PIZZO PORCELLIZZO – VAL MASINO      

giovedì 10 aprile ‘14


Nonostante sia ancora diretto in val Masino, la sveglia suona con un’ora di anticipo rispetto il pizzo del Ferro così che, quando arrivo ai Bagni, non è ancora chiaro. D’altra parte, devo sfogare i miei repressi desideri di scialpinismo e non voglio assolutamente lasciarmi perdere la vetta così, con l’ultimo decisivo sguardo alla cartina, metto il piede nel pantano: credendo di giocare di furbizia, invece che salire per il sentiero estivo, prendo quello al di là del torrente con l’idea poi di infilarmi in val Porcellizzo e raggiungere così il tracciato invernale che, dopo la partenza sul versante orografico sinistro, si sposta poi su quello opposto. In questo modo, eviterò l’attraversamento del fiume (e il rischio pediluvio) dopo le Termopili, i due caratteristici sassi che si toccano. Tutto fila liscio e, raggiunto rapidamente il percorso indicato sulla mappa, lascio il sentiero della Omio infilandomi quindi nel bosco. Questo però è così fitto che mi costringe a districarmi continuamente tra i rami mentre i sassi semi sommersi dagli accumuli di neve sono una costante minaccia per le caviglie. L’ambiente è così selvaggio che non mi stupirei più di tanto se mi imbattessi in un orso così, alla fine, prendo la drastica decisione: lascio perdere la traccia invernale e ritorno su quella estiva dove, tra l’altro, la neve e come il Panda, in via di estinzione! E a questo punto, la furbizia mattutina mi si ritorce contro: la salvezza, un po’ come in the wild, è al di là del torrente: insomma, in un senso o nell’altro, sembra proprio che non riesca ad evitarmi l’attraversamento! Al primo tentativo, finisco con entrambi i piedi in acqua; con i salmoni che sguazzano negli scarponi, scovo la strada senza ritorno e guadagno la riva opposta. Ora però mi trovo tra due fuochi: la foresta selvaggia non vuole lasciare andare la sua preda e mi contrappone un tratto verticale che, forte della Super Diretta di Maslana, supero senza problemi raggiungendo così il sentiero estivo. Prima operazione: svuotare l’acquario e impedire che i piedi facciano la fine dei bastoncini Findus. Seconda operazione: quantificare il tempo perso. Quest’ultima notizia ha lo stesso effetto della mannaia: in un’ora e mezza ho superato solo 400 metri e quindi il progetto principale fa la stessa fine del fumo, si disperde nell’aria come le nuvole che arrivano proprio dalla testata della valle. Così, senza darmi per vinto, mi focalizzo sulla cima di ripiego e inizio a spingere sui polpacci: salgo rapidamente lungo i resti di un’enorme valanga e finalmente arrivo dove inizia la neve. Al primo impatto con gli sci, le gambe non sembrano girare al meglio: ignoro l’indolenzimento e lascio il tempo ai muscoli di scaldarsi finchè la macchina entra in pieno regime. Al pianone ritorno sul versante opposto, questa volta passando su un comodo e gigantesco ponte di neve che mi facilita l’attraversamento. Un vento fastidioso inizia a flagellarmi da nord accumulando nuvole grigie sulle montagne che chiudono la vallata; tengo duro pensando al Dobratsch e al Mucia, abbasso la testa e mi metto a lavorare di gambe. La Gianetti passa sulla destra, raggiungo il pendio finale più ripido e su neve in parte ghiacciata e quindi arrivo alla base degli sfasciumi terminali. L’ennesimo cambio di assetto è la goccia che fa traboccare il vaso: le gambe gridano pietà mentre i polmoni annaspano alla ricerca di ossigeno. Ma il profumo della cima è un propulsore dall’efficacia inimmaginabile e così, passo dopo passo, raggiungo il punto più alto, dopo ben 5 ore di sfacchinata.

Il panorama che ho intorno è da mozzafiato: il sole illumina le montagne circostanti mentre solo una cappa grigia minacciosa ricopre Badile e Cengalo. La val Masino non delude mai: dopo la val di Mello per l’arrampicata, ho forse trovato un paradiso per lo sci, con l’unico neo che per arrivarci bisogna fare il mulo per alcune centinaia di metri! Dal basso non sopraggiunge alcun suono né si vede anima viva ma il silenzio è solo momentaneo: ben presto sarà infatti rotto dal fruscio degli sci che accarezzano un manto lavorato dal sole. Lascio correre i legni finchè la presenza di neve me lo permette riuscendo così a raggiungere il punto in cui avevo fatto il pediluvio. Ho finalmente dato sfogo all’istintuale necessità e ora, inebriato dall’appagamento, posso continuare con rinnovato vigore la stagione arrampicatoria.


Cavallo Goloso


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