BOCCHETTA ROMA – VAL MASINO      

RACCONTO

BOCCHETTA ROMA – VAL MASINO


mercoledì 06, giovedì 07 gennaio ’16


DEN-DEN: il martello continua imperterrito a battere sul chiodo, insistente e ossessionante come un mal di denti.: non mi resta che assecondare il richiamo e, da buon Moogli, infilarmi nuovamente nella foresta del sentiero Roma in invernale!

Sono passati una quindicina di giorni dal precedente tentativo e con questo arriverei a quattro, nella speranza di deludere il detto secondo cui “non c’è due senza tre e il quattro vien da sè”! Incrociate tutte le dita, attacchiamo quindi con un programma sostanzialmente identico: il primo giorno prevediamo di raggiungere il bivacco Kima salendo dalla Predarossa. Da qui poi dovremmo riuscire a raggiungere la val del Ferro e quindi il terzo giorno arrivare alla Omio per poi tornare a valle; ovviamente tutto questo sulla carta e nella nostra galoppante fantasia, peccato solo che la marcia non sarà altrettanto spedita ma si tramuterà piuttosto in un valzer della cazzata! Lasciamo l’auto in zona Filorera e, verso le 8, iniziamo la nostra arrancante marcia in una scarsa coltre nevosa, forse l’unico segno della stagione fredda, che ci accompagnerà sostanzialmente immutata fino alla bocchetta Roma.

Verso le 14 ci concediamo finalmente una pausa alla Ponti: ho la sensazione di aver impiegato troppo tempo dal pianone e non mi pare una cattiva idea interrompere la marcia così da preservare le energie per domani. Certo, dormire nello squallido rifugio d’emergenza (così è chiamato e, in effetti, mai nome potrebbe calzare meglio) non è un’allettante prospettiva ma, se siamo partiti per soffrire, dovremo saperci accontentare!

Prima cazzata. Nonostante quindi la mia ipotesi, papà resta fermamente convinto ed attaccato al programma: d’altra parte dormire al Kima dovrebbe essere tutta un’altra esperienza per non parlare poi del proseguo del trekking. Così lasciamo il rifugio e riprendiamo a salire.

Seconda cazzata. Visto il ritmo, avremmo dovuto porci un tempo limite. Un po’ come si fa sulle grandi vette: se entro le 16 o magari le 16:30 non siamo alla bocchetta, si ritorna indietro. Invece no: partiamo testardi come muli infischiandocene bellamente che verso le 5 qui sarà tutto buio e la discesa sull’altro versante non sarà una passeggiata. Beatamente ignari, superiamo quindi la prima parte che, tutto sommato, scorre abbastanza bene finchè entriamo in una specie di campo minato. I pochi centimetri di neve si rivelano infatti una vera trappola infida e micidiale non coprendo sufficientemente i sassi che costellano il percorso e non lasciando intendere dove siano i buchi tra una roccia e l’altra. Ogni passo, insomma, diventa una specie di roulette russa che, insieme alla stanchezza, ci porta a raggiungere la bocchetta Roma poco dopo le 17.

Terza cazzata. A quel punto, la ragione ci avrebbe dovuto consigliare di girare i tacchi e magari ritentare l’indomani. Invece partiamo in discesa come se fossimo ad agosto e l’oscurità non fosse già imminente.

Quarta cazzata. Oramai siamo entrati nel vortice che ci fa sprofondare sempre di più: almeno avremmo potuto pensare a cambiare i guanti e a prenderci le picche ma invece scendiamo sul freddo e ombroso versante nord con lo stesso abbigliamento della salita. Sarà forse perchè non vediamo l’ora di infilarci al Kima?

