SENTIERO ROMA – VAL MASINO      

RACCONTO

SENTIERO ROMA – VAL MASINO


domenica 22, lunedì 23 dicembre ’13


Il sentiero Roma in invernale resta un tabù, un sogno appena abbozzato ma che rimane informe, amorfo, indefinito, impercettibile. Insomma, come una cacca molliccia.

La squadra parte agguerrita ma con un giorno di ritardo rispetto la tabella di marcia causa imprevisti dell’ultima ora. D’altra parte quest’anno è un po’ come pedalare cercando di infilare ripetutamente i piedi tra i raggi della ruota anteriore; questa volta, per di più, ci si mette anche l’aiuto esterno e il ribaltamento è sostanzialmente assicurato.

Ma andiamo con ordine. L’idea affonda le radici nel lontanissimo 2005 cioé quando il mio alpinismo si fermava al IV e di artificiale manco a parlarne! Ricordo tra gli strumenti più inutili il termometro da esterno che mio papà si era portato per vedere la temperatura, solo perché gli zaini non erano già abbastanza leggeri! E poi c’era la pentola che Rufus aveva rubato direttamente dal camino della nonna: 4kg di pura ghisa da portarsi su fino all’Allievi! L’ingresso in notturna nell’accogliente bivacco invernale (da lì poi non ho più avuto problemi a dormire sulle piode col vento gelido a sferzarmi il volto) e Lorenzo, sicuro, che punta al piano più alto “perché lì ci va il caldo”: certo ma anche la neve infiltratasi da uno dei numerosi buchi del formaggio svizzero dove passeremo la notte! E prima ancora ricordo i miei vani tentativi per aprire la porta d’ingresso che, alla fine, mi avevano portato disperatamente a capire come forzare una finestra! Insomma un concentrato di pezzi sformati del puzzle che non avrebbero potuto che dare luogo ad un’immagine amorfa. E così, il giorno dopo, sfiancati dalle 7 ore di cammino e dalla traccia da pestare, non avremmo potuto che tornare sui nostri passi.

Gli anni passano e dal IV (scarso) si passa a un più solido V+ e A0, il termometro ce l’ho incorporato nell’orologio, ho scoperto delle leghe più leggere della ghisa, ho imparato che non sempre in alto fa più caldo e, soprattutto, che se si hanno le calze umide è decisamente meglio dormire a piedi nudi. E intanto il tarlo ha scavato una galleria che, in confronto, l’Alp Transit sembra un forellino per il piercing. Così, quest’anno parto deciso: qualcuno lo troverò pure per ritentare il progetto! Per di più, incredibile a dirsi, il tempo sembra giocare a nostro favore: a dicembre splendono 8 soli e in quota c’è poca neve (ne sanno qualcosa i miei sci!). Insomma, le condizioni ideali per portare a termine la sfacchinata senza stramazzarsi eccessivamente. Ma ovviamente il signor Meteo si stufa del cielo azzurro e invita la vicina, la signora Perturbazione, a prendere un tè all’inizio delle vacanze. La vecchia si porta dietro tutte le sue turbe e inizia a ciacolare come una zitella inviperita. Tiro diritto e le lancio il guanto della sfida cercando di racimolare la squadra e partire comunque alla volta della val Masino.>

22 dicembre, Babbo Natale ha messo i ferri nuovi alle renne e a san Martino piove, ai Bagni piove, nel bosco piove. Mi sono fatto furbo, ho preso il saccone: 1 perché fa figo, 2 perché la roba ci stà comoda, 3 perché non dovrebbe bagnarsi nulla. Peccato che da solo pesi come la pentola di ghisa della nonna di Rufus! Oltretutto: vuoi non riempirlo per benino che poi magari gli viene l’agorafobia vedendo mulinare al suo interno il nulla assoluto? Fabio invece opta per la leggerezza: zainetto minimalista e sacco a pelo appeso fuori. Se dovesse andare in lavanderia, risparmierebbe sul pre-lavaggio, peccato però che ci dovrà dormire dentro!

Ci infiliamo nel bosco senza capire se ci stiamo bagnando per la pioggia che cade o se siamo noi a trasudare acqua, fatto sta che mi trovo inzuppato come appena uscito dalla doccia.

