PIZZO UCCELLO – VALLE MESOLCINA      

domenica 22 marzo ‘15


Potrei essere ovunque, anche nel bosco dietro casa. L’unica certezza che sono in cima è l’ometto di pietra su cui mi sto appoggiando per la classica foto alla Fabio, per il resto sono circondato da un totale e opprimente grigiume: il cielo è grigio, la parete che precipita a picco verso nord è grigia e anche la neve ha lo stesso colore livido. E pensare che fino ad una manciata di ore prima non sapevo ancora dove sarei andato.

Tutto inizia già mercoledì con la plastica: mi sento una chiavica, impedito anche a chiudere da secondo un fottutissimo 6a con una specie di lancio spallata che proprio non riesce a venirmi. Poi salta fuori un’ideuzza che va a gambe all’aria una volta viste le previsioni e con essa ogni sogno di caianesimo extreme. Il cambio viene quindi buono per la falesiata del sabato al Lariosauro dove la mia forma non si mostra poi così malandata come avevo inteso. Resta però il fatto che rimango con un certo senso di svogliato amaro in bocca: da un lato domani vorrei combinare qualcosa che ricordi una sana lotta caiana, dall’altro non ho la motivazione per sentire la sveglia chiamarmi e così carico un po’ di tutto in macchina, vado da Micol e aspetto che il mio corpo decida di alzarsi. Sotto certi aspetti sono fortunato: mi sveglio alle 7, senza bisogno del trillo del cellulare, dall’altro però, quando anche potrei ronfare beatamente, mi ritrovo con gli occhi sgranati a fissare il soffitto. Mi alzo, decido la meta, quindi saluto Micol e mi avvio verso il san Bernardino con cielo coperto ma senza pioggia. La notte invece ha nevicato, 10 o 15 centimetri, comunque sufficienti per cancellare i segni più evidenti della siccità. Lascio quindi l’auto e inizio a salire leggero: niente cibo, solo una bottiglia d’acqua e il necessario per coprirmi più la pala di dubbia utilità visto e considerato che sono da solo. Rapidamente lascio dietro le code il bosco e quindi la linea elettrica entrando poi nella vallata da cui si erge lo slanciato pizzo: la visibilità è buona anche se in alto le cime sono nascoste da un cappello calcato forse troppo pesantemente.

Mentre quindi i metri si sovrappongono uno sull’altro, altri tre temerari entrano nel mio mirino, rincuorando e stimolando il mio solitario incedere. Vista l’estrema e divagante calma con cui i battitori aprono la traccia, ho vita facile nel raggiungerli alla base del pendio finale; un sorso d’acqua, uno sguardo alla carta e poi riprendo a battere nella neve intonsa. Mi muovo a naso, ricordando dove si trova la vetta e avendo ben in mente gli scivoli rocciosi che precipitano dalla cima e cercando quindi di indovinare dove la pendenza sia meno pronunciata. Solo che l’indovino non è proprio il mio lavoro tanto è vero che ad un tratto ho la sensazione di essere già sul filo di cresta mentre in realtà mi trovo solo su un piccolo pianoro! Continuo quindi a buttare le punte verso l’alto finchè finalmente il pendio smette di salire e io, lasciati gli sci, inizio a traversare verso sinistra, ben sapendo che in quella direzione troverò l’agognata cima. Procedo quindi lungo la cresta sostanzialmente piana fino ad andare a sbattere contro l’ometto di vetta: mi guardo intorno ma sono al centro di una tela completamente grigia e uniforme, l’unico neo rappresentato da quel mucchio di sassi. Resto quindi il tempo di una foto e poi ritorno agli sci. La neve sembra in buone condizioni: dura sotto e con una decina di centimetri di fresca; levo le pelli e mi butto sul pendio rendendomi conto fin da subito di dover tenere a vista la traccia di salita, unico punto di riferimento distinguibile in questo ammasso di nuvole! Supero quindi un paio di curve spaziali e incrocio gli altri tre pazzoidi impegnati negli ultimi metri di salita; dopo un rapido scambio di informazioni sono di nuovo solo con il pendio vergine: un orgasmo lungo alcune centinaia di metri! I legni scivolano veloci nello zucchero dandomi la sensazione di saper sciare mentre la visibilità continua a mantenersi scarsa: sarà forse per quello che mi sento come Rocca?

Solo a discesa oramai conclusa le nuvole si alzano mentre mi godo la neve fresca lungo un facile canale poco più spostato rispetto al fitto bosco di salita dove avrei rischiato di fare la fine del chiodo in un campo di magneti! Sano e salvo ritorno così al mondo civile senza nemmeno una caduta: evidentemente, non ho spinto al massimo!


Cavallo Goloso


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