Superato il primo saltino di rocce, affondo nella neve fin verso il ginocchio. Il pendio non ispira grande fiducia eppure continuo a scendere: in fondo sopra le nostre teste non c’è praticamente nulla e, verso valle, il manto nevoso non è particolarmente ampio. Traverso verso sinistra seguendo un paio di bolli quindi inizio a scendere cercando la sicurezza delle rocce così da tenermi sul bordo dal pendio nevoso. Ma quella via mi porta solo su un salto di roccia. Provo più a destra ma la situazione non cambia. Forse il sentiero passa poco più in là, oltre quella specie di piccolo crinale. A quel punto però un briciolo di buon senso (o sarà istinto di sopravvivenza?) inizia a farsi largo. Praticamente è buio, non sappiamo bene dove si passi e muoversi in questo modo non è per nulla sano. Per di più inizia a fare freddo: un gelo pungente si è impossessato delle mie mani coperte da guanti oramai fradici. Alziamo bandiera bianca e ritorniamo sui nostri passi. Quando sono alle catene, papà è poco più indietro. Mi sento un bastoncino Findus e non vedo l’ora di coprirmi. Afferro le maglie di ferro, le tiro con la forza della disperazione e mi rovescio sulla bocchetta. Pochi passi sul versante sud e poi mi tuffo alla ricerca del piumino. Il sangue torna a circolare. Le mani pulsano. Fanno un male lancinante. Non ragiono. Sono come paralizzato. Mi piego in due urlando il mio dolore senza essere in grado di fare altro, senza tornare a vedere dove sia mio papà. Solo un paio di richiami mi danno la certezza che lui stia salendo. Poi quando le fitte si fanno meno pungenti, provo a tornare sui miei passi ma lui spunta fuori. Saranno passati un paio di minuti ma mi sono sembrati una mezza eternità! Certo, ci manca ancora la discesa verso la Ponti ma quella, salvo il campo minato, è una specie di formalità.

Quinta cazzata. Non potevamo certo fermarci a quattro! Abbiamo solo una frontale: parto io con la luce stando davanti ma ben presto la soluzione non ci pare ottimale. Papà passa in testa e in questo modo scendiamo. Il campo minato fa il bastardo e, nonostante le nostre impronte di salita, ripetutamente ci troviamo a terra. Poi un lampo di genio: forse è il caso che la frontale la tenga lui! Il nuovo assetto va decisamente meglio e ci permette di scendere più rapidamente al rifugio d’emergenza.

Spalanchiamo la porta a calci e spallate e un senso di tepore ci avvolge; poi, dopo più di un’ora dal nostro arrivo e dopo aver cenato, scopriremo che ci sono solo 4 gradi!

L’impresa ancora una volta è naufragata andando ad impigliarsi nelle secche poco lontano dal porto. Certo, questa volta, almeno, abbiamo provato a passare nella valle successiva (e, in effetti, ce l’abbiamo pure fatta!) ma non siamo andati molto avanti. Scendendo verso la Ponti ho anche pensato di battere definitivamente quel chiodo nel muro e abbandonare il sogno ma poi non ne ho avuto la forza: forse basterà solo rivedere il programma, accorciare il percorso, almeno per avere il gusto di non tornare per una quinta volta con la coda tra le gambe e con l’idea magari di chiudere i conti poi in un secondo momento.


Cavallo Goloso


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lunedì 21 dicembre ‘15


Certe idee non tramontano mai, rimangono lì sospese a mezz’aria in paziente attesa finchè arriva il momento di realizzarle o, almeno, tentare di farlo. Così è anche per il chiodo fisso del sentiero Roma in invernale, progetto che in realtà si va a sommare ad una miriade di altri programmi che potrebbero permettermi di aprire una chioderia! Intanto, mi metto a martellare su questo sfruttando il fatto che, almeno astronomicamente parlando, l’inverno inizia proprio oggi mentre, per il resto, si potrebbe sostenere di essere in ottobre inoltrato! La cosa però potrebbe solo giovare alla buona riuscita dell’impresa e così, in sola compagnia di me stesso, e lasciata l’auto poco oltre Filorera, inizio a camminare su per la strada asfaltata che si srotola verso la Predarossa. Ho soppesato materiale e peso del bagaglio (forse anche più del dovuto) e quindi lo zaino, tutto sommato, non è particolarmente pesante permettendomi di salire con un buon ritmo mentre ripenso al programma dell’impresa. Per oggi, prevedo di arrivare al bivacco Kima o, ad essere veramente bravi, addirittura al Manzi. Domani poi mi aspetterà il resto del percorso fino alla Omio da cui poi dovrei tornare a valle. Mi sono comunque tenuto un terzo giorno a disposizione perchè riuscire a superare il tracciato con un solo pernottamento e una ventina di ore complessive di luce sembra un azzardo un po’ troppo tirato.

