MONTE SORDO      

RACCONTO

MONTE SORDO


venerdì 01, sabato 02 e domenica 03 ottobre ‘10


Sono vagamente perplesso: un po’ per preconcetto e un po’ perchè già mi vedevo a battere i denti in Valmalenco o a spalare neve in Ratikon. Ma in effetti le previsioni non fanno che richiamare verso sud e il sud è sinonimo di Finale! Così, dopo attento e prolungato studio meteorologico di centinaia di siti con successiva analisi mediante complessissimo algoritmo dei risultati ottenuti, mi rimetto alla proposta di Micol facendomi scarrozzare verso la nuova meta. Già sulle tempistiche autostradali prendo una memorabile cantonata e poi avrò modo di ricredermi sulla precedente poco positiva esperienza personale nel finalese.

Abbiamo tre problemi da risolvere: alloggio, acquisto della guida e decidere dove scalare. Veniamo così catapultati alle ferie estive: il primo campeggio è chiuso ma, troppo facilmente, al secondo facciamo buca risolvendo il primo problema. Piazziamo la nostra casa ambulante e, rivaleggiando coi genovesi, lasciamo l’auto fuori dal parcheggio del camping: soluzione forse poco comoda ma che riserva il portafoglio da un inutile salasso.

Troviamo la soluzione al secondo problema a Finalborgo, appoggiata al bancone del bar dove Micol sorseggia un caffè. Con la guida di Thomas tra le mani, possiamo facilmente venire a capo anche dell’ultimo dilemma giornaliero: Bric Spaventaggi – Placca dei Maleducati. Evitata l’aggressione della tigre del Bengala lungo l’estenuante avvicinamento di ben 10 minuti scarsi, raggiungiamo l’estremità destra del settore dove finalmente appoggiamo le mani sul calcare finalese. Memore dell’esperienza passata, dei gradi un po’ balenghi e del fatto che non ero riuscito a fare un 5c (e non ero nel periodo della pipponaggine estrema) ci confrontiamo con lo stesso grado su “Uno Diedro l’Aldro”. Chiuso il tiro senza patemi, approfondiamo la conoscenza della scala francese con “Giorni di Magia” (6a) inanellando un altro risultato positivo pur iniziando ad incontrare qualche difficoltà. Considerata comunque l’esperienza positiva, facciamo un altro passetto in avanti su “Dimensione Panza” (6a+) e poi su “Demolition Man” (6a+/b) portando a casa altre due belle on-sight che, insieme al sopraggiungere dell’oscurità, determinano la chiusura della giornata. Non ci rimane che ripercorrere a ritroso la foresta equatoriale accompagnati dal canto dei pappagalli e poi giù verso la doccia e una buona cenetta a base di paella liofilizzata il cui gradevole odore aleggerà in tenda per tutta la vacanza.

Il risveglio è cosa lunga e laboriosa, poi è incredibile che non ci sia una guida più completa. Così eccoci di nuovo a Finalborgo al Rockstore con in mano l’indispensabile e corposo manuale del climber finalese: la guida di Gallo. Caricato il librone nello zaino di fianco ad una focaccia, una farinata e una torta salata, ci incamminiamo finalmente verso il Monte Sordo con destinazione Settore Centrale. Ma siccome non siamo degli asettici invasati di roccia, ma abbiamo anche una certa apertura mentale, come non fare visita al vicino Alveare con con quei suoi architettonici e unici buchi? Il risultato è che arriviamo alla meta dopo pranzo e dopo aver consumato l’insignificante focaccia, l’immangiabile torta salata e la farinata che avrebbe potuto rivaleggiare con una suola di scarpa in quanto a morbidezza.

