L'ULTIMO SHAMPOO DEL GENERALE CUSTER – PINNACOLO DI MASLANA      

domenica 06 aprile ‘14


Avevo pianificato di andare a fare sci alpinismo: dopo l’esperienza di domenica, mi era nata un’idea e lì avevo focalizzato le mie energie individuando anche una vetta alternativa perchè, questa volta, una cima si sarebbe dovuto raggiungerla; invece gli eventi mi portano ad andare a fare una via dopo ben due mesi, un tempo incredibilmente e insolitamente lungo. La cosa mi lascia un po’ dubbioso ma alla fine accetto l’invito di Luca e mi infilo nel nuovo tunnel.

Solitamente, finchè non si è al cospetto della parete, tutto è tranquillo: il Tiraggio dei Chiodi se ne sta tranquillo e la Signora in Nero sonnecchia in attesa del risveglio. Questa volta però il Cainasimo ha un inizio ben più anticipato portandoci ad aprire la Super Diretta su erba verticale e roccia tipo piastrelle accatastate con protezioni inesistenti e elevatissimo rischio morte. L’avventura mi riporta ai miei albori, alla spinta a voler respirare l’aria delle cime, al vero succo del caianesimo; d’altra parte, per citare il grande Detassis, tutto il resto è solo acrobazia! L’apertura nasce involontaria e a causa di una slavina che, coprendo la partenza del sentiero d’accesso, ci porta a seguire una traccia appena accennata che sale su per la faggeta e verso una fascia di roccia tipicamente marcia. Ben presto però il vago sentiero sparisce nel nulla e noi ci troviamo ad attivare i sensi primordiali alla ricerca di un passaggio: saliamo per il bosco ripido fino ad uno strapiombo e quindi, sguazzando nel fango, proseguiamo per un canale umido. La Super Diretta continua per cengia fino ad un altro canale melmoso che sembra portarci fuori dalle difficoltà; l’incontro col sentiero ci infonde nuovo coraggio ma è una compagnia fugace: la neve copre le tracce e noi iniziamo a fare i pediluvi puntando sempre e solo verso l’alto. La Super Diretta continua quindi per erba sempre più verticale intervallata da cataste di piastrelle finchè finalmente usciamo sul bosco sommitale, a destra del Pinnacolo di Maslana.

Alla base non siamo soli: un gruppo di camosci ci guarda incuriositi mentre individuiamo la nostra linea di salita. Non provo però la solita frenesia da tiraggio di chiodi, mi sento inquieto, timoroso del prossimo avvenire mentre Luca sale sicuro verso l’alto. Lo seguo comunque senza problemi senza però riuscire a placare la sensazione di disagio: avevo programmato di andare a sciare e quell’idea mi ronza continuamente in testa, certo non aiutata dalle montagne che mi stanno attorno ancora avvolte nella loro veste invernale. Prendo i ferri e parto per il tiro successivo: la lunghezza non è difficile e la salgo senza patemi ma la molla non scatta; il circuito resta spento e io continuo a sentirmi un pesce fuor d’acqua mentre le curve sulla neve restano il mio chiodo fisso. Il diedro camino successivo ci fagocita con la sua eleganza: da primo sarebbe stata una lotta epica, con uso e abuso di protezioni e, molto probabilmente, relativa calata a mani vuote mentre da secondo mi limito ad azzerare solo un paio di volte. La struttura però vuole la sua preda: la vittima sacrificale è un Camalot che proprio non riesco a sfilare e che rimane lì a testimonianza del nostro passaggio. Arrivo finalmente in sosta con i piedi che esplodono mentre il tiro successivo sembra decisamente più abbordabile e così, preso il materiale, lascio la sosta nonostante il cervello non si sia ancora ben sintonizzato sull’attività di giornata. Salgo un paio di metri e il pilastrino che devo tirare svela la sua natura di puzzle! Studio allora eventuali alternative che non ci sono e alla fine decido di tirarlo delicatamente per poi salirci sopra. La lama successiva suona a vuoto e io mi trovo in mezzo ad un tratto completamente inaffidabile e chiodatura nelle stesse condizioni. Mi sento tranquillo come il condannato davanti al battaglione: mi vedo precipitare verso il basso con le protezioni che si aprono come una zip. Davanti ho un muretto finalmente su roccia compatta: lo studio, provo ma poi torno indietro. La soluzione migliore mi sembra staffare ma Luca mi sconsiglia l’operazione se quel chiodo non pare affidabile. Ritento in libera: salgo un mezzo metro e poi entro nel panico totale. Tutta l’insicurezza, la ruggine, il mal di pancia della salita sfoga in un urlo di terrore che squarcia il silenzio della valle. Continuo a vedermi spiattelare sulla lama sottostante, sfracellarmi sulla parete mentre le budella schizzano da ogni dove. Ma il peggio è la vista del chiodo che non tiene la caduta: l’immagine mi rimbomba davanti come un ritornello ripetuto all’infinito. Riesco a disarrampicare e a farmi calare in sosta: il tiro, come quello successivo, lo completa Luca. A me resta l’ultima semplice lunghezza che porta alla vetta e poi la consapevolezza che bisognerà riprendere l’arduo sentiero del caianesimo oppure cambiare strada e ritarare gli obiettivi!


Cavallo Goloso


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