti che ci circondano allevia tutte le fatiche ma, da un certo punto di vista, fa anche strano: osservo quelle pareti maestosamente enormi, ne sento il richiamo ma, tutto sommato, sembra solo una voce lontana, un’attrazione al momento non dirompente. È pur vero che, anche per non farmi troppo invogliare, lancio solo occhiate furtive a quelle pareti ma alla fine, quando è già un po’ che siamo seduti ad uno dei tavoli fuori dalla capanna, l’istinto di muovere le gambe prende il sopravvento. Così, io e Samu imbocchiamo il sentiero del Viale per poi salire su verso il ghiacciaio della Bondasca. Non abbiamo una meta, vogliamo solo fare gli equilibristi su quell’ammasso di rocce che ricordano un po’ il caos casalingo a qualche giorno dall’ultima pulizia! Risaliamo quindi gli sfasciumi e poi alcune placche lisce fino alla base del ghiacciaio: il fresco alito della montagna ci rinfresca e non poco, caricandoci poi per la temperatura simil tropicale che troveremo al rientro finchè arriva il momento di dover lasciare il confortevole circo e tornare dalle donzelle-lucertola giù al rifugio.

Alla capanna, dopo l’ennesimo assecondante scambio di pareri, riusciamo finalmente a decidere di scendere dal sentiero di salita e lasciare così al proprio destino il Viale sia per non buttarci a capofitto tra le braccia del caiano, visto che comunque il sentiero sarebbe chiuso, sia nel timore che le gambe possano entrare in sciopero e abbandonarci proprio a metà percorso. Ci tuffiamo quindi sulla discesa spacca ginocchia con Micol ora decisamente invischiata nella trappola caiana: ora l’asticella si può alzare abbondantemente perchè la ragazza sta dimostrando di superare l’ostacolo come io sono capace di ficcarmi tra erba e arbusti quando c’è da scalare!


Cavallo Goloso


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