Borioso per i risultati del venerdì, eviterei il riscaldamento sul 5c, ma considerando bellezza e richiesta della morosa mi preparo per la fessura de “l’Arco dei Guaitechi”. Spavaldo, avverto Micol che tenterò di unire due lunghezze così da ottenere un bel tirone. Ma la realtà è decisamente meno rosea e fin dall’inizio, cerco disperatamente la prima sosta come un naufrago un’isola in mezzo al mare. Scalo malissimo su una dulferaccia tutta di braccia, cagandomi a dosso non poco e pensando che “se Luna (Nascente) fosse così, ci vorrebbero 8 serie di friends!”. E poi acchiappo la sosta salvatrice e con un perentorio “cala” ritorno sulla piatta terra. Nonostante la traumatica esperienza, mi butto su “Franco e Ketty” (6b) e del resto non potrei fare diversamente viste le indicazioni della guida: “da non mancare i buchi di Franco e Ketty” che scritta così sembra quasi il preludio ad un pornazzo, ma posso garantire che gli unici buchi incontrati sono quelli di una roccia sublime. E poi, al massimo, sarebbero stati problemi di Franco...

Calzato il paracadute, mi rivolgo alla lunghezza a destra (“Introspezione Elettrostatica”, 6b): questa volta sono costretto ad un resting e ad usare uno spit della via salita poco prima per evitare un infinito e molto probabile fiondo chilometrico. Raggiungo quindi delle enormi zanche grazie alle quali arrivo in prossimità della sosta dove mi fermo a domandarmi come diavolo risolvere quello spalmo con l’ultima protezione ben sotto i piedi. Tasto la roccia e poi finalmente mi decido: spalmo di sinistro e poi di destro e finalmente afferro la catena, maledicendo e non poco ‘sti liguri dalle braccine corte.

E poi, con l’inizio dell’ultimo giorno, si ripropone nuovamente il terzo problema: dove scaleremo oggi? A dir la verità avevamo già focalizzato la Grotta dell’Edera dove Micol era stata con il corso. Ma prima, vogliamo dare un’altra possibilità alla cucina ligure: individuiamo una panetteria aperta e ci riforniamo di focaccia classica, una specie di focaccia con lo stracchino e farinata. Ma del resto il “rischio” è il pane del climber!

Ci affacciamo così verso l’interno del particolare cilindro da cui sento rimbombare il suono di antichi tamburi mentre mi figuro una tribù primitiva in quel particolare budello mentre celebra chissà quale misterioso rito.

Uomini primitivi a parte, entriamo nella buia grotta che da l’accesso alla base del “cilindrone”, per poi sbucare nel cuore della struttura attraverso uno stretto passaggio che pare un viatico verso un altro mondo. I tiri sono tutti piuttosto duretti e noi ci accontentiamo di salire i due 6a+ (“Remember Me as a Friend” e “Potopa”): mi viene la on-sight sui fantastici buchi della prima lunghezza, mentre sull’altra sono costretto ad appendermi causa braccia completamente devastate dalla ghisa. Poi le possibilità per le nostre povere e deboli estremità si esauriscono (anche perchè vorremmo scalare “di fuori”) e così ripercorriamo all’inverso il tragitto di purificazione interiore per raggiungere la Parete Dimenticata.

Ovviamente punto ad un 6b (“Sandokan”) perchè altrimenti non c’è gusto: scalo il primo tratto massacrandomi le dita sulle ruvidissime asperità della roccia e poi arriva il tratto in placca. Salgo lentamente individuando prese e appoggi fino a raggiungere il nulla assoluto. Tasto di qua e di là con l’unico risultato di ghisarmi sempre più le braccia ma poi alla fine desisto e mi appendo. Guardo meglio e individuo la linea di salita decisamente a sinistra degli ultimi spit: delicatamente mi alzo fino a raggiungere la sosta chiedendomi il perchè di quella chiodatura un po’ fuori asse. Ma tantè, l’importante è non aver lasciato materiali in parete e soprattutto non aver preso il volo verso terra! Per oggi e per questo week end direi che possa essere sufficiente e così diamo l’arrivederci alla scalata finalese e alla cucina ligure che, questa volta, ha soddisfatto i nostri palati, anche se ricordavo una farinata un po’ più gustosa...


CavalloGoloso


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