VIA VICENZA – SASSO DI SENGG      

sabato 28 maggio ‘16


Non nascondo che mi sia passato per la testa di andarci da solo perchè sembrava quasi che, se avessi voluto portarmi a casa la via, avrei dovuto pensare ad un’ardita (per me) solitaria. La follia però non è mai arrivata ad una vera pianificazione forse perchè l’istinto codardo di sopravvivenza mi ha sempre impedito di andare oltre al semplice fugace pensiero. Invece, proprio nel posto dove meno avrei pensato di poter trovare la soluzione ai miei sogni e forse nella falesia più vicina alle esigenze di un FF plasticaro, vale a dire Carate Urio, sono riuscito a trovare qualcuno interessato a questo tipo di salite da caianesimo avventuroso.

Eccomi quindi superare il Bietti per poi calarmi giù dalla val Cassina lungo un percorso che ricordavo più agevole: forse che lo strato di ruggine su certi tipi di terreno sia ben più spesso di quanto pensassi? Chissà allora come andrà quando sarò alle prese con chiodi e friend! Con questo grosso punto interrogativo, raggiungo quindi la base della parete dopo aver superato il pendio finale che nella mia testa appariva come un campo di calcio verticale mentre ora si presenta come un mucchio di sassi tenuto insieme dalle zolle erbose!

Mi carico quindi dell’armamentario e inizio a scalare: dietro, il Giaguaro e Umberto mi vedono salire con sicurezza e rapidità su per le fessure o almeno questo e ciò che penso di trasmettere. D’altra parte durante la scalata mi sento sciolto e disinvolto (forse perchè so dove andare!) ma in sosta preferisco aggiungere un friend per sopperire al chiodo ballerino: quei chiodi proprio non destano la mia fiducia mentre il Giaguaro si appende come fosse su una putrella conficcata in una parete di cemento! Riprendo quindi a salire su per la fessura per poi puntare deciso alla sosta successiva dove mi accoglie la mia vecchia e scolorita fettuccia, rinforzata con un kevlar, segno che qualcun altro deve aver seguito le mie orme precedenti. Parto poi per la placca Balatti: ricordo bene la clessidra dove infilare il cordino ma per il resto il buio è completo tanto che provo a passare sotto la lavagna sfruttando una serie di prese lontane ma buone. La soluzione però si rivela ben presto fallimentare richiedendo l’intervento dell’ispettore Gadget: provo comunque ad allungarmi facendo l’uomo di gomma senza riuscire ad avvicinarmi alla presa né ad abbandonare il maniglione che ho con la destra. L’interruttore però è scattato: sono protetto da un cordino e sono in montagna ma non ho alcuna terrorizzante sensazione da FF. L’aquila è l’aquila e il caianesimo ne è completamente sopraffatto e estasiato! Torno alla clessidra e provo con quella che mi pare l’unica soluzione: rimonto una specie di gradino e poi inizio a spalmare sfruttando per le dita un provvidenziale buchino appena accennato. Piano piano mi allontano dalla protezione ma anche dal tratto più impegnativo fino a raggiungere la fessura erbosa verticale che conduce alla sosta. Salvo! Almeno così dovrebbe essere: le prime protezioni sono buone ma poi arrivo ad un chiodo arancione che dondola come fosse su un’altalena. Lo ribatto e questo mi restituisce un la acuto e intenso peccato solo che anche i ferri successivi lascino decisamente a desiderare! Ci impiego un po’ a capire come risolvere il passaggio cercando di evitare di appendermi e, soprattutto, cadere visto che ho la netta sensazione di essere protetto da una cerniera!

