PIZ CAGAMEI (CANALONE DEL DRUET) – VAL D'ARIGNA      

domenica 08 marzo ‘15


Arrivo da un week end e un sabato passati in Val Penel, crasi della più nota e amena località “va il pennello” e, di conseguenza, vado a dormire con la stessa impazienza di un bambino alla vigilia di Natale. Tutto è iniziato venerdì mattina con uno squillo del telefono mentre tranquillamente pedalo verso la stazione alle porte del centro storico. Rispondo e, dall’altro capo, il Ricky mi propone per sabato il canalone del Druet: già fatto, ma chi se ne frega? Solo che sabato, appunto, torno in Val Penel. Non ho comunque ancora risposto che un solerte vigile urbano mi fa segno di fermarmi; cazzo! Ho già capito. Il pubblico ufficiale mi redarguisce ricordandomi che la bici è un veicolo, che quindi è vietato parlare al cellulare e che, di conseguenza, se dovessi farmi male, sarebbe costretto ad appiopparmi una bella multina. Lo guardo rispondendogli che ha ragione ma, nel contempo, senza mascherare un velato ghigno che nasconde quanto mi passa nel cervello: ma sai con chi stai parlando? Sai quello che faccio di solito? L’autostima insomma non è mai troppa! Alla fine comunque vengo miracolosamente graziato e quello sarà il maggiore rischio della triade venerdì, sabato e domenica seguito a ruota dalla probabilità di fiondare dalla scala in Val Penel!

Arriviamo quindi all’agognato ultimo giorno di libertà settimanale con un programma che, più o meno, suona in questo modo: sveglia alle 5 e un quarto, piede di porco e paranco per fare alzare Micol, rotolamento in auto con la prospettiva di avere di fianco una segheria, arrivo a Dorio per le 6 e mezza e trasbordo di Micol sulla macchina del Boris con direzione St Moritz, quindi ripartenza e ritrovo col Ricky alle 7 e poi inizio dell’avventura!

Landini ora si occupa anche del settore legno e la segheria entra in sciopero fin da subito: per tutto il viaggio, Micol mi riversa coma un torrente i pettegolezzi del post pizzata ex compagni di classe; tanto meglio, così passo un’oretta in buona compagnia come se stessi ascoltando l’audio lettura di “Chi”!

Al Fuentes avviene il classico trasbordo della mercanzia, degno di un trasloco in grande stile ma con il rischio di dimenticare qualcosa di indispensabile e poi finalmente l’avventura ha inizio! Ovviamente sbagliamo l’imbocco della val d’Arigna, inconveniente che certamente non sarebbe accaduto se avessi stampato la precisissima e accuratissima relazione di Fraclimb! E quindi mi vedo costretto a scavare nell’hard disk, riesumare ricordi alzheimeriani per poi riuscire a scovare la strada giusta. Così gli sci iniziano finalmente a scorrere sulla mulattiera o forse sarebbe più corretto dire “correre” tanto pesiamo il piede sull'acceleratore, scelta non proprio lungimirante visto il dislivello che incombe sulle nostra teste. In ogni caso, arrivati sotto l’ampio canale, iniziamo a seguire la traccia zig zagante che risale per il sadico pendio che nasconde abilmente l’abbondante chilometro verticale che ci separa dalla meta. Procediamo quindi fino a raggiungere due cisapolisti (questi si che amano la montagna!): incredibile come riesca a mascherare con un sorriso da pesce lesso lo stato simil-marmoreo delle gambe e il senso di generale spossatezza fingendomi fresco e riposato; la camuffata però deve riuscire come un malandato travestimento mentre la ragazza inizia a seguirci con la caparbietà di un mastino raggiungendoci poco oltre in corrispondenza dell’ultimo piccolo pianoro prima dell’assalto finale; a quel punto, la ciaspolista ci saetta davanti come se fosse appena partita e inizia a cavalcare verso l’alto: ansimante, la guardo quasi correre su per il mio prossimo e vicino calvario finché anche noi ripartiamo.

Non manca molto al deposito degli sci quando questi non riescono più a mordere la neve marmorea costringendomi quindi a metterli in spalla. Il cambio d’assetto mi permette però di dare fiato ai muscoli laceri e valutare ciò che mi sta intorno: la parte alta del canale sembra ora farmi un invitante occhiolino al quale non riesco a resistere e così i legni rimangono a dondolare sullo zaino mentre mi avvio verso la pedonata. La traccia sale ora a sinistra dello stretto canale sopra il quale le labbra carnose di due cornici sbavano all’idea di fare strike con gli inermi birilli che osassero salire verso il loro inespugnabile trono; chi ci ha quindi preceduto ha saggiamente deciso di salire al riparo della minaccia concludendo però la salita in corrispondenza dell’affilata cresta sommitale. Avevo quindi sperato e confidato di raggiungere la cima passando proprio da lì ma, a meno di avere istinti suicidi, convengo ora che non sia il caso di tentare la sorte su quell’affilata lama di coltello. Una rapida consultazione con Ricky è decidiamo di tentare di ricongiungerci con il canale principale anche perchè dalla nostra posizione non riusciamo a vedere le fameliche cornici. Passando quindi in prossimità dei resti di una vecchia traccia, raggiungiamo la verticale di un grosso roccione che ci difende dalle labbra dall’aspetto ora decisamente sgonfiato: non ci resta quindi che pedonare a fatica gli ultimi metri e raggiungere così l’agognata vetta da cui non potrò che scendere ancora sci in spalla onde evitare una lunga scivolata dallo stretto e ripido budello.

