PIZZO COCA – VAL SERIANA      

domenica 21 dicembre ‘14


Oggi ho imparato una cosa nuova: ho imparato che oltre agli FF locals esistono anche i caiani locals. Questi ultimi sono forse anche peggio dei primi ma, soprattutto, devono avere necessariamente qualche rotella fuori posto. Almeno in questo, comunque, non si differenziano molto dal sottoscritto; decido infatti la meta solitaria soffermandomi solo sui tempi indicati dalla guida ma è Micol a farmi osservare la potenziale infinita sequela di metri di dislivello che suggeriscono i tempi richiesti! Mi impressiono solo per un momento ma poi proseguo diritto lungo la mia strada.

Lascio quindi l’auto e, dopo circa un’ora e tre quarti, supero il migliaio di metri che mi separa dal rifugio e dall’inizio della neve dopo aver litigato solo con i rami degli alberi che, a tutti i costi, volevano portarsi via gli sci beatamente portati a spasso sulle mie spalle! Finalmente quindi posso concedermi un rapido e meritato riposo: levo lo zaino, do un occhio alla relazione e inforco i legni mentre la coppia di escursionisti da poco superata e con cui ho scambiato due chiacchiere sulle rispettive mete mi raggiunge. “Ma vai spesso?” mi chiede uno dei due con aria di supponenza. Non comprendo granché il senso della richiesta né tanto meno dove voglia arrivare il tipo e quindi ribatto “Dove?” “Al Coca!” è la risposta lanciata come un guanto di sfida. Lo guardo riparato fortunatamente dalla lente scura degli occhiali come per dirgli “ma sei scemo?” e quindi gli rispondo che per me quella è la prima volta al Coca. L’unica “montagna” che mi piace raggiungere più volte è il monte Croce, la collina sopra Como dove vado a fare la corsetta settimanale! Beh, poi a ben vedere c’è la Grignetta e forse anche il Medale ma per ovvi motivi arrampicatori e logistici! Il tipo allora, dall’alto della sua immensa esperienza, mi mette in guardia sui possibili pericoli della salita; lo ringrazio per non mandarlo a cagare e lo lascio alla sua impresa: raggiungere il vicino lago con la sua alpenstock utile come gli sci fin sotto il rifugio!

Davanti alle mie punte la neve è intonsa. La valle si stringe ad imbuto, tagliata solo dal piccolo torrente semi ghiacciato e io mi infilo nel pertugio dopo aver debitamente osservato lo stato dei pendii sopra la mia testa. Poi il circo di vette si apre ad accogliere il laghetto ghiacciato: sembra di essere in paradiso! Supero la pozza e mi guardo intorno: la parete su cui devo salire ha proporzioni quasi himalaiane, certamente accentuate dal budello in cui mi trovo che ingigantisce i pendii circostanti. Scelgo la linea di salita apparentemente più sicura e riprendo a tracciare con ampi zig zag verso uno stretto e breve canalino con neve dura pari forse alla mia cocciutaggine: levo gli sci e salgo un tratto a piedi; Credo che dovrò rivedere la mia idea sull’utilità dei rampanti!

Sopra il canale si allunga una spalla che piega a sinistra verso l’ultimo tratto di parete più verticale e, apparentemente, impegnativo. Posso finalmente riprendere a scivolare sulla lastra di marmo anche se a tratti gli sci sembrano vogliosi di scappare verso valle piuttosto che proseguire verso l’alto. Intanto in basso non scorgo traccia di alcuna presenza umana: vuoi vedere che il local non è passato non avendo visto alcuna fissa lungo il percorso?

A 2700 metri circa parcheggio gli sci: la parete non sembra infatti più percorribile con i legni e io inizio ad affondare nella neve, inizialmente quanto lo scarpone e poi per tutta la gamba finchè mi trovo alle prese con uno di quei malefici “buchi” su cui il tipo mi aveva messo in guardia: pianta grane! Ingegnosamente riesco però a superare l’ostacolo per trovarmi, pochi metri dopo, nella stessa situazione: appena carico il piede in avanti, questo affonda e ritorna alla stessa altezza di partenza! Considerando che mi mancano circa 300 metri per l’agognata vetta, giro i tacchi e ritorno al deposito degli sci poco sotto il punto in cui mi trovo. Per il momento, mi limito ad accoccolarmi e ammirare la sequenza di vette incrostate dalla neve dove tutto urla caianesimo extreme! Riprendo fiato, mangio qualcosa e poi inizio a scendere su neve dura come fossi in pista. Inanello così una lunga sequenza di curve facendo mordere le lamine sulla superficie gelata e poi mi butto nello stretto canale da cui scendo dimenticando ogni ortodossia.

Solo all’inizio del lago individuo le tracce di qualche ardito a piedi ma, a parte questo, dell’esperto local nessuna traccia: peccato, l’avrei redarguito sulla pericolosità della discesa!


Cavallo Goloso


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