Ma non sarebbe il 2013 se fosse solo il meteo a tentare in tutti i modi di infilare i piedi nei raggi della bici. Questa volta ci si mettono i famosi, fatidici, maledetti pericoli oggettivi, quelli che ti inculcano ad ogni corso caiano, quelli tanto cari alla signora in nero, quelli da cui tenersi alla larga e che a volte sono prevedibile ma, altre, sono come una mannaia che cala improvvisamente sulla testa e “zac”. Da buon caiano, li ho valutati e ne ho fatto un bell’elenchino: valanghe, nebbia, ghiaccio… tutto rigorosamente in quota. Al massimo potrei mettere in conto una “strambata” nel bosco durante il ritorno. E invece no! E’ qui che il pivello sbaglia! Infatti, mentre salgo per il sentiero, ho il piacere di incontrare dei grossi pezzi di ghiaccio ideali per la granita di Polifemo. I televisori mi guardano semi coperti dalle foglie mentre il mio occhio cerca di capire da dove possano giungere simili proiettili mentre continuo a salire sulla scia degli amici. Proseguo ancora pochi metri ed ecco svelato l'arcano: una cascatina semi distrutta sembra l'ultimo traguardo di Robespierre. In alto, una figura incappucciata di nero fa leva con un lungo bastone in una crepa nel ghiaccio mentre in basso riposano i cadaveri di precedenti proiettili. Cerco di filarmela il più velocemente possibile quando un colpo secco colpisce il mio orecchio. La figura spettrale lancia un grido stridulo mentre la lama della falce riflette la scarsa luce. Ho uno scatto perentorio verso la salvezza che, al confronto, Bolt è un bradipo zoppo: il saccone sulle spalle diventa immediatamente una minuscola piuma mentre riesco a preservarmi le penne venendo colpito solo dalle ciaspole che penzolano dal bagaglio. E così, la signora in nero, già certa di portare a casa una vittoria, svanisce nel nulla con un pugno di mosche in mano. Noi intanto proseguiamo la nostra marcia fino ad uscire dal bosco trovandoci bagnati sopra e sotto i vestiti: se non altro, la pioggia ha lasciato il posto all'attesa neve mentre sgusciamo dalla pentola a vapore terminando così il nostro bagno turco. E ora, se non fosse per il gruppetto di impavidi che si sta aprendo una trincea nella neve inconsistente, inizierebbero le vere fatiche; è come la ritirata di Russia: loro davanti a battere traccia, noi dietro a vagare schiacciati dal nostro bagaglio. Ma alla fine tocca pure a noi: li raggiungiamo e, a poche decine di metri dal rifugio, passiamo in testa. Prima è Fabio ad aprirsi il varco mentre il sottoscritto scalpita alle sue spalle perchè il capo fila sarebbe troppo lento; così, al primo sbandamento, passo davanti come se un cane mi stesse inseguendo. Ma l’animale è ben più rapido e alla fine affonda le sue zanne nelle mie chiappe: bastano pochi passi che il cuore batte all’impazzata mentre si affonda inverosimilmente nella polvere bianca e, come se non bastasse, non si intuiscono pendenze, rigonfiamenti e avvallamenti del terreno. Praticamente si procede a casaccio avendo come unica meta il visibile rifugio e lasciando alle proprie spalle un solco profondo più di mezzo metro.

È l’ora di pranzo quando ci ritroviamo sotto il porticato della Omio: sono ancora galvanizzato e trepidante così, dopo una breve pausa, riprendo il cammino verso l’ignoto passo di Barbacan. Sembriamo dei naufraghi che veleggiano verso il loro incerto destino mentre l’unica a sorridere è la solita signora ora intenta ad affilare la lama della falce. Ma non siamo completamente sprovveduti né, tanto meno, così tecnologicamente carenti: estraggo il GPS e inizio a gironzolare per la valle fino a trovarmi sulla traccia del display ma col dubbio sulla reale posizione di questo benedetto passo. Sono forse il più carico e anche quello più intenzionato a seguire le indicazioni del satellite lungo un canalino che, almeno dal nostro punto di osservazione, non pare proprio così semplice. Oddio, un tentativo l’avrei anche fatto ma i lunghi mesi che Fabio ha passato nel piattume tedesco devono avergli ammorbidito l’istinto caiano o forse gli hanno acuito il senso della sopravvivenza, fatto sta che alla fine ce ne infischiamo del segnale e iniziamo a risalire la vallata principale dove il percorso sembra più logico. E infatti la logica prende una grande cantonata: per dirla alla francese, ci infiliamo in un bel “cul de sac” che sale al passo dell’Oro rendendo così la Gianetti solo un labile miraggio; insomma, all’orizzonte si profila l’ennesimo fallimento e la conseguente crisi depressiva!Con la coda tra le gambe e cercando in ogni modo di distruggere le odiate ciaspole, rientriamo allora al bivacco invernale della Omio cercando solo di illuderci che questa non sia la nostra disfatta di Caporetto. Ma restare chiusi in una scatoletta di latta mentre fuori nevica può essere veramente noioso così, appurato che l’unica presenza femminile sia rappresentata da un paio di mutandine abbandonate o al massimo dall’immagine della Madonna, non ci rimane che affogare il resto della giornata nell’unico altro vizio praticabile a 2100m: la gola! Fusa un bel po’ di neve, prepariamo il tè dichiarando poi guerra alla confezione di biscotti per la colazione. Ma il trip mangereccio non può certo arrestarsi e così si eleva a vette ben più ambite passando direttamente all’aperitivo a base di culatello e salamino per poi passare alla cena. Sarebbe quindi tutto perfetto se non fosse che minestra e risotto vengono pronti ad un orario da ospedale tanto che, dato sfogo all’unico istinto cui possiamo dare ascolto (come ho detto, la presenza femminile è piuttosto scarna!) e finito ogni argomento di discussione (anche in questo si fa ben sentire la mancanza di una donzella!) non ci resta che sprofondare al caldo dei sacchi a pelo addirittura alle 19:30! Forse l’ultima volta che sono andato a letto così presto viaggiavo ancora a 4 zampe!

La mattina non tarda ad arrivare e, verso le 8 (alla faccia della squadriglia di caiani!), iniziamo a sgusciare dai nostri bozzoli: ogni sogno si infrange così contro la pigrizia da letargo mentre saluto i pochi avanzi salvatisi dalla razzia del pomeriggio precedente. L’unico sussulto della giornata ce lo fa provare la porta del bivacco (l’ennesimo pericolo oggettivo non valutato): la lastra metallica sembra infatti essersi gelata in posizione di chiusura. Nella scatoletta, i quattro topi si guardano in evidente stato confusionale domandandosi chi sarà il primo a finire sotto i denti degli altri. Ma poi, facendo ruotare il criceto in testa, riusciamo con la forza bruta a evitare di ripetere l'esperienza di “Alive, sopravvissuti” tornando così a vedere la luce del sole, per quanto la cappa grigia di nuvole lo permetta!

Cavallo Goloso


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