Ho le gambe pesanti e mi attendono quasi 1900 metri di curve. Inizio con le prime: compio alcune rapide virate e poi mi fermo con i quadricipiti urlanti. L’operazione si ripete, per forza di cose, infinite volte permettendomi di trovare un pizzico di divertimento nonostante dai muscoli sgoccioli acido lattico. Superiamo così tutte le possibili combinazioni di manti nevosi: dal tavolo di biliardo duro come il marmo, alla neve ventata e poi crostosa per finire con il firn primaverile e quindi, quando a portarmi verso l’auto è solo la necessità di tornarmene a casa, sperimentiamo la neve battuta della mulattiera, passo definitivo per piegare le mie forze residue.


Cavallo Goloso


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domenica 23 gennaio ‘11


Palo doveva essere, palo è stato! Ma del resto, con un gruppo del genere, non si poteva pensare altrimenti.

La mia giornata inizia nei migliori dei modi: “tanto non prendo la macchina: mi faccio scarrozzare” avevo detto a Micol e infatti eccomi alla guida della mia Punto che, se prima sembrava avesse fatto il rally, ora, al termine della giornata, sembra abbia partecipato alla Parigi-Dakar. Mi toccherà lavarla!

Ma veniamo al dunque: sono poliedrico, ma questo lo si sapeva già. Ora mi dedico anche alla ginnastica artistica. Siamo alla partenza dove una lastra di ghiaccio ci da il benvenuto alla salita. Mentre mi sposto per prendere qualcosa, il piede va in orbita mentre il sedere precipita verso il basso. Appena la chiappa picchia per terra, mi ribalto in avanti. Voto della giuria: 8! La chiappa mi fa ancora male.

Partiamo sulla pista di pattinaggio per poi finalmente raggiungere la neve in corrispondenza di alcune baite. Nonostante il ritmo non proprio da passeggio, due tutine ci superano sollevando un turbinio di neve mentre un gruppo di valtellinesi inizia a guadagnare terreno fino a raggiungerci. Siamo alla base dell’ampio canale del Druet in corrispondenza di un set degno di un film di Tarantino: le piccole baite mostrano fiere i teschi di alcuni camosci con brandelli di pelle semi mummificati. A parte questo, l’ambiente è solare, anche se le montagne che ci circondano schermano i raggi della nostra stella.

Luca parte in quarta e non lo vediamo più: dovremo fargli l’anti-miele o mangiare solo i suoi prodotti. Dietro il Colombo appena uscito da una settimana di antibiotici, poi il Lele, il sottoscritto, il marinaio-cavallo-biker Davide, gli occidentalisti Maria Luisa e Sandro, The Machine, Ucci e Edo.

Il Lele spinge e io dietro con il motore che sembra soffrire per il basso regime. Poi il Lele si ferma e io parto. Cazzata del pivello. Dietro il marinaio-cavallo-biker. Il motore gira che è un piacere. Tanto non manca molto. Poi mi fermo a mangiare qualcosa e mi ritrovo ultimo, dietro anche ai valtellinesi. Riparto e mi tiro la mazzata definitiva guardando l’altimetro. Mancano 600m, ma pensavo di essere molto più in alto. Il mio ritmo diminuisce e perdo inesorabilmente terreno. Diventa un’impresa titanica: il pendio che si innalza davanti ai miei occhi mi sembra al contempo vicino e insormontabile. Lentamente guadagno metro su metro fino a raggiungere gli altri, ultimo della fila. Hanno già iniziato a togliere le pelli per affrontare il tratto a piedi, operazione che mi permette di guadagnare qualche minuto prezioso. E poi sono ancora in coda, dietro a tutti. Ma, rigenerato dal cambio di movimento, mi trovo ben presto in terza posizione immediatamente dietro a The Machine e Luca che instancabilmente batte la traccia; raggiungiamo la breve cresta oltre la quale siamo inondati dal calore del sole, mentre le Orobie bergamasche ci danno il loro benvenuto. Poi finalmente, a ranghi immutati, raggiungiamo la cima. Il panorama è mozzafiato: a nord le Alpi centrali e più a est la Presolana. Sono come rigenerato: evidentemente soffro gli sci oltre i 1400/1500m di dislivello o forse dovrei imparare a preservarmi; certo è che la corda nello zaino non mi ha facilitato ma ora devo solo pensare alla discesa, a mettere insieme qualche curva decente. E in effetti le gambe rispondono bene nonostante la neve cambi continuamente di condizioni pur restando comunque sempre sciabile. Fino a metà circa, riesco a scendere quasi bene finché decido di far conoscenza ravvicinata con un albero: oggi sono anche tree-climber! Poi, in qualche modo lascio scorrere gli sci, fino a tornare sulla pista di ghiaccio da dove, calzati i ramponi, ritorno al punto di partenza, alla mia Parigi-Dakar sulla sterrata della val Arigna.


Cavallo Goloso


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