CAPANNA BOVAL – ENGADINA      

sabato 30 luglio ‘16


Dove abbiamo sbagliato? Quando abbiamo macchiato la nostra pura anima caiana tanto da suscitare la collera delle Dolomiti? Perché queste sembrano decise a non accettarci mai? Già un paio di anni fa avevamo trovato condizioni non pienamente favorevoli mentre lo scorso week end i miei sogni di gloria si sono infranti contro la perturbazione di giornata e ora è ancora il tempo instabile a farci rivedere i programmi. Previsioni alla mano e battendoci il petto in segno di penitenza, non ci rimane quindi che starcene dalle nostre parti con buona pace del portafogli e del mio lato camionista: la soluzione dell’avanti e indietro comporterà infatti un numero spropositato di chilometri passati con le chiappe sui sedili dell’auto piuttosto che con le scarpe tra sassi e prati. Poco male, l’importante è risolvere il più grosso problema della settimana: che fare nel week end?

Iniziamo quindi con qualcosa di facile ma soprattutto che non richieda sveglie antidiluviane, ci permetta di prenderci un po’ di fresco e non richieda l’esborso del biglietto di una funivia. Qualsiasi computer andrebbe in tilt con simili richieste ma non il macinino caiano che, elaborando dati e valutando le possibilità del suo database, tira fuori la soluzione, per dire il vero ricopiando vecchie idee di Samuel e Boris. Così eccoci a cercare parcheggio nella valle del Morteratsch e soprattutto districarci con le istruzioni del parchimetro finchè finalmente ci vengono in aiuto gli insegnamenti delle elementari, leggiamo tutta la consegna e risolviamo il difficile rebus!

Al bivio per la capanna, la probabilità di mandare all’aria l’escursione raggiunge il suo picco massimo: seguendo infatti il pigro, ciondolante e trascinato istinto dell’escursionista domenicale, rischiamo di continuare lungo la comoda mulattiera ignorando completamente la deviazione lungo un sentiero che si inoltra nel bosco per poi salire con alcuni tornanti. Fortuna vuole che il senso di fatica e autolesionismo suoni la campana d’allarme, ci tiri la manica della maglietta e ci faccia notare l’evidente cartello! Entriamo così nel finto mondo engadinese, costruito ad uso e piacimento del ricco turista: il sentiero sembra un percorso appositamente addomesticato per evitare ai tacchi a spillo di incastrarsi tra i sassi dispettosi o alle suole in cuoio di scivolare su un fondo sdrucciolevole. Inaccettabile, inconcepibile che la montagna osi opporsi al desiderio di vetta dei cittadini! Fortuna vuole che la loro volontà di fare fatica e sudare duri solo qualche decina di metri e la sua parabola calante coincida anche con la fine del sentiero di plastica! A questo punto quindi la nostra salita può finalmente liberarsi degli inutili fronzoli anche se, più che di un guadagnare quota, si dovrebbe parlare di un procedere in un lungo falso piano che ci avvicina alla lingua glaciale del Morteratsch e alle pareti dei Palù e del gruppo del Bernina. Raggiungiamo la capanna quando sono oramai certo che questa abbia fatto la stessa fine del Dodo: estinta non si sa bene per quale ragione. Invece il rifugio, proprio all’ultimo e con un certo gusto sadico, si profila all’orizzonte con il suo balcone colmo di gente a godere delle quinte maestose che si affacciano verso la platea. Prendiamo anche qualcosa da mangiare in barba ad ogni mio sano principio da risparmiatore, solo perché ad aprirsi è il portafogli di Micol e poi, con la pancia satolla, prendiamo la strada del rientro. Qui però non riesco a soffocare l’istinto caiano o comunque l’indole a cercare un briciolo di brivido: sarà forse perchè da piccolo mi sono auto-represso e ora devo sfogare gli istinti messi in naftalina? Così, alla prima occasione utile, svicolo dal sentiero per prendere una vecchia traccia che ci permetta di stare sul filo della morena e poter ammirare il salto che si tuffa sul ghiacciaio sottostante. In realtà siamo a pochi metri dal percorso di salita ma questo senso di ribellione da un pizzico in più alla salita.

Arriviamo così al parcheggio dove, burlescamente, qualcuno appiccica un cartello al mio zaino con la scritta “taxi”; prima infatti è una coppia di ragazze a chiederci un passaggio per Pontresina poi, mentre sto per caricare la macchina, è la volta di altri due a domandare lo stesso favore: escludendo quindi che sia la mia fama o il mio statuario fisico alpinistico ad aver attirato le richieste, fatto che per altro mi preoccuperebbe non poco soprattutto per la seconda coppia maschile, trasformo così la Punto in un crocchio di caiani europei ognuno all’epilogo della propria avventura.


Cavallo Goloso


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