Sono quindi immerso nei miei pensieri, azzeccando le poche scorciatoie disponibili, quando un rumore inconfondibile attrae la mia attenzione; faccio in tempo ad accostarmi a bordo strada che un’auto mi supera proseguendo su per la salita. L’idea dell’autostop mi sfiora solo per una frazione di secondi ma sarebbe un tradimento del programma e dell’etica! Di contro, la consapevolezza di non essere l’unico da queste parti mi da un certo senso di sicurezza ma, al contempo, mi infastidisce: se l’automobilista ha le mie stesse intenzioni, sarei il secondo ripetitore del sentiero Roma nell’inverno 2015-2016, una magra consolazione visto che siamo al primo giorno della stagione fredda!

Arrivo in Predarossa prima di quanto avessi programmato. Il Disgrazia mi osserva tristemente col suo abito bianco dilaniato e ridotto oramai a pochi brandelli da cui sporgono le rocce rosse del suo corpo massiccio: se continua così, la prossima estate sarà una vera penuria.

Supero il primo pianone, l’unico momento in cui posso fare rifiatare le gambe e quindi riprendo a salire verso la successiva breve piana quando un lampo a ciel sereno illumina la tranquillità dei mie pensieri facendo contemporaneamente crollare il fragile castello di carte che già avevo fantasiosamente costruito. Il gas! Maledizione! Ho dimenticato la bomboletta del gas! Se non sono le condizioni al contorno a mettere i bastoni tra le ruote, ci pensa direttamente il sottoscritto! Il primo pensiero è molto semplice: sta sera mangerò la scatoletta di tonno e domani valuterò il da farsi ma, certamente, non ci sarà un terzo giorno. Bastano però pochi metri per ritrattare: solo un misero tonno? e le forze come le recupero? Mi viene in mente il giro del Badile e il tè caldo e ristoratore che, senza gas, rimane solo un miraggio. Gettare la spugna comunque non è contemplato: mi prefiggo di arrivare almeno alla bocchetta Roma con l’idea poi di scendere dalla parte opposta e, mal che vada, tornare indietro dalla val di Mello completando così un interessante e certamente sfiancante giro ad anello. Così raggiungo la Ponti e, finalmente, qualche chiazza isolata di neve che, nonostante il sole, risulta ancora gelata: ma, d’altra parte, siamo in inverno o no? Risalgo la pietraia con un ampia curva che mi ricorda le “parabbole” del prof di matematica alle superiori e quindi plano 2000 metri più in alto rispetto il punto di partenza. Il bivacco Kima mi saluta dal versante opposto, evidentemente certo che la sua solitudine non verrà rotta dall’intrusione di un disperato girovago. Guardo la struttura in lontananza e poi il pendio gelato ai miei piedi. Non ho voglia di tirare fuori i ramponi e sfidare la sorte con il terzo attrezzo mentre la picca, ritenuta erroneamente inutile, mi fa “ciao ciao” con la becca nella scatola in cantina; il cellulare poi non prende e ho già definitivamente abbandonato l’idea di una cena romantica a base di tonno in scatola e fumo della condensa del mio respiro. Le conclusioni sono presto tratte: giro i taccchi e ripercorro a ritroso la strada percorsa con la sola considerazione che il tentativo che in partenza sembrava garantire il maggiore successo non mi ha nemmeno portato al primo bivacco!


Cavallo Goloso


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