WENGLISPITZ – RHEINWALD      

venerdì 06 dicembre ‘13


Ci avrei scommesso e avrei perso ma sono contento di aver sbagliato. Quando ho preso la giornata di ferie, mi immaginavo rinchiuso in casa con una giornata piovosa mentre ora, incredibilmente, 8 soli. Solo che voglio sciare, ho un impulso irresistibile nel vedermi scivolare lungo il pendio e così vado a caccia della neve. Perchè da noi la coltre bianca è ancora troppo poco pronunciata e, se già durante la Grignettata ho superato un paio di curve sui sassi, oggi rischierei di farne altrettante sulla neve! Così la meta è il nord ma qui ovviamente danno brutto! Me ne frego e parto per varcare le Alpi.

A San Bernardino la situazione è quantomeno desolante: le cime sono leopardate con macchie gialle, marroni e bianche. Bisognerebbe fare lo slalom tra una chiazza e l’altra! Proseguo quindi sull’autostrada confidando che al di là la situazione migliori e che, soprattutto, le previsioni abbiano preso una cantonata. Alla fine finisce con un pareggio tirato: il manto nevoso è un po’ più abbondante e il tempo ancora bello sebbene si intravedano, neanche tanto in lontananza, i segnali della tempesta. Lascio subito l’autostrada e mi fermo a Hinterrhein intenzionato inizialmente a salire al Lorenzhorn.

Slalomando tra le chiazze, raggiungo rapidamente il sole ma la temperatura è ancora troppo bassa per permettermi di lasciare la giacca nello zaino. Continuo così a salire finchè il vento non inizia a schiaffeggiarmi: ho un picco depressivo e mi viene quasi voglia di tornare indietro anche perchè si prospetta una discesa per nulla divertente! Ma tengo ancora duro, esco dalla sacca e guadagno la Chilchhalp per poi decidere il da farsi: il vento si è un po’ calmato ma in compenso nella conca sotto il Chilcalphorn si sono date appuntamento masse di nuvole minacciose; un’occhiata alla cartina e cambio programma puntando al più vicino Wenglispitz. La nuova meta mi da una carica aggiuntiva: aggredisco il pendio e risalgo verso un tratto più pianeggiante mentre in lontananza si staglia la sagoma della sella a destra della cima che rimane però completamente avvolta nelle nuvole.

Quando raggiungo la cresta, il vento inizia a prendermi a calci: le sue folate intermittenti mi fanno perdere l’equilibrio mentre l’unica bussola è l’istinto. La visibilità infatti è ridotta a pochi metri e io continuo il mio lento incedere basandomi solo sulla linea di pendenza. Ma ben presto le condizioni avverse e la prospettiva di una discesa che sarà solo un tornare a valle mi lasciano precipitare in un nuovo vortice depressivo. Mi fermo semi protetto da un grosso macigno e inizio quindi a coprirmi con l’intenzione poi di proseguire lungo gli ultimi 200 metri che mi separano dalla vetta; alla fine però levo anche le pelli e mi butto verso la macchina lasciando la cima nella sua solitudine.

All’inizio non vedo niente. Gli occhiali sono solo un forte disturbo e la luce biancastra rende tutto omogeneamente uguale. Lascio scorrere gli sci senza riuscire a comprendere dove cambino le pendenze e confidando che più in basso la situazione migliori. In effetti la visibilità cambia ma non riesco comunque a trovare l’assetto giusto: la neve è pessima, a tratti crostosa, a tratti dura come il marmo inoltre, più che seduto, mi sento sdraiato con il risultato che gli sci vanno dove vogliono loro. Insomma, una situazione decisamente diversa rispetto la Grignetta! Alla fine mi rassegno quindi a scendere (non sciare!) fino alla macchina restando così con un po’ d’amaro in bocca.


Cavallo Goloso


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