Sul tiro successivo l’incognita principale resta dove piazzare la sosta: alla fine costruisco un dedalo di fettucce intorno ad alcune clessidre pochi metri prima di raggiungere la base del successivo diedro camino. Riprendo a salire: tracce di passaggio non ce ne sono e le indicazioni su dove fermarmi sono ancora piuttosto vaghe. L’idea è quindi quella di sfruttare al massimo la corda ma quando il diedro si trasforma in camino umido e muschioso decido che sia giunto il momento di fermarmi. L’opera che allestisco mi tiene piuttosto occupato ma alla fine la sosta a friend è quasi da manuale! Poi, lungo il camino, dovrò assolutamente evitare di far cadere sassi a meno di non voler lapidare i due caiani: così appena superato il muretto iniziale ed essermi ribalto sul pianoro successivo, inizio a muovermi come fossi un elefante in una cristalleria! Poco sopra la metamorfosi continua e, dopo una rapida cura dimagrante, eccomi trasfigurato in un’anguilla che tra muschi, alghe e licheni striscia su per il facile camino fino ad uscire finalmente dalla struttura. Ora, davanti ad una placca compatta che forma lo spigolo arrotondato soprastante, cedo le corde al Giaguaro. Spostandosi poco a destra, il nuovo capocordata arriva alla base di una lama fessura, forse un po’ delicata ma certamente la chiave di volta per risolvere anche questa lunghezza. Così ci lasciamo alle spalle anche il penultimo tiro: potremmo facilmente uscire dalla parete sfruttando il prato verticale ma invece l’amico vuole lasciare la sua firma e decide quindi di salire ancora diritto per roccia. Peccato solo che questa sia una specie di puzzle male assortito, ultimo brivido prima di poter finalmente considerare intascata l’agognata salita!


Cavallo Goloso


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sabato 26 ottobre ‘13


Ho fame. Sono stato 3 giorni a Colonia e ho mangiato come un vitello all’ingrasso ma ho fame. Sono affamato di crode, di chiodi, del brivido che si prova quando sotto le chiappe si ha un friend traballante. Insomma, non riesco più a tenere a bada l’aquila: prendo il telefono e preparo la vittima sacrificale, il Corbis. Mi ascolto mentre parlo al telefono: andare al Sasso di Sengg fa l’equazione con la sveglia caiana; ho un attimo di tentennamento ma poi l’aquila frulla le ali e spicca il volo. È fatta!

Partiamo dal parcheggio sopra Mandello che è ancora buio; la mulattiera scorre sotto i nostri piedi con insolita lentezza finchè, sull’ultimo tratto, scatta la molla, saluto il Corbis e mi involo a respirare l’aria della parete.

Decidiamo di raggiungere la base della via dall’opzione di sinistra, partendo diretti dal canalone di val Cassina. Rapidamente saliamo quindi fin dove un breve diedro interrompe il facile prato: provo a forzare il passaggio ma è un puzzle ricoperto da un’umida melma su cui sembra di pattinare. Non posso tirare le prese, non posso spingere sui piedi: l’unica soluzione è ribattere! Provo più in basso e credo di individuare un altro punto debole: salgo guardingo piazzando alcuni friend fino ad imbattermi in un masso incastrato nella fessura del diedro. Lo tocco appena ma questo si smuove! Attimo di panico totale: i secondi sembrano ore mentre non riesco a proferire parola. Mi immagino già precipitare verso valle stringendomi quel televisore in attesa dello schianto finale. Ma la presa scappa e il macigno scivola via, tra me e la parete: Corbis urla “sasso” e poi il solo rumore che sentiamo è l’esplosione della pietra sul sentiero. Poi la scarica di adrenalina cessa rapidamente il suo effetto mentre ritorno al prato basale dopo un terzo appena accennato tentativo per un’altra fessura sulla sinistra. Non abbiamo quindi che una via: salire per il prato a destra dello zoccolo! E la soluzione inizialmente snobbata si rivela invece la vincente anche se il giovane Corbis inizia a dare i primi segni di cedimento trascinandosi verso l’attacco della via. Io invece sono un impaziente esagitato che non vede l’ora di mettere finalmente le mani sulla roccia!

E poi si parte! Intanto però l’orologio è corso in avanti con una rapidità inaudita ma conto di essere veloce come una faina e recuperare il tempo perduto; sono così sicuro che non tiro su nemmeno la frontale. Ma la ruggine viene velocemente in superficie: scalo troppo lentamente, forse il puzzle e il televisore di prima non hanno giovato all’autocontrollo anche se, un friend dietro l’altro, salgo il diedro fessura della prima lunghezza.

Il tiro seguente ci offre un’apparente impegnativa spaccatura che in realtà riesco a liquidare senza grosse difficoltà per poi raggiungere la variante Balatti. Mi sposto sulla destra a superare un vago diedro arrotondato e poi ho la netta sensazione di essermi perso: tracce di passaggio non ve ne sono e l’unica possibilità di passare sembra una netta fessura. La comunicazione con la base è piuttosto difficoltosa ma riesco a percepire dal Corbis che la variante si sposta nettamente a destra: vuoi vedere che avrei dovuto traversare ancora di più? Oramai la frittata sembra essere fatta e quindi mi convinco a salire per la spaccatura: incastro un dado, tiro il labbro e, sfruttando un dentino, sono fuori. Il passo è decisamente meno duro di quanto temessi ma resta il fatto che non ho notizie della fine del tiro. A volte basta però essere solo un po’ pazienti: salgo ancora pochi metri e davanti ai miei occhi si materializza il clessidrone della sosta. Ottimo! Recupero il Corbis e intanto inizio a tirarmi i pacchi per rientrare sulla via originale: stando alla relazione, dovremmo superare una placca compatta e quindi tornare sulla Vicenza. Mi guardo attorno ma mi sembra di avere di fronte solo il nulla cosmico.

Il Corbis intanto mi raggiunge e inizia a passarmi il materiale. Bello carico riparto pensando di aver individuato il percorso: una bella placca della morte in traverso verso sinistra oltre la quale scorgo finalmente un chiodone verde. Piazzo l’1 e poco a sinistra un cordino attorno ad una clessidra che, a dire il vero, mi suggerisce il Corbis e poi inizio a osservare la placca che ho davanti. Provo prima salendo diritto a quella che sembra una buona presa ma il passo non riesce. Tento allora di traversare subito a sinistra dove sembrano esserci dei buoni appoggi ma anche qui tutto si conclude in un nulla di fatto. Torno allora al primo tentativo: cambio mano su un buchetto praticamente insignificante, alzo il piede sinistro nel buco sopra la clessidra e arrivo ad afferrare la presa che, effettivamente, si dimostra essere una ronchia. Inizio quindi a traversare a sinistra ben sapendo che oramai ho lasciato alle mie spalle il punto di non ritorno. Spalmo i piedi che in confronto l’aderenza del passo duro di Uomini e Topi mi pare una semplice formalità e arrivo dove le mani appoggiano su microscopiche increspature. Guardo i piedi e il chiodo verde: la mia ancora di salvezza è poco lontana ma, al contempo, quasi ad anni luce di distanza. Muovo lentamente i piedi fino ad un buon gradino da cui, finalmente, esco dalla placca e guadagno il chiodone. Salvo!

Rinvio ma il ferro sembra un dente sul punto di saltare: di male in peggio, anche perchè ora ho un vero passaggio caiano! Afferro una zolla, appoggio il piede su un pezzo di terra e poi su un’altra zolla: mi mancava proprio l’arrampicata su erba! Poi finalmente ritorno sulla roccia: salvo ma questa volta definitivamente!

Poi finalmente viene il momento di recuperare il Corbis mentre mi accorgo che sarei potuto essere più accorto rinviando una sola corda al chiodone così da avere l’altra un po’ più centrale. Ma oramai non posso far più nulla se non dare qualche indicazione al Corbis che prova senza risultato a seguire le mie tracce. Non gli rimane quindi che spostarsi il più possibile a sinistra fin dove, l’unica soluzione, è il bunjee jumping orizzontale! Infilato un cordino in non so quale clessidra, il Corbis si lascia scivolare verso sinistra per poi penzolare alla fessura: piccoli caiani crescono!

Così ci ritroviamo nuovamente insieme pronti a superare le lunghezze mancanti; lascio la sosta e salgo per lo stretto diedro che abbiamo sopra le nostre teste ma, ben presto, mi accorgo che qualcosa non torna: dovrei essere su un semplice IV ma in realtà qui è tutto più duro! Torno alla sosta e valutiamo il da farsi; la relazione è poco chiara ma lo schizzo non sembra lasciare adito a dubbi: il tiro traversa verso destra per poi tornare a sinistra. Siamo completamente indecisi: continuare o tornare indietro? Alla fine cedo momentaneamente agli indugi e inizio a traversare. La scalata, sebbene improteggibile se non con qualche astruso accorgimento, non è particolarmente complessa ma resta il fatto che non sono certo del percorso e, soprattutto, l’orologio batte oramai le 3 passate. Alla fine, tormentato dall’indecisione, faccio dietro front abbandonando ogni sogno caiano.

Sembra quasi un infelice destino che mi vede lasciare incompiute le poche piccole imprese ma almeno il terreno di gioco sembra piuttosto ampio e interessante sebbene distante diverse sudate dal fondo valle!


Cavallo